Il duplice delitto della Rue Morgue - di Edgar Allan Poe-3

2120 Words
Henri Duval, vicino di casa, argentiere, depone che fu tra i primi ad entrare nella casa. Conferma in generale la deposizione del gendarme Muset. Appena entrati, i primi accorsi richiusero il portone per tener fuori la folla che andava addensandosi rapidamente, nonostante l’ora tarda. Secondo il teste la voce stridula era di un Italiano; indubbiamente non di un Francese. Non sa se fosse una voce di donna, ma non può escluderlo. Il teste non conosce la lingua italiana, ma l’intonazione lo convince che colui che parlava era italiano. Conosceva la signora L. e la figlia; ha conversato con loro parecchie volte. È sicuro che la voce stridula non era quella di nessuna delle due vittime. Odenheimer, trattore. Questo teste si è offerto spontaneamente. Non parla francese ed è stato interrogato per mezzo di un interprete. È nato ad Amsterdam. Passava davanti alla casa nel momento in cui si udirono le grida. Queste durarono alcuni minuti, forse dieci. Erano grida prolungate, altissime; grida paurose, angoscianti. Odenheimer fa parte di quelli che entrarono in casa. Conferma la testimonianza precedente, tranne in un punto. È certo che la voce stridula era di un uomo, un Francese. Non riuscì a distinguere le parole che pronunciava. Erano pronunciate con forza e con rapidità, su un tono ineguale, che poteva esprimere tanto la paura quanto la collera. La voce era aspra; piuttosto aspra che stridula. Non potrebbe chiamarla una voce stridula. L’altra voce, quella più forte, disse a parecchie riprese « sacré », « diable », e una volta « mon Dieu! ». Jules Mignaud, banchiere, della Casa Mignaud et Fils, in Rue Deloraine. È il capo della ditta Mignaud. La signora L’Espanaye possedeva una piccola sostanza. Otto anni or sono, in primavera, aveva aperto un conto presso la sua Banca. Depositava spesso piccole somme. Non aveva mai fatto prelevamenti fino al terz’ultimo giorno della sua vita. Quel giorno ritirò personalmente la somma di quattromila franchi. Tale somma le fu pagata in oro e un impiegato fu incaricato di portargliela a casa. Adolphe Le Bon, impiegato presso Mignaud et Fils, depone che nel giorno in questione accompagnò a casa la signora L’Espanaye, portando i quattromila franchi in due sacchetti. Quando il portone si aperse, comparve la signorina L’Espanaye e gli tolse dalle mani uno dei sacchetti, mentre la madre prendeva l’altro. In quel momento non vide anima viva nella strada; è una via secondaria, quasi sempre deserta. William Bird, sarto, depone di essere stato tra coloro che entrarono in casa. È inglese. Vive a Parigi da due anni. Fu uno dei primi a salire le scale. Udì delle voci che altercavano. La voce rude era di un Francese. Poté distinguere alcune parole, ma non le ricorda tutte. Udì distintamente le parole « sacré » e « mon Dieu ». In quel momento si sentiva un frastuono come di diverse persone che si azzuffassero; un fracasso di lotta e di oggetti spezzati. La voce stridula era forte, più forte di quella rude. Il teste è sicuro che non era la voce di un Inglese; gli parve che fosse di un Tedesco, o magari una voce di donna. Non capisce il tedesco. Interrogati per la seconda volta, quattro dei testimoni suddetti hanno deposto che la porta della stanza nella quale, fu trovato il cadavere della signorina L’Espanaye era chiusa dall’interno quando vi giunse la gente. In quel momento regnava il più assoluto silenzio: né gemiti né rumori di sorta. Forzata la porta non si vide nessuno. Le finestre, tanto della camera posteriore quanto di quella sulla facciata, erano tirate giù e saldamente chiuse dall’interno: la porta di comunicazione tra le due stanze era chiusa, ma non a chiave: la porta che mette dalla camera sulla facciata nel corridoio era chiusa a chiave e la chiave si trovava dalla parte interna; un ripostiglio al quarto piano, pure sul davanti della casa, in fondo al corridoio, era aperto con l’uscio socchiuso. Era totalmente ingombro di vecchi letti, di casse e cose simili, che sono state accuratamente rimosse e perquisite. Non c’è un pollice in una parte qualsiasi della casa che non sia stato minuziosamente esaminato. Spazzacamini hanno esplorato il camino. Lo stabile è a quattro piani, oltre le soffitte. Una botola che dò accesso al tetto era sbarrata e saldamente inchiodata e aveva l’aria di non esser mai stata aperta da anni. Quanto alla durata dell’intervallo tra il momento in cui si udirono le voci altercare e quello in cui venne aperta la porta della camera le testimonianze sono discordi. Gli uni lo riducono a tre minuti; gli altri parlano di