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Doppio inganno al Valentino. Un intrigo tra Venezia e Torino

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Siamo alle solite, il Cardo non riesce proprio a starsene lontano dai guai. Colpa della sua lingua lunga e del suo menefreghismo. Del resto lui è il ‘modello base’, quello senza optional. Così, dovrà essere ancora una volta Ribò a tirarlo fuori da un intrigo che nasce fra le calli di Venezia e si sviluppa in un esclusivo circolo di canottaggio, al Parco del Valentino di Torino, con colpi di scena a ripetizione narrati in prima persona dal Cardo stesso, sulfureo, sgangherato e irriverente come sempre. Ed eccolo subito sott’acqua, mezzo annegato, e poi costretto a diventare uno schiavo muto con un collare antipulci al collo, e di nuovo catturato, picchiato dal Golem, per finire poi in un pozzo, nelle segrete di un castello… E tutto per colpa di un innocuo quadro. Mille rogne, insomma, ma anche mille risate, perché il Cardo, ormai lo conoscete, no?, butta tutto in burla.

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1Io sono il modello base Io sono il modello base. Proprio così, il modello base, come nelle macchine. Non ho gli optional, io. Non me li hanno dati in dotazione. A me hanno dato solo la scocca, la carcassa, l’involucro, nient’altro. Mi devo accontentare dei soli e semplici cinque sensi, io, e con quelli devo cercare di orientarmi alla meno peggio nel mondo, e nulla più. Niente accessori, per me. C’è chi oltre ai cinque sensi ha ricevuto, che so, la sensibilità artistica, e con quella può godere (ah, che modo di sprecare un verbo...) della musica, della pittura, dei libri e di baggianate simili. Non che io desideri averla, la sensibilità artistica, ci mancherebbe solo questa... Mi ci vedo, io, davanti a un quadro, con il mento sorretto da una mano e un sopracciglio sollevato: l’unico commento sarebbe una scoreggia, giuro. No, dicevo così per dire, per dare l’idea di un tipo di optional. Ma mica c’è solo quello, di optional. Qualcuno, per esempio, è stato fornito di volontà e di tenacia, e così, sforzandosi e facendosi venire i calli al culo, ha potuto ottenere i suoi bravi risultati e ora magari ha un lavoro che rende, fa l’architetto, il medico o il gangster, ha una bella famiglia e sa dove si mangia bene. A qualcun altro – e quello un po’ lo invidio – è stata addirittura data la capacità di modificare se stesso, che non pensavo nemmeno fosse possibile, dato che secondo me sei come sei e basta, ma Ribò mi ha spiegato, e quando me lo ha spiegato mi sembra anche di averlo capito, che uno può arrivare a cambiare le sue idee, le sue convinzioni, e quello, cazzo, quello deve essere il più fortunato, perché con un optional di quella fatta puoi diventare quello che vuoi, non sei mai schiavo, né di qualcuno né di te stesso e nemmeno di qualcosa, di un’abitudine, di un modo di pensare, che so, di una verità... Ribò dice sempre che bisogna dubitare soprattutto quando si pensa di aver trovato una verità... A me, di tutti questi optional, niente, non mi hanno dato niente. Ripeto: sono il modello base. Altro che capacità di modificare le idee… Io non le ho nemmeno, le idee, sai che modifiche posso fare. Volontà e tenacia? Manco un grammo, me ne hanno dato. Sono pigro fino al punto di mangiare gli spaghetti attingendoli direttamente dalla pentola, dopo averli scolati e rificcati dentro, sì, proprio così, dalla pentola. Me la stringo al petto, la pentola con dentro gli spaghetti, sul lato sinistro, come fosse una fidanzata, e con la destra vado giù di forchetta. Condimento? No, troppa fatica, gli spaghetti vanno bene così, appena scolati. Visto? Altro che volontà e tenacia, per me. Io non mi lavo nemmeno, se è per questo, ma qui avrei anche ragioni più nobili che non la semplice pigrizia, ma lasciamo perdere. E la sensibilità artistica? Sì, va bene, lo sanno tutti che faccio i trompe-l’oeil sulle pareti delle case, le finte prospettive, le riproduzioni dei quadri famosi, ma solo perché sono bravo a copiare, e da buon imbianchino ho esperienza con i colori, ma tutto finisce lì. Copio come un automa, senza nemmeno sapere perché mi riesca così facile copiare. In ogni caso non è una dote, non è un optional, sta tutto negli occhi, cervello zero, credetemi. Per il resto, saluti e baci all’arte e a chi te lo fa a fette con il Bonito e con il Pollock: a me bastano il bollito e il pollo, e tenetevi gli altri due. Dunque, per chiuderla lì, io non ho altro strumento a disposizione, per sfangarmela, se non i miei umili cinque sensi. Tutto quello che so fare è registrare ciò che vedono i miei occhi, quel che sentono le mie sventole (intese come orecchie, non come belle pupe), ciò che percepiscono bocca e naso, e soprattutto quel che scorre sotto le mie dita, per tacere di altre propaggini, e qui mi viene in mente che forse possiedo anche un sesto senso, che vibra come un rabdomante al passaggio di una sventola (oh, minchia, adesso il fesso pensa che si tratti di un’orecchia...). Insomma, sono io, sono il Cardo, la macchina umana più elementare che sia mai stata prodotta. Ma con un motore potente, purtroppo, e infatti per non grippare sono costretto a bere come un Concorde. Già, bevo. Bevo di tutto, butto giù, trinco, perché almeno la cilindrata è buona. E poi, siamo onesti, ho un sacco di spazio, io, dentro. Sono perfettamente vuoto, all’interno. Niente optional, l’ho già detto, no? Non ho il portaoggetti, e perciò non accumulo ricordi. Non ho lo specchietto di cortesia, e perciò non mi guardo dentro. Non ho l’aria condizionata e perciò non rinfresco le mie nozioni, e non so dove vado perché non ho il navigatore satellitare. Insomma, io non analizzo il passato, non programmo il futuro, non ho immaginazione. Sono il modello base, no? E quindi amo le cozze.

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