Il duplice delitto della Rue Morgue - di Edgar Allan Poe-2

2070 Words
— È davvero molto piccolo e sarebbe più a posto al teatro delle Variétés. — Senza dubbio — risposi senza pensarci e senza rendermi conto, sul momento, tanto ero assorto nelle mie riflessioni, del modo singolare col quale quelle parole si intonavano ai miei pensieri. Ma bastò un momento perché me ne rendessi conto; e il mio stupore fu profondo. — Dupin — dissi gravemente — questo oltrepassa la mia comprensione. Non esito a dire che sono sbalordito e che riesco appena a credere ai miei sensi. Come hai potuto indovinare che pensavo a...? Qui mi fermai, per poter accertare senza ombra di dubbio se egli sapeva davvero a chi avevo pensato. — A Chantilly? — disse Dupin. — Perché ti sei interrotto? Stavi pensando che la sua bassa statura lo rende poco o punto adatto alla tragedia. Tale appunto era stato il soggetto delle mie riflessioni. Chantilly era un ex ciabattino della Rue St. Denis, che, preso dalla frenesia del teatro, non aveva esitato ad assumere la parte di Serse nell’omonima tragedia di Crébillon, facendo di sé stesso l’oggetto delle beffe universali. — Per amor del Cielo — esclamai — dimmi qual è il metodo, se pure un metodo c’è, che ti ha permesso in questo caso di penetrare nell’anima mia. — In realtà non trovavo parole adeguate a esprimere tutto il mio stupore. È stato il fruttivendolo — replicò il mio amico — che ti ha indotto a concludere che quel rappezzatone di suole non ha la statura sufficiente per la parte di Serse et id genus omne. — Il fruttivendolo! Non capisco più niente. Io non conosco nessun fruttivendolo. — Parlo dell’uomo che ti ha urtato quando siamo entrati in questa strada, un quarto d’ora fa, a un dipresso. Allora mi tornò a mente che infatti un fruttivendolo, che portava un gran cesto di mele sul capo, mi aveva quasi fatto cadere, urtandomi disavvedutamente mentre passavamo dalla Rue C... nella strada nella quale eravamo adesso; ma non riuscivo assolutamente a capire che rapporto potesse esserci tra quell’incidente e Chantilly. Dupin non aveva nulla del ciarlatano. — Ti spiegherò la cosa — disse — e affinché tu possa capire tutto con perfetta chiarezza cominceremo col riprendere la serie delle tue riflessioni, dal momento nel quale ti ho parlato fino all’incontro col fruttivendolo. Gli anelli principali della catena si susseguono così : Chantilly, Orione, il dott. Nichols, Epicuro, la stereotomia, i selci, il fruttivendolo. Sono pochi coloro i quali, in un momento qualunque della loro esistenza, non si sono divertiti a risalire il corso dei loro pensieri e a ricercare per quali vie il loro spirito sia giunto a certe conclusioni. È un’occupazione spesso interessantissima; e quando se ne fa la prova per la prima volta si rimane stupiti per l’incoerenza e per la distanza apparentemente illimitata tra punto di partenza e punto di arrivo. Si giudichi dunque della mia meraviglia, quando sentii il mio amico dire quel che aveva detto e fui costretto ad ammettere che era la pura verità. Dupin proseguì: — Stavamo parlando di cavalli, se la memoria non mi inganna, proprio prima di lasciare la Rue C... Fu quello l’ultimo argomento della nostra conversazione. Quando siamo entrati in questa strada, un fruttivendolo con un gran cesto sul capo ci è passato davanti precipitosamente e ti ha spinto su un mucchio di selci, accumulati in quel punto dove lavorano a riparare il selciato. Tu hai posto il piede su una pietra mobile e, scivolando, ti sei leggermente slogato la caviglia, hai fatto una faccia irritata, hai borbottato qualcosa, ti sei voltato a guardare il mucchio, poi hai proseguito in silenzio. Non è che prestassi un’attenzione speciale a quel che facevi; ma negli ultimi tempi l’osservazione per me è diventata una specie di necessità. Hai continuato a tener gli occhi fissi al suolo, guardando le buche e le irregolarità del selciato con un’espressione di malumore, tanto che io vedevo che stavi ancora pensando alle pietre, finché siamo giunti al passaggio intitolato a Lamartine, che é stato pavimentato, in via di esperimento, a blocchi sovrapposti e saldamente uniti. Allora il tuo viso si è rischiarato: ho visto le tue labbra muoversi e non ho avuto il minimo dubbio che mormoravi la parola « stereotomia », termine applicato, molto pretenziosamente, a quel tipo di pavimentazione. Sapevo che non potevi dire stereotomia senza pensare agli atomi e per conseguenza alle