Prefazione
prefazione
1 – Algernon Blackwood, ritratto di un gentleman solitario
Algernon Henry Blackwood nacque il 14 marzo 1869 a Shooter’s Hill, oggi un distretto dell’area sudorientale di Londra incluso nel quartiere di Greenwich, ma al tempo facente parte della contea del Kent. Tra il 1871 e il 1880 abitò nella storica Crayford Manor House a Crayford, una cittadina del Kent. L’edificio verrà citato dallo scrittore nel romanzo A Prisoner in Fairyland (1913). Era figlio di Sir Arthur, un dirigente postale di buon cuore, ma dalla visione religiosa estremamente ristretta, esacerbata dalla conversione alla fede evangelica avvenuta durante la Guerra di Crimea, e di Harriet Montagu, di origine irlandese, vedova del sesto Duca di Manchester. Il padre aveva un comportamento estremamente autoritario nei confronti dei cinque figli. Tentò di impartire al giovane Algernon una rigida educazione, che il ragazzo evitò soltanto grazie agli studi presso cinque differenti istituti, che in seguito definì «le mie orribili scuole private», che lo tennero lontano da casa per anni.
Da ragazzo, venne mandato dai genitori a studiare in un’austera scuola diretta dai Fratelli Moravi, nella sperduta campagna tedesca. Nel volume autobiografico Episodes Before Thirty (1923), Blackwood descrisse l’atmosfera del luogo:
Quei chilometri di Foresta Nera che si srotolano verso lontane montagne violette, che balzano verso il cielo in grigi dirupi o che si muovono lente come il mare in onde titaniche, cantando sempre al vento, infestate da elfi e nani, e popolate da affascinanti leggende.
Forse fu proprio lì che il futuro scrittore sentì per la prima volta il richiamo di quel credo che avrebbe in seguito chiamato animismo, l’idea di una natura senziente nella quale ogni singolo oggetto possiede una propria vita spirituale. Già da adolescente, Blackwood dimostrò di possedere una spiccata sensibilità e un vivo interesse per l’occultismo e il soprannaturale, che lo spinse ad avvicinarsi all’induismo e alle dottrine teosofiche di Madame Blavatsky.
In seguito, ebbe una carriera lavorativa tra le più variopinte. Nel 1890, con in tasca soltanto la sua grande inesperienza del mondo e una rendita di cento sterline l’anno, si trasferì in Canada, dove lavorò dapprima come giornalista a Toronto e poi, una volta licenziatosi per noia, come agricoltore, operaio in un caseificio e infine gestore di un albergo per sei mesi. Il periodo trascorso cacciando alci nelle foreste dell’Ontario sarà d’ispirazione per il successivo racconto lungo Wendigo (The Wendigo), pubblicato per la prima volta nell’antologia The Lost Valley and Other Stories del 1910. Dal Canada, truffato e senza un dollaro in tasca, si trasferì nel 1892 a New York, dove alloggiò presso la pensione della signora Bernstein sulla Diciannovesima Est, instaurandovi importanti amicizie. Mangiava patate fritte, strisce di salsiccia di fegato speziata su pezzetti di pane e beveva birra a pochi centesimi. Fu un assiduo frequentatore di un banco dei pegni sulla Terza Avenue, dove era solito riscattare il proprio cappotto quando cominciava a fare troppo freddo per farne a meno. Imparò a suonare il violino e fece uso di morfina. Trovò quell’allontanamento forzato dalla natura quasi intollerabile e l’indifferenza alla bellezza degli abitanti della Grande Mela incomprensibile.
Nella metropoli svolse le professioni di cronista principiante per il New York Evening Sun, modello, barista, segretario personale di un banchiere, uomo d’affari, insegnante di violino e infine giornalista per il New York Times. Purtroppo, fallì in tutto. Sebbene durante i difficili anni americani Blackwood non abbia scritto praticamente nulla, la sua carriera artistica gettò le proprie radici proprio in quella sgangherata pensione sulla Diciannovesima. Indigente al punto da dover impegnare i propri abiti e senza nulla da fare, prese gusto nel raccontare agli amici storie bizzarre, improbabili e fantastiche. Nelle opere di Blackwood si ritrovano moltissimi elementi autobiografici: esperienze di vita, luoghi visitati, persone incontrate da giovane. I protagonisti sono degli autoritratti appena velati e le situazioni bizzarre di quell’universo immaginario sono nella maggior parte dei casi domande rivolte a se stesso. La materia prima era già tutta lì.