cinque. La porta fu aperta senza difficoltà. Alfonso Garcio, impresario di pompe funebri, abitante nella Rue Morgue, spagnuolo. È uno di coloro che entrarono in casa, ma non salì le scale. È un uomo nervoso, e temeva le conseguenze di un’emozione. Udi le voci che altercavano. Quella rauca era di un Francese. Il teste non poté distinguere quel che diceva. Quella acuta era di un Inglese; ne è sicuro. Non capisce l’inglese, ma giudica dall’intonazione. Alberto Monlani, pasticciere, depone che fu tra i primi che salirono le scale. Udì anch’egli le voci. Quella rauca era di un Francese. Distinse qualche parola. L’individuo che parlava sembrava fare delle rimostranze. Non poté capire che cosa dicesse la voce stridula. Parlava rapidamente e a scatti. Pensa che fosse la voce di un Russo. Conferma in generale le deposizioni precedenti. È italiano; non ha mai conversato con un Russo. Vari testimoni, richiamati, assicurano che i camini di tutte le stanze del quarto piano sono troppo stretti perché possa passarvi un essere umano. Quando hanno parlato di spazzacamini, hanno inteso parlare di quelle spazzole cilindriche di ferro, adoperate dagli spazzacamini. Tali spazzole vennero fatte passare dall’alto in basso in tutte le canne di camini della casa. Nella parte posteriore non esiste un passaggio attraverso il quale una persona abbia potuto darsi alla fuga mentre la gente saliva le scale. Il corpo della signorina L’Espanaye era incastrato tanto saldamente nella cappa del camino che quattro o cinque persone dovettero unire le loro forze per estrarlo. Paul Dumas, medico, depone di essere stato chiamato all’alba per visitare i cadaveri. Erano entrambi distesi sul fondo del letto, nella camera nella quale era stata trovata la signorina L’Espanaye. Il corpo della giovane era tutto contuso ed escoriato, particolarità spiegate a sufficienza dall’introduzione nel camino. Il collo presentava gravi lesioni. Proprio sotto il mento si riscontravano diverse profonde graffiature, nonché una quantità di macchie livide, evidentemente prodotte dalla pressione delle dita. Il volto era orribilmente scolorato e i globi oculari uscivano dalle orbite; la lingua era stata morsa fin quasi ad attraversarla. Nel punto corrispondente al cavo dello stomaco spiccava una grande ecchimosi, prodotta, apparentemente, dalla pressione di un ginocchio. A giudizio del dott. Dumas, la signorina L’Espanaye era stata strangolata da una o più persone sconosciute. Il cadavere della madre era orrendamente mutilato. Tutte le ossa della gamba sinistra e del braccio sinistro erano più o meno frantumate, come pure le costole dello stesso lato. Tutto il corpo era coperto di lividure e scolorato. È impossibile dire come siano state prodotte queste lesioni. Una pesante mazza di legno, una larga sbarra di ferro, una sedia, in una parola, qualsiasi arma voluminosa, pesantissima e contundente avrebbe potuto produrre effetti simili, purché maneggiata da un uomo straordinariamente robusto. Nessuna donna, quale che fosse stata l’arma, avrebbe potuto vibrare simili colpi. La testa dell’uccisa, quando la vide il teste, era completamente separata dal tronco, e, come questo, presentava gravi fratture. Evidentemente il collo era stato reciso con uno strumento affilatissimo, molto probabilmente un rasoio. Alexandre Etienne, chirurgo, fu chiamato contemporaneamente al dott. Dumas per esaminare i cadaveri e ne conferma la testimonianza. Nonostante che siano state interrogate parecchie altre persone, non è stato possibile ricavare alcun’altra informazione utile. A Parigi non è mai stato commesso un omicidio altrettanto misterioso o altrettanto incomprensibile nei suoi particolari, se pure si tratta veramente di un omicidio. La Polizia brancola assolutamente nel buio, cosa insolita in casi di questo genere. Certo però non esiste neppur l’ombra di un « indizio ». L’edizione serale del giornale informava che nel Quartiere di San Rocco perdurava una viva agitazione; che il teatro del misfatto era stato accuratamente esaminato un’altra volta e i testimoni interrogati di nuovo, ma che tutto ciò non aveva dato nessun risultato. Peraltro un poscritto annunciava che Adolphe Le Bon era stato arrestato e passato alle carceri, sebbene nulla risultasse a suo carico oltre i fatti già noti. Dupin parve interessarsi singolarmente al corso di questo affare, almeno a quanto mi fu dato di giudicare osservando i suoi modi, giacché egli non aveva fatto alcun commento. Soltanto quando ebbe letto la notizia dell’arresto di Le Bon, mi chiese che cosa pensassi di quel delitto. Non potevo dirgli altro se non che ero d’accordo