teorie di Epicuro; e poiché nella discussione che avemmo di recente su quest’argomento, ti feci notare che ciò che quell’insigne Greco aveva vagamente divinato ha ricevuto una conferma singolare, anche se passata inosservata, dalla più recente cosmogonia nebulare, ho avuto la sensazione che non avresti potuto trattenere i tuoi occhi dal volgersi verso la grande nebulosa di Orione; anzi mi aspettavo con certezza che tu lo facessi. Hai guardato in alto e questo mi dava la sicurezza di aver seguito esattissimamente i tuoi pensieri. Ora, in quell’amara diatriba contro l’attore Chantilly, pubblicata ieri dal Musée, l’autore della satira, con un’allusione non troppo cortese al fatto che il ciabattino ha cambiato il suo nome nel momento in cui ha calzato i coturni, citava un verso latino del quale abbiamo parlato spesso. Alludo al verso: Perdidit antiquum litera prima sonus. Ti avevo detto che questo verso si riferisce a Orione, nome che prima si scriveva Urione; e poiché questa spiegazione era connessa con qualche frase alquanto pungente, ero sicuro che non potevi averla dimenticata. Era chiaro, quindi, che non avresti potuto fare a meno di associare le due idee di Orione e di Chantilly; e che tu le avessi associate me l’ha rivelato il genere del sorriso che ti passò sulle labbra. Pensavi all’immolazione del povero ciabattino. Fino a quel momento avevi camminato curvo, ma allora ti ho veduto raddrizzarti in tutta la tua altezza e sono stato certo che pensavi alla piccola statura di Chantilly. A questo punto ho interrotto le tue riflessioni per farti notare che quell’attore è davvero molto piccino e che Chantilly sarebbe più a posto al teatro delle Variétés. Poco tempo dopo quest’episodio, mentre stavamo leggendo insieme l’edizione serale della Gazette des Tribunaux, fummo colpiti da queste righe: « Straordinario omicidio. Verso le tre di questa mattina, gli abitanti del Quartiere di San Rocco furono destati da un succedersi di grida terribili, che parevano provenire dal quarto piano di una casa della Rue Morgue, notoriamente occupata per intero da una certa signora L’Espanaye e da sua figlia, signorina Camilla L’Espanaye. Dopo qualche indugio dovuto all’inutile tentativo di farsi aprire il portone, questo venne forzato e otto o dieci persone penetrarono nella casa insieme con due gendarmi. Nel frattempo le grida erano cessate; ma la gente, mentre Correva su per le scale, poté distinguere due o più voci rudi, che parevano altercare violentemente e che provenivano dalla parte superiore dell’edificio. Quando la gente ebbe raggiunto il secondo pianerottolo anche questi rumori cessarono e tutto rientrò nella calma più perfetta. La gente si disperse per le varie stanze della casa. Arrivati in una stanza spaziosa situata sul lato posteriore del fabbricato al quarto piano, della quale fu necessario forzare la porta, chiusa a chiave dall’interno, si offerse agli astanti uno spettacolo che pervase tutti quanti di terrore e di meraviglia. Nella stanza regnava il disordine più strano. I mobili erano fracassati e sparpagliati in tutte le direzioni. C’era un solo letto, i cui materassi erano stati tolti dal loro posto e gettati in mezzo al pavimento. Su una seggiola c’era un rasoio insanguinato; nel caminetto si raccolsero tre lunghe e folte trecce di capelli grigi, pure insanguinate, che evidentemente erano state strappate con violenza insieme con le loro radici. Sul pavimento c’erano quattro napoleoni, un orecchino con un topazio, tre cucchiai grandi d’argento, tre più piccoli di métal d’Alger, e due sacchetti contenenti circa quattromila franchi in oro. I cassetti di un mobile collocato in un angolo erano aperti ed evidentemente erano stati saccheggiati, sebbene vi rimanessero tuttora diversi articoli. Sotto il letto (non sotto i materassi) fu trovata una piccola cassaforte di ferro, aperta e colla chiave nella serratura, che conteneva soltanto alcune vecchie lettere ed altre carte senza importanza. Nella camera non si vedeva traccia della signora L’Espanaye; ma si notò una quantità straordinaria di fuliggine nel caminetto. Frugando nella cappa di questo, ne fu estratto, cosa orribile a dirsi, il corpo della figlia, colla testa all’ingiù, che in questa posizione era stato introdotto a viva forza su per quell’angusta apertura, a una notevole distanza. Il corpo era ancora caldo. L’esame di esso fece scoprire numerose escoriazioni, prodotte indubbiamente dalla violenza