La sepoltura di Roger Malvin di
Nathaniel HawthorneUno dei pochi episodi della guerriglia contro gli indiani, che naturalmente ci appaia in un alone romantico, fu la spedizione intrapresa nel 1725 per difendere le frontiere, che culminò nella memorabile battaglia di Lovell. L’immaginazione, avendo opportunamente lasciato in ombra alcuni particolari, può oggi trovare un oggetto degno di ammirazione nell’eroismo di una piccola schiera che ingaggiò battaglia contro un avversario due volte superiore, e nel cuore stesso del territorio nemico. L’aperto coraggio mostrato dalle due parti si conformò in pieno ai più civili ideali di valore, e la stessa cavalleria potrebbe, senza arrossire, celebrare le imprese di due o tre di quei soldati. La battaglia, sebbene fatale a quelli che vi presero parte, non fu priva di utili conseguenze per il paese, perché valse a fiaccare la forza di una tribù, e inaugurò una pace che durò parecchi anni. La storia e la tradizione si sono mostrate singolarmente diligenti nel ricordare questo episodio, e il capitano di una pattuglia in avanscoperta, costituita da pionieri, ha conseguito una fama militare paragonabile a quella di molti capi che guidarono alla vittoria migliaia di soldati. Sebbene i nomi veri siano stati sostituiti da nomi fittizi, alcuni degli episodi riferiti nelle pagine seguenti verranno riconosciuti da coloro che dalla bocca dei vecchi abbiano udito narrare il fato di quei pochi combattenti, che ebbero la ventura di poter ritornare dalla battaglia di Lovell.
* * *
I primi raggi del sole illuminavano lieti le vette degli alberi, sotto i quali la notte precedente, s’erano distesi a riposare due soldati stanchi e feriti. Il loro letto di secche foglie di quercia si trovava su un piccolo spiazzo, ai piedi di una roccia, che sorgeva verso la sommità di una di quelle gentili colline, che variavano, in quel punto, l’aspetto del terreno.
La massa di granito, che estolleva la sua levigata superficie pianeggiante quindici o venti piedi al di sopra dei loro capi, poteva far vagamente pensare a una gigantesca pietra tombale, sulla quale le venature sembravano aver tracciato un’iscrizione in caratteri misteriosi. Un giovane, vigoroso querciolo sorgeva accanto ai viandanti.
La grave ferita del più anziano gli aveva probabilmente impedito di dormire perché, non appena il primo raggio di sole illuminò la vetta dell’albero più alto, egli si rizzò faticosamente dal giaciglio per mettersi seduto.
Le profonde rughe che gli solcavano il viso, le ciocche grige dei capelli indicavano che aveva ormai superato la maturità, ma la sua corporatura muscolosa, non fosse stato per la grave ferita ricevuta, gli avrebbe permesso di sostenere ogni fatica, come si trovasse nel primo rigoglio della virilità. Languore ed esaurimento avevano ora lasciato un’impronta sul volto smunto, e lo sguardo di disperazione lanciato per le profondità della foresta rivelava un’intima convinzione che il suo terreno pellegrinaggio era ormai prossimo alla fine. Poi volse gli occhi verso il compagno, che gli era steso al fianco. Il giovane, poiché non aveva quasi ancora attinto l’età virile, il capo posato sul braccio, giaceva immerso in un sonno irrequieto, che gli spasimi prodotti dalla sua ferita parevano, ogni istante, sul punto di interrompere. Con la destra stringeva un moschetto e, a giudicare dalle violente contrazioni del volto, il sonno doveva richiamargli in mente il ricordo del conflitto, al quale era sopravissuto con altri pochissimi. Un urlo, profondo e sonoro nella sua sognante fantasia, si tradusse in un fioco murmure sulle labbra, ma, sobbalzando anche a un così lieve suono della propria voce, egli di colpo si destò.
Il primo atto che compì, non appena si fu raccapezzato, fu di informarsi con ansia sulle condizioni del suo compagno ferito. Questi scosse la testa.
— Reuben, ragazzo mio, — esclamò — questa roccia, sotto la quale ci siamo distesi, fungerà da lapide tombale per un vecchio cacciatore.
Dovremmo ancora percorrere miglia e miglia di cammino per una minacciosa foresta, mentre ben poco mi gioverebbe che il fumo del mio camino salisse in aria subito dietro la collina, che vediamo laggiù. La pallottola indiana è stata ben più fatale di quanto mi pensassi.
— Siete stanco, dopo un cammino di tre giorni, — rispose il giovane — ma un riposo un po’ più lungo vi rimetterà in forze. Restatevene dunque seduto qui, mentre io m’aggirerò per i boschi a cercare le erbe e le radici che devono essere il nostro cibo. Quando avrete mangiato vi appoggerete su me, e tutti e due muoveremo insieme verso casa. Sono sicuro che, con il mio aiuto, riuscirete a raggiungere una delle guarnigioni di frontiera.
— Non mi rimangono due giorni di vita, Reuben, — replicò l’altro con calma — e io non voglio più a lungo gravarti del mio inutile peso, quando tu riesci a stento a tenerti in piedi. Le tue ferite sono gravi, la forza ti abbandona rapidamente, ma se ti affretti da solo, può darsi riesca a salvarti. Per me invece non v’è più speranza, e tanto vale attender qui la morte.
— Se così stanno le cose, io rimarrò a vegliarvi — dichiarò Reuben in tono deciso.
— No, figlio mio, no — rispose il vecchio. — Il desiderio di un moribondo devi obbedirlo: stringimi dunque la mano un’ultima volta e vattene. Credi forse che i miei ultimi momenti mi sarebbero alleviati dal pensiero che ti lascio a morire d’una più lenta morte? Ti ho voluto bene come un padre, Reuben, e in un momento come questo dovresti riconoscermi l’autorità di un padre. Ti ingiungo pertanto di andartene, ché possa morire in pace.
— E appunto perché voi mi siete stato un padre dovrei io lasciarvi morir solo, abbandonarvi insepolto in questa foresta? — esclamò il giovane. — No, se la vostra fine è veramente così prossima io resterò ad assistervi, e riceverò le vostre ultime parole. Infine scaverò una fossa qui, presso questa roccia, dove, se la mia debolezza ha la meglio sulle mie forze, riposeremo tutti e due insieme. Se invece il Cielo me lo concede, cercherò di tornare a casa.
Nelle città dove vivono gli uomini — rispose l’altro — si seppelliscono i morti sotto terra, li si nascondono alla vista dei viventi, ma qui, dove nessun uomo passerà forse mai, per centinaia d’anni, perché non potrei, dormire sotto il libero cielo, e venir coperto dalle secche foglie di quercia, che i venti dell’autunno mi stenderanno sopra? E in quanto a ricordo funebre, ecco questa grigia roccia, sulla quale la mia mano moribonda inciderà il nome di Roger Malvin. E un viandante, nei giorni futuri, potrà così sapere che qui dorme un cacciatore e un soldato. Perciò non attardarti oltre, per una follia come questa, ma affrettati, vattene, se non per te, per lei, almeno, che ne sarebbe, altrimenti, così desolata!
Malvin pronunciò queste ultime parole con voce rotta e incerta, ma il loro effetto si manifestò chiaramente sul volto del compagno. Perché esse gli ricordavano altri, e meno discutibili doveri, che quello di condividere il fato di un uomo, cui neppure con la sua morte avrebbe potuto giovare. Né si può affermare che un senso di egoismo non si insinuasse allora nel cuore di Reuben, sebbene la sua coscienza l’obbligasse a resistere, con anche maggior impegno, alle esortazioni del compagno.
— Come è terribile attendere il lento approssimarsi della morte, in questa solitudine! — esclamò. — Un uomo coraggioso non ha paura di una battaglia; circondata dagli amici che si affollano intorno al letto, anche una donna sa morire tranquilla, ma qui...
— Io non avrò paura neppur qui, Reuben Bourne, — lo interruppe Malvin. Il mio cuore non è debole, e quand’anche mi venisse meno, posso sempre contare su un aiuto, ben più sicuro di quello dei miei amici mortali. Tu sei giovane, e la vita ti è cara. I tuoi ultimi istanti avrebbero bisogno di ben maggior conforto che non i miei, e quando tu m’avessi sepolto, e ti trovassi solo, e la notte calasse sulla foresta, avvertiresti tutta l’amarezza della morte, che adesso sei ancora in grado di evitare. Ma io non voglio tentare la tua generosa natura con motivi egoistici. Lasciami, invece, per amor mio, affinché, dopo aver recitato una preghiera perché tu torni a casa sano e salvo, io possa avere il tempo di sistemare i miei conti, senza venir turbato da mondane afflizioni.
