7Sono un deficiente
“Sì, sei un deficiente, Cardo”.
Non chiedo spiegazioni.
In parte perché sono davvero convinto di essere un deficiente, e in parte perché in ogni caso Ribò non mi risponderebbe. Ormai lo conosco. Lui non parla. Lui pensa, sfiora i suoi baffi da Gengis Khan, e ogni tanto un frammento isolato di pensiero emerge dal silenzio, come il borbottio di uno che sogna, ma non è una risposta. Lui non è mai in contatto con te che lo ascolti e che gli stai parlando. Con lui è inutile cercare di dialogare, non ti sente nemmeno. Lascio che continui ad innaffiare le sue piante e mi guardo le unghie, più nere del solito, non sapendo bene che cosa fare.
Sono tornato ieri da Venezia e appena ho potuto mi sono precipitato a casa di Ribò per raccontargli tutto e per sentire la sua opinione di ex poliziotto su questa storia, sul quadro del Carpaccio e sul tentativo di farmi fuori.
Ribò non era in casa quando sono arrivato da lui e allora mi sono seduto sul parapetto del Lungopò, proprio sopra i Murazzi, e ho aspettato di vederlo entrare nel portone di via Maria Vittoria. Poi, verso mezzanotte, è arrivato, l’ho salutato (lui no, lui non saluta, chissà perché), mi ha fatto cenno di seguirlo e siamo saliti al terzo piano, nel suo appartamento, dove ho rivisto il camaleonte che gli ho dipinto tempo fa, su una parete: il mio primo lavoro per Ribò... Avevo conosciuto Ribò al mio solito modo cazzuto: mi avevano fermato due suoi colleghi, o meglio, mi ero fermato da solo, vedendo la macchina della polizia, perché tanto sapevo da sempre di essere quello che viene beccato... Dunque mi fanno scendere, le solite cose, patente, libretto e via di seguito, e quando mi hanno chiesto che lavoro facevo, insospettiti dai miei vestiti lerci e chiazzati, ho detto loro che facevo i trompe-l’oeil. Ho dovuto addirittura spiegare che sono pitture che creano false prospettive, a quei bifolchi, e loro mi hanno detto che un collega della Scientifica cercava uno che gli dipingesse un camaleonte su una parete di casa... Detto, fatto, e il camaleonte è ancora qui. E qualche tempo dopo, proprio lui mi ha tirato fuori da un pasticcio di quelli... Adesso, comunque, Ribò non lavora più in polizia. Ha aperto un’agenzia di ricerche d’archivio o qualcosa di simile, non ho mai capito bene. Ma continua a tacere, continua a tenere la testa piegata da un lato, come i cavalli.
Dopo avergli raccontato tutto, attraverso in diagonale il suo studio, scarno come un rifugio antiaereo (non ho mai visto un rifugio antiaereo, ma lo immagino davvero privo di tutto) e mi affaccio alla finestra per vedere la folla che scende ai Murazzi, nella notte. A me, che conduco la vita del beato porco in una topaia, nel buio intorno a Stupinigi, nel silenzio rotto soltanto dalle contrattazioni fra Angela e i suoi clienti, tutto questo fermento appare inverosimile.
“Ma che ci vanno a fare, tutti, lì, a bordo del Po?”.
“Vanno a ubriacarsi” risponde Ribò, smentendo le mie più recenti riflessioni sulla sua selvatica natura di uomo che non risponde mai.
“E c’è bisogno di ammucchiarsi, per ubriacarsi?”.
“I sempliciotti hanno sempre bisogno di stare con gli altri. Da soli, i sempliciotti hanno la sensazione di non esistere”.
“Ma come fa uno a sapere se è un sempliciotto oppure no?” chiedo, in uno slancio filosofico che non mi appartiene, tanto per sapere come devo considerarmi, ai suoi occhi.
Nessuna risposta. Ma non importa. Ribò mi ha appena confermato che sono un deficiente, e quindi è probabile che io non sia un sempliciotto, a patto che una tipologia escluda l’altra, ma non è detto e non oso chiederglielo. Magari sono sia deficiente, sia sempliciotto, chi lo sa. E poi, a pensarci bene, io sono sempre solo, e soprattutto voglio e cerco di essere solo il più possibile, e poi sto alla larga dagli esseri umani, anche se ogni tanto mi apparto per qualche minuto con Angela, ma soltanto quando ho in tasca i quattrini giusti da spendere su di lei (sì, su di lei, avete capito bene...). Quindi, se sto bene da solo forse non sono un sempliciotto. Boh.
“Sì, sei un deficiente, Cardo” riprende Ribò, come se mi avesse letto nel pensiero.
“Nessuno è perfetto...” tento di replicare.
“Ti ho detto mille volte che il silenzio è sempre più importante della parola. Di ogni parola. Accade molto ma molto di rado che parlare sia meglio che tacere. E non accadrà mai a te. Dovevi stare zitto, ecco tutto”.
Già, questo lo avevo capito anch’io. Non era il caso che venissi da lui per saperlo.
Lo so che tutto nasce da quella porca frase che ho detto al bastardo faccia-da-pompelmo che se ne stava lì a sorvegliare le tele di Carpaccio, a Venezia.
“Allora” riprende Ribò “se ho capito bene, le cose sono andate così. Sei entrato nella Scuola degli Schiavoni, hai pagato il biglietto al tizio che stava al banchetto di ingresso e sei andato a guardare il quadro, Sant’Agostino nello studio, del Carpaccio, di cui hai fatto la riproduzione a casa di quella tua cliente, Raffaella... Dopo aver fissato a lungo il quadro, hai fatto un giro per vedere le altre opere, San Giorgio e il drago e così via, ma dici che c’era qualcosa che non ti tornava...”.
“Sì, Ribò. Mentre guardavo il quadro di Sant’Agostino ho avuto come la sensazione di... non so, non proprio una vertigine, ma come un fastidio all’equilibrio... Allora ho fatto un giro, ho guardato le altre tele, e poi sono tornato da Sant’Agostino. Ho continuato a guardare il quadro e dopo un po’, di colpo, ho avuto una scossa. Mi sono avvicinato, per quanto possibile, e non ho più avuto dubbi: nella riproduzione di Raffaella, presa da un libro d’arte e da cui lei ha ricavato una diapositiva, la sabbia bianca della clessidra che compare sulla destra, in basso, in uno scaffale sotto il tavolo, è tutta nell’ampolla inferiore mentre lì, sul quadro che dovrebbe essere l’originale, c’era ancora un po’ di sabbia nella parte superiore della clessidra. Ho scrutato per un quarto d’ora quel dettaglio. Ho ripensato a ogni minimo colpo di pennello dato in casa di Raffaella, ricordando perfettamente che la clessidra che avevo dipinto io era del tutto svuotata, in alto... Poi, dopo aver rimuginato come un ruminante, biascicando in lungo e in largo il ricordo della clessidra, ho deciso che in fondo non me ne fregava davvero nulla della clessidra, del Carpaccio, di sant’Agostino e di tutti gli altri quadri del mondo. Così, ho girato la schiena al santo e sono andato verso l’uscita, deciso come non mai a stordirmi di ombre. Ma mentre passavo di fronte al crumiro che faceva da usciere non ho resistito e ho voluto far vedere, una volta nella vita, che valgo qualcosa... Mi sono avvicinato all’orecchio di quel tanghero e gli ho detto, sottovoce, che il quadro di sant’Agostino era falso, e che la cosa poteva saltare fuori, parola di esperto... Lui mi ha ringraziato e mi ha invitato a compilare il modulo dei reclami, e io, tutto allegro perché per la prima volta in tutta la mia porca vita potevo gonfiare il petto di orgoglio, ho riempito ben bene il modulo, ho scritto Riccardo Cardo, cascina diroccata di Stupinigi, e nel settore delle motivazioni ho scritto in stampatello ‘il quadro è falso, macachi’. Dieci minuti dopo, in campo Do Forni, mi è arrivata una botta in testa, e mi sono risvegliato mentre mi stavano gettando in acqua...”.
“Poi però te la sei cavata con un colpo di fortuna. E quando i due vogatori ti hanno riportato a Venezia, perché non hai pensato di andare dalla polizia?”.
“Vedi, Ribò, a quel punto avevo già capito di aver parlato troppo e non volevo combinare altri guai... Io, lo sai, se vado dalla polizia, vengo subito trattato da colpevole. Tutti, appena mi vedono, poliziotti, carabinieri, controllori del tram, guardie forestali, soldati, insomma tutti quelli che hanno una divisa pensano che sia io il delinquente. E allora ho pensato di parlarne prima con te. E poi tu eri un poliziotto, una volta, no?”.
Non risponde. Tiene la testa di lato, immobile. Dai Murazzi sale un brusio concitato e isterico, sghignazzi, rumore di bottiglie rotte.
“Sapresti riconoscerlo?” chiede Ribò.
“Chi?”.
“Il guardiano, idiota” bofonchia lui, facendo sparire gli occhi in dentro.
“Ma certo. Ti ho già detto che ha la faccia da pompelmo marcio, tonda e rosata... Io registro tutto ciò che vedo, lo sai. Non ho il cervello, quello no, ma gli occhi sì. Se no come farei a copiare?”.
“Bene; è chiaro che è stato il Pompelmo, o un suo amico, a stenderti, pochi minuti dopo la tua stupida bravata. Se non vuoi denunciare il fatto alla polizia devi tornare a Venezia, studiare le sue mosse, capire con chi sta, e perché teme così tanto che si sappia che il quadro è falso. Ammesso che sia davvero falso”.
“Certo che è falso: la clessidra...” grido.
“Sì, può essere, ma prima bisognerebbe essere sicuri che l’originale dipinto da Carpaccio abbia davvero la clessidra vuota nell’ampolla superiore. Non dimenticare che tu hai lavorato partendo da una riproduzione che consideri fedele al vero, fedele all’originale. Ma devi essere sicuro. Poi, se si accerta che nell’originale la clessidra è come dici tu, allora puoi tornare a Venezia e studiare la vita dell’usciere”.
“Ma io... Io a Venezia... Io non... Senti, Ribò, senti... Raffaella, la mia cliente, mi ha dato duemila euro. Io non so che farmene dei soldi. Ti assumo, andiamo a Venezia e conduci tu le ricerche, chiedi al Pompelmo che minchia vuole da me e perché mi ha fatto gettare in laguna. Ci stai?”.
Alle domande dirette lui non risponde.
Piega ancor più la testa di lato.
Capisco che quel gesto vuol dire sì, ma che ha bisogno di tempo per elaborare un piano, deve studiare il caso, verificare se la clessidra, nell’originale, era a fine corsa oppure no...
E adesso, comunque, posso essere certo che Ribò ha chiuso le comunicazioni. Lo so, lo conosco. Da questo momento in poi non parlerà più, non mi guarderà più, resterà immobile come una statua, anche fino a domani, senza dar segno di vita. Devo inventare qualcosa, anche se per me la cosa più difficile è proprio pensare. Io so fare gesti, dire scemenze, bere di un fiato un litro di birra, so scappare, so guardare il culo delle ragazze e magari cercare pure di lasciarci sopra le mie impronte digitali, ma pensare, pensare non è proprio affar mio. Mi manca la prospettiva, non riesco a immaginare il futuro, a modificarlo... Ho solo i sensi, l’ho già detto, come bussola personale per stare al mondo...
Poi, d’improvviso, arriva l’idea, così, senza segnali, inaspettata, fulminea, diretta, luminosa e lancinante come un infarto.
Cavo dalla tasca i soldi di Raffaella (io li porto sempre con me, i soldi, quando ne ho, non li lascio certo alle banche o ai topi, tanto chi vuoi che mi rapini: quando arrivo io sono gli altri che scappano) e li poso sul tavolo.
Poi, senza una parola, nello stile pietroso di Ribò, me ne vado.
Sarà lui a cercarmi.