Nel 1899, preda di un’intensa nostalgia di casa, fece ritorno in madrepatria, ma non vi rimase a lungo. Visitò gran parte dell’Europa viaggiando in Italia, Francia, Spagna, Austria, nei Paesi Balcanici e in Svezia. Trascorse l’estate del 1900 e quella successiva in canoa sul Danubio, esperienza che costituì la base per il racconto lungo I salici (The Willows, 1907). In seguito all’esplosione della Grande Guerra, si arruolò volontario nel servizio di soccorso sul campo e dall’agosto del 1916 prestò servizio presso Holmbury House, nella contea inglese del Surrey, dimora del presidente del Servizio Belga di Ambulanze sul Campo, William Joynson-Hicks. In quell’occasione gli venne proposto di collaborare con i servizi segreti olandesi, ma rifiutò a causa della totale mancanza di conoscenza della lingua. Gli venne quindi offerta la possibilità di prendere servizio in Svizzera, data la conoscenza del francese e del tedesco. Accettò e mantenne quel ruolo per sei mesi, raccontando in seguito:
Era un lavoro abominevole. Detestavo fingermi qualcun altro, comunicare in codice, cambiare treno per assicurarmi di non essere seguito e imparare un’altra dozzina di trucchi da scolaretto.
Nel 1918 lavorò per la Croce Rossa come ricercatore presso l’Ufficio Britannico della Croce Rossa per le Ricerche dei Feriti e Dispersi a Rouen, nel nord della Francia: un lavoro estenuante, dedicato alla ricerca quotidiana di decine di migliaia di soltati dispersi sul fronte. Nel 1918 venne inviato nuovamente in Svizzera per affiancare i servizi segreti, ma fece ritorno a casa a ottobre dello stesso anno, poche settimane prima dell’armistizio.
Ormai quarantenne, dopo tanto peregrinare, si stabilì in via definitiva in Svizzera. Non si sposò mai, desideroso a quanto pare di quella libertà che la campana di vetro in cui era stato tenuto durante l’infanzia gli aveva negato. Gli amici lo ricordano come un abile umorista e intrattenitore, curioso e affascinante. Era tanto un tipo solitario, quanto un’ottima compagnia.
Fu un grande amante della natura e molte delle sue storie trovano terreno fertile in questa passione. La vita di Blackwood, infatti, è presente nella propria opera letteraria molto meglio di quella di qualunque altro autore di storie dell’orrore. Al pari dei protagonisti solitari, ma dalla natura ottimista, lui stesso fu un connubio di misticismo e amore per la vita all’aria aperta. Quando non era immerso in ricerche occulte, tra le quali il buddismo e il rosacrocianesimo, era impegnato di norma in attività quali lo sci, l’alpinismo o le escursioni. Per soddisfare il proprio interesse nel soprannaturale si unì al The Ghost Club, un’organizzazione dedita alla ricerca e all’investigazione sul paranormale fondata a Londra nel 1862. è ancor oggi attiva, ritenuta la più antica associazione di questo genere nel mondo. Per lo stesso motivo, divenne membro della società segreta e occulta nota come Ordine Ermetico dell’Alba Dorata, di cui fece parte anche lo scrittore gallese Arthur Machen, suo contemporaneo. Le tematiche legate alla cabala influenzarono il romanzo The Human Chord (1910).
Per tutta la vita scrisse occasionalmente dei saggi per diversi periodici. Dopo il ritorno in Inghilterra nel 1899, iniziò a scrivere storie soprannaturali e dell’orrore che ebbero enorme successo e lo resero uno tra gli autori più famosi dell’epoca. Scrisse oltre duecento racconti, dieci antologie e quattordici romanzi, diversi libri per bambini e svariati testi teatrali, molti dei quali furono messi in scena ma mai pubblicati. Aveva l’abitudine di scrivere moltissime storie brevi, che pubblicava sui giornali con scarso preavviso, al punto che lui stesso ne perse conto e traccia. Grazie alle doti di intrattenitore divenne nel 1934 un conduttore radiofonico, adattando e leggendo i propri racconti, e nel 1948 un pioniere della televisione nel programma Saturday Night Story, trasmesso dalla bbc, in cui narrava in quindici minuti una nuova storia soprannaturale.
Anche se Blackwood ha scritto numerose storie dell’orrore, il suo scopo spesso non è generare terrore, bensì suscitare meraviglia. È considerato, tra l’altro, uno dei fondatori del genere letterario dei detective dell’occulto, grazie al personaggio John Silence, intrepido investigatore dell’incubo che affronta di volta in volta licantropi, spettri, satanisti e demoni. In una lettera a Peter Penzoldt, autore del saggio The Supernatural in Fiction (1952), uno dei migliori studi critici sulla narrativa del soprannaturale, Blackwood scrisse:
Credo che il mio principale interesse siano gli indizi e le prove circa l’esistenza di altri poteri che giacciono celati in ciascuno di noi: in altre parole, l’estensione delle facoltà umane. Pertanto, la maggior parte delle mie storie tratta l’estensione della coscienza: un’analisi speculativa e fantasiosa di possibilità al di fuori della comune portata della nostra coscienza… Inoltre, tutto ciò che accade nell’universo è naturale, consono alla Legge. Ma un’estensione della nostra così limitata, normale consapevolezza, può rivelare poteri nuovi, fuori dall’ordinario… E la parola soprannaturale sembra la migliore per trattare di essi in narrativa. Credo che per la nostra coscienza sia possibile mutare e accrescersi e che, con questo cambiamento, potremmo divenire consapevoli di un nuovo universo. Un cambiamento nella coscienza, nella sua natura, intendo dire, è qualcosa di più di una mera estensione di ciò che già possediamo e conosciamo.
La sua produzione ebbe notevole influsso su altri autori a lui contemporanei e successivi. Lo stesso H.P. Lovecraft lo annoverò tra i moderni maestri dell’orrore, celebrandolo con termini assai lusinghieri nel saggio L’orrore soprannaturale in letteratura (Supernatural Horror in Literature, 1927). I personaggi di Thomas Carnacki, l’investigatore dell’occulto creato dall’autore inglese William Hope Hodgson, e del dottor Miles Pennoyer, uscito dalla penna della scrittrice Margery Lawrence, furono in parte ispirati proprio da John Silence, protagonista di diversi racconti di Blackwood. Anche autori del calibro di George Allan England, H. Russel Wakefield, Elizabeth Louisa Moresby, Frank Belknap Long e Ramsey Campbell subirono il suo potente fascino e la sua influenza. Non ne fu immune nemmeno il grande J.R.R. Tolkien, che ammise di essersi ispirato a una storia di Blackwood nell’ideare il termine Cracks of Doom, la Voragine del Fuoco celata sotto il Monte Fato in cui Sauron forgiò l’Unico Anello. Di recente, la pluripremiata autrice irlandese Caitlín R. Kiernan ha ammesso che il romanzo La soglia. Una storia dalla notte dei tempi (Threshold, 2001) è basato sul capolavoro di Blackwood, I salici, più volte citato nel testo. Ma, forse più di ogni altro, fu August Derleth a risentire della sua opera quando scrisse il breve racconto Ithaqua (1941), basato su Wendigo, dando vita alla figura di uno dei Grandi Antichi più noti e presenti in letteratura, che farà in seguito la propria comparsa più volte nella saga Titus Crow di Brian Lumley.