— E vostra figlia... Come oserò guardarla negli occhi? — esclamò Reuben. — Mi chiederà che ne sia stato di suo padre, la cui vita io le avevo promesso di difendere con la mia propria. Dovrò dunque dirle che, dopo aver errato tre giorni in sua compagnia, per allontanarlo dal campo di battaglia, l’ho poi abbandonato, l’ho lasciato morire solo, in questa solitudine? Non sarebbe meglio stendermi accanto a voi, e accanto a voi morire, che tornar sano e salvo e dire questo a Dorcas?
— Di’ a mia figlia — gli rispose Roger Malvin — che, sebbene tu fossi gravemente ferito, e debole e stanco, tu hai sorretto i miei incerti passi per miglia e miglia, e poi mi hai abbandonato, solo per obbedire alle mie più ferventi suppliche, perché non volevo macchiarmi del tuo sangue. Dille ancora che, tra i dolori ed i pericoli, tu mi sei rimasto sempre leale, e che se la tua vita fosse stata in grado di salvarmi, tu l’avresti volentieri sacrificata, e dille ancora che tu sarai per lei qualcosa di ben più caro di un padre, e che le mie benedizioni vi accompagnano, e i miei occhi moribondi possono intravedere un lungo e felice cammino, per il quale voi due procederete insieme.
Nel pronunziare queste parole Malvin riuscì quasi ad alzarsi a sedere, e l’energia delle ultime frasi parve riempire la selvaggia e solitaria foresta con una visione di felicità. Ma quando esausto ricadde sul letto di foglie, la luce, che era riuscita a far brillare negli occhi di Reuben, si spense. Aveva l’impressione che fosse un delitto e una follia pensare alla felicità in momenti come quelli. Il compagno notò il mutamento su quel volto e cercò, con generosi artifizi, di indurlo a mettersi in salvo.
— Può anche darsi che m’inganni nel prevedere il tempo che mi resta da vivere — riprese. — Può ben darsi che, con un pronto soccorso, riesca ancora a guarire della mia ferita. I primi che sono fuggiti devono ormai aver recato novelle della nostra fatale battaglia ai posti di frontiera, donde senza dubbio saranno partite pattuglie per soccorrere quelli che si trovano nelle nostre condizioni. Dovessi tu imbatterti in una di queste pattuglie, e guidarmela qui, chi può dire elle io non riesca un giorno ad assidermi nuovamente al mio focolare?
Un mesto sorriso errò fugace sul volto dell’uomo moribondo, mentre cercava di insinuare quell’assurda speranza, la quale tuttavia non manco di sortire un qualche effetto su Reuben. Un motivo egoista, o anche la desolata condizione in cui si sarebbe trovata Dorcas, non avrebbero po-loto da soli indurlo ad abbandonare il suo compagno in tali frangenti; ma i suoi desideri si afferrarono all’illusione che la vita di Malvin poteva forse ancora venir salvata, e la sua impetuosa natura trasformò quasi in certezza la remota possibilità di procurare un umano ausilio al moribondo suo compagno.
— Senza dubbio c’è motivo, c’è fondato motivo di sperare che i nostri amici non siano troppo lontani — dichiarò a mezza voce. —
Al principio della battaglia un vigliacco è scappato, illeso, e con ogni probabilità deve aver corso rapidamente. Ogni uomo della frontiera imbraccerà subito il moschetto, non appena sente una simile notizia, e sebbene nessuna pattuglia possa tanto inoltrarsi nei boschi da giungere sino a questo punto, può ben darsi che, dopo un giorno di cammino, mi imbatta in una di esse. Ma voi datemi un consiglio giusto — soggiunse, rivolgendosi a Malvin, come dubitasse dei suoi propri motivi.
— Se vi trovaste voi nella mia situazione, mi abbandonereste mentre sono ancora in vita?
— Sono ormai vent’anni — rispose Roger Malvin, sospirando tuttavia, mentre nel suo intimo doveva riconoscere la profonda diversità tra i due casi — sono ormai vent’anni da quando riuscii a sfuggire con un mio caro amico dagli indiani, che ci tenevano prigionieri presso Montreal. Giorni e giorni viaggiammo attraverso i boschi, finché, spossato dalla fame e dalla stanchezza, il mio amico si stese per terra e mi supplicò di abbandonarlo, ben sperando che, se gli fossi rimasto accanto, saremmo morti ambedue, e io, sebbene nutrissi scarsa speranza di ottenere soccorso, preparai un guanciale di foglie secche sotto la sua testa, e mi allontanai.
— E siete tornato in tempo per salvarlo? — chiese Reuben, pendendo dalle labbra di Malvin, quasi dovessero profetizzare la sua eventuale buona riuscita.