con cui era stato prima introdotto e poi estratto dal camino; il viso presentava numerose graffiature e il collo recava delle lividure nonché l’impronta profonda di unghie, come se la vittima fosse stata strangolata. Dopo un minuzioso esame di tutte le parti della casa che non portò ad altre scoperte, la gente penetrò in un cortiletto selciato, situato dietro la casa. Ivi giaceva il cadavere della vecchia signora, colla gola recisa interamente, tanto che nel tentativo di sollevarlo la testa si staccò dal busto. Tanto il corpo quanto la testa erano orrendamente mutilati, così che il primo conservava appena un’apparenza umana. A quanto crediamo di sapere, non esiste finora il più piccolo indizio atto a chiarire questo orribile mistero ». Il numero successivo del giornale aggiungeva i seguenti particolari: « La tragedia della Rue Morgue. Varie persone sono state interrogate a proposito di questo terribile e straordinario fatto; ma nulla è emerso che possa gettare un po’ di luce sull’accaduto. Riferiamo le deposizioni raccolte. Pauline Dubourg, lavandaia, depone che conosce le due vittime da tre anni, durante i quali ha lavorato per loro. La vecchia signora e la figlia sembravano in perfetto accordo, anzi si trattavano con molto affetto reciproco. Pagavano puntualmente. Circa la vita che conducevano e circa i loro mezzi di sussistenza la Dubourg non può dir niente. Crede che la signora L’Espanaye si guadagnasse la vita facendo l’indovina. Aveva la riputazione di aver accumulato del denaro. Recandosi nella casa a prendere o a riportare la biancheria non le accadde mai di incontrare qualcuno. È sicura che le due signore non avevano persona di servizio. Le pare che, eccettuato il quarto piano, nelle altre parti della casa non ci fossero mobili. Pierre Moreau, tabaccaio, depone che da quattro anni circa soleva fornire la signora L’Espanaye di tabacco da fiuto. È nato nel quartiere e vi ha sempre abitato. La defunta e sua figlia occupavano da oltre sei anni lo stabile nel quale sono stati trovati i loro cadaveri. In passato la casa era stata affittata a un gioielliere che ne subaffittava a diverse persone gli appartamenti superiori. Lo stabile era di proprietà della signora L’Espanaye. Non essendo soddisfatta dell’uso che l’inquilino faceva dei locali, essa era venuta ad abitare nella casa rifiutando di affittarla anche parzialmente. La vecchia signora era rimbambita. Il teste ha veduto la figlia soltanto cinque o sei volte in sei anni. Le due donne facevano vita molto ritirata ed erano ritenute danarose. Ha sentito dire nel vicinato che la signora L’Espanaye prediceva il futuro, ma non ci ha creduto. Non vide mai entrare nessuno, tranne la vecchia signora, la figlia, un fattorino una volta o due e un medico otto o dieci volte. Varie altre persone del vicinato depongono nello stesso senso. Non si è fatto il nome di nessuno che frequentasse la casa. Si ignora se la signora e la figlia avessero parenti. Le imposte delle finestre della facciata venivano aperte di rado; le finestre della parte posteriore della casa erano sempre chiuse, tranne quelle della camera grande al quarto piano. Lo stabile era in discrete condizioni e non troppo vecchio. Isidore Muset, gendarme, depone di essere stato chiamato verso le tre antimeridiane e di aver trovato davanti al portone venti o trenta persone che tentavano di entrare. Scassinò la serratura servendosi della baionetta, non di un paletto. Non faticò molto ad aprire, perché la porta era a due battenti e non era chiusa col chiavistello né in alto né in basso. Le grida continuarono finché la porta non venne aperta, poi cessarono di colpo. Parevano grida di una o più persone in preda a sofferenze atroci; erano forti e prolungate, non brevi e rapide. Il teste sali di corsa su per le scale. Giunto al primo pianerottolo, udì due voci che altercavano in tono alto e furibondo. Una era una voce rude; l’altra era molto più stridula, una voce stranissima. Della prima, che era la voce di un Francese, riuscì a distinguere qualche parola. È sicuro che non era una voce femminile. Poté distinguere le parole « sacré » e « diable ». La voce stridula era di uno straniero. Non può dire se fosse di uomo o di donna. Non poté capire che cosa diceva; ma suppose che la lingua fosse lo spagnuolo. Il teste descrive le condizioni della camera e dei cadaveri esattamente come noi le descrivemmo ieri.
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