Blackwood morì, dopo numerosi arresti cardiaci, ufficialmente il 10 dicembre 1951 per una trombosi cerebrale aggravata dall’arteriosclerosi. Fu cremato al Golders Green Crematorium di Londra, uno dei più antichi forni crematori dell’intera Gran Bretagna. Poche settimane più tardi, il nipote prese con sé le sue ceneri e le sparse presso il Passo di Saannenmöser, sulle Prealpi Svizzere, tra le montagne che Blackwood aveva amato per più di quarant’anni.
2 – Il Wendigo, dal mito alla letteratura
Nel folklore Algonchino, con il termine wendigo, o windigo (derivante dal termine proto-algonchino *wi·nteko·wa, il cui significato è con tutta probabilità “ululato”), si è soliti indicare una creatura mitologica o uno spirito malvagio originario delle foreste settentrionali degli Stati Uniti e del Canada, nella regione dei Grandi Laghi. In talune occasioni viene descritto come una creatura umanoide, in altre come uno spirito capace di possedere i corpi degli esseri umani e di renderli parodie mostruose di se stessi. Dà corpo a diverse paure e tabù sociali: la violenza, la fame insaziabile, gli eccessi e il cannibalismo.
Questa creatura fa parte di un complesso sistema di credenze derivanti da diversi popoli Nativi Americani di lingua algonchina, tra cui le tribù Cree, Innu e Chippewa. A dispetto delle varianti locali, il wendigo è sempre descritto come un essere soprannaturale malvagio e divoratore di uomini, associato all’inverno, al gelo, ai luoghi desolati e alla fame. Magro ed emaciato, dal colorito cinereo e con occhi infossati nelle orbite, ricorda un cadavere – a volte enorme - emerso dal sepolcro, maleodorante di morte e decomposizione. Mai sazio, è perennemente in caccia di nuove vittime e inarrestabile.
Wendigo di Algernon Blackwood è un racconto sull’ignoto: non solo sul mistero rappresentato dalle dicerie circa creature in agguato nella natura selvaggia, ma soprattutto sulla pura e semplice angoscia scatenata da un viaggio in una landa inesplorata, dove si può fare affidamento soltanto sul proprio ingegno. È anche una storia di mostri: chi, o che cosa, attende nascosto tra gli alberi secolari? Ma è, più di ogni altra cosa, un thriller psicologico, una storia di uomini e della magia che il richiamo delle terre selvagge può esercitare su di loro, al punto da condurli verso un destino infausto.
Blackwood ha l’indiscusso merito di aver dato vita a un’opera che possiede tre differenti chiavi di interpretazione, splendidamente bilanciate tra loro: una storia dell’orrore, un viaggio spirituale e un ritratto psicologico di cinque uomini dell’epoca alle prese con una natura sconosciuta e indomabile. Perché Wendigo parla a tutti noi della spaventosa incapacità umana di mantenere saldo il controllo sul mondo esterno e sul nostro universo interiore.
Il racconto di Blackwood ha avuto grande influenza nel successivo sviluppo letterario e cinematografico della figura orrorifica del wendigo. L’autore americano August Derleth, grazie ai racconti La cosa che camminava nel vento (The Thing that Walked in the Wind, 1933) e Ithaqua (1941), ebbe il merito di far ascendere la creatura al blasfemo olimpo dei Grandi Antichi lovecraftiani, tra i quali è annoverato lo stesso Grande Cthulhu. A sua volta, i racconti di Derleth ispirarono i celebri romanzi di Stephen King Pet Sematary (Pet Sematary, 1983) e La bambina che amava Tom Gordon (The Girl Who Loved Tom Gordon, 1999).
Queste opere finirono per dar vita al moderno ritratto del Wendigo, mettendo in ombra l’originale figura folkloristica. Ma la sua presenza non è limitata alla sola narrativa: il wendigo è apparso anche tra le pagine di diversi fumetti, da diversi albi pubblicati dalla Marvel Comics al n° 5 di Maxi Tex (Nei territori del Nord Ovest, Milano, Sergio Bonelli Editore, 2001), come pure in alcuni videogiochi e in molti film e serie televisive, dimostrando quanto eterno sia il fascino che questa creatura soprannaturale continua a esercitare sugli appassionati dell’orrore e non.
Matteo Zapparelli Olivetti
wendigo