con tutta Parigi nel considerarlo un mistero insolubile e che non vedevo in quai modo sarebbe possibile di rintracciare l’assassino. — Non dobbiamo giudicare se esiste un modo possibile — disse Dupin — in base alle risultanze di un’istruttoria embrionale come questa. La Polizia parigina, di cui tanto si esalta l’acume, è molto astuta, ma nulla più. Nel suo modo di procedere non c’è metodo, tranne il metodo del momento. Fanno un grande sfoggio di provvedimenti; ma non è raro il caso che questi siano tanto poco appropriati allo scopo da far pensare a Monsieur Jourdain, che chiede la veste da camera pour mieux entendre la musique. Non di rado ottengono risultati sorprendenti; ma dovuti, la più parte, soltanto alla diligenza e all’attività. Quando queste facoltà non bastano i loro piani falliscono. Vidocq, per esempio, era bravissimo a indovinare ed era dotato di una grande perseveranza; ma la sua intelligenza non aveva ricevuto un’educazione sufficiente e per conseguenza l’ardore stesso che metteva nelle sue investigazioni lo conduceva continuamente fuor di strada. Il suo potere visivo era ridotto perché egli guardava l’oggetto troppo da vicino; riusciva forse a vedere con una precisione eccezionale un punto o due, ma nel contempo perdeva inevitabilmente la visione complessiva del problema. A volte si può essere troppo profondi. La verità non è sempre in fondo a un pozzo; anzi, per quanto riguarda le nozioni più importanti, io la ritengo, invariabilmente superficiale. L’oscurità sta nelle vallate dove noi andiamo a cercarla, e non sulle vette dov’essa si trova. Un esempio tipico degli aspetti e delle cause di questo genere di errori ci è fornito dall’osservazione dei corpi celesti. Se gettiamo su una stella un’occhiata rapida, se la guardiamo obliquamente, volgendo nella sua direzione la parte laterale della retina, molto più sensibile di quella centrale a una luce debole, vedremo distintamente la stella e avremo la più esatta valutazione della sua luminosità. Questa si attenua progressivamente, a mano a mano che indirizziamo in pieno la nostra visione su di essa. In questo caso il numero di raggi che colpiscono l’occhio è maggiore; ma nel primo esiste una facoltà di comprensione più affinata. L’eccesso di profondità imbarazza e indebolisce il pensiero; e con un esame troppo intenso, troppo concentrato, troppo diretto, si riesce a far scomparire dal firmamento anche Venere. Quanto a questo delitto, esaminiamo le circostanze per conto nostro prima di emettere un’opinione. L’indagine sarà divertente (quest’epiteto, applicato a un caso come quello, mi parve strano; tuttavia non dissi nulla); inoltre Le Bon mi ha reso un servigio di cui gli conservo riconoscenza. Andremo sul posto, a vedere coi nostri occhi. Conosco G..., il Prefetto di Polizia, e otterremo facilmente l’autorizzazione necessaria. Infatti l’autorizzazione ci fu concessa e ci recammo immediatamente nella Rue Morgue. È una di quelle miserabili viuzze tra la Rue Richelieu e la Rue Saint Roch. Vi giungemmo nel tardo pomeriggio, poiché quel quartiere è molto lontano da quello dove era situata la nostra abitazione. Trovare la casa non fu difficile, perché c’era ancora una quantità di gente che dalla parte opposta della strada stava a contemplarne, con una curiosità oziosa, le finestre chiuse. Era una casa come ce ne sono tante a Parigi, con un androne, su un lato del quale c’era una guardiola munita di uno sportello scorrevole a vetri, destinata al portiere. Prima di entrare risalimmo la via, svoltammo in un vicolo laterale, indi, svoltando di nuovo, ci trovammo sul lato posteriore della casa. Dupin intanto esaminava non solo la casa ma tutto il vicinato, con un’attenzione minuziosa di cui non riuscivo a vedere lo scopo. Tornati sui nostri passi, ci ritrovammo davanti alla facciata dello stabile; sonammo alla porta, mostrammo la nostra autorizzazione e gli agenti di servizio ci lasciarono entrare. Salimmo fino alla stanza netta quale era stato trovato il corpo della signorina L’Espanaye e nella quale giacevano ancora i due cadaveri. Come si suol fare in simili casi, il disordine che vi regnava era stato rispettato. Per mio conto non vidi nulla più di quanto era stato descritto dalla Gazette des Tribunaux. Dupin esaminò scrupolosamente tutto quanto, compresi i cadaveri delle vittime. Passammo poi nelle altre stanze e nel cortile, sempre accompagnati da un gendarme. L’esame si prolungò tanto, che quando lasciammo la casa era già notte. Sulla via del ritorno il mio amico entrò per qualche minuto negli uffici di un giornale.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD