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1474 Words
2Proprio sotto il pelo dell’acqua “Benon, anca questa la xe fata, ’ndemo a torse na ombra”. E così dicendo, e con la bella prospettiva di andare a bersi un bianchetto in qualche bacaro veneziano, i due scannagatti mi sollevano dal fondo della barca e mi mollano nell’acqua verde della laguna, così come mi trovo, legato mani e piedi, e con il nastro adesivo sulla bocca, sveglio da due minuti e con nessun ricordo nella testa, in questa mia testa vuota come sempre, ma che adesso mi fa anche male come se ci avessero ficcato dentro uno sciame di vespe. Ma intanto, plof, io entro in acqua e loro azionano il motore della barca mentre affondo, docile come un mattone. E se parlo di mattone non è per dare l’idea del corpo che affonda (il mio, porca puttana), ma proprio perché credo che abbiano legato un mattone alla corda che mi stringe i polsi, e insomma vado giù a fondo senza avere il tempo di capire come, quando, dove e perché. Sì, è vero, per un millesimo di secondo cerco di tenere la testa fuori dall’acqua, ma non riesco a vedere niente, preso come sono dal bisogno di tentare un ultimo impossibile aggancio con l’aria... E poi giù. La testa viene risucchiata dal resto del corpo e scivola sotto il pelo di questa scura massa verde, sicché riesco solo a scorgere i due lembi d’acqua, che i miei zigomi hanno tenuto separati per un istante, riunirsi davanti ai miei occhi e saldarsi come una ferita magicamente suturata. Capite la sfiga? Morire sotto il pelo, non so se mi spiego... Io che avrei davvero dato la vita per morire sul pelo, ecco che mi trovo a dover ragionare, in quei pochi istanti che precedono la morte e che secondo alcuni permettono di veder scorrere il film della propria vita; mi trovo a ragionare, dicevo, sui diversi tipi di pelo, e in particolare sul pelo dell’acqua, il peggiore, il più insulso, quello meno utile e soprattutto l’unico tipo di pelo che non esiste. E poi che dire dell’acqua? Anche lì, ditemi voi se non si tratta della scalogna più nera. Capisco morire (a dire il vero non lo capisco, ma questo è un altro discorso), ma perché proprio per mezzo dell’acqua? E perché proprio a me, poi, è stato assegnato il porco destino di crepare sott’acqua, io che l’ho sempre tenuta il più lontano possibile da me, l’acqua. Barbera, dolcetto, arneis, quelli sì; pinot, sauvignon, prosecco, a fiumi; Vodka Martini, ogni volta che ho potuto; rhum, butta giù; nel bicchiere o alla bottiglia, fa lo stesso; di qualità (scarsa) o pessimi, non importa; tutto, ho bevuto di tutto tranne l’acqua, nella mia foruncolosa vita. Ho bevuto anche il vino nel cartoccio, con tutto quel che ne è seguito… Ma acqua mai, mai. O quasi mai, s’intende. Ricordo che ho bevuto un bicchiere d’acqua, una volta, era il ’93, credo, ma poi mai più, a parte forse quelle due o tre brodaglie che mi ha fatto bere Ribò, dopo che i medici bastardi mi avevano aperto la pancia, sempre per via del vino nel cartoccio... Insomma, io e l’acqua ci siamo sempre guardati con sospetto. O meglio, io l’ho sempre evitata, lei non so, perché a quanto pare mi stava braccando, mi teneva d’occhio, e adesso mi ha catturato... L’acqua... Che orrore... Io che nemmeno mi lavo... E ora sono qui, ormai sott’acqua, con un adesivo sulla bocca e con la necessità di respirare, prima o poi, ma è chiaro che siamo già più vicino al poi che non al prima… Lo dico chiaro, a me la vita è sempre sembrata una gran porcata, e proprio per questo mi sono tenuto alla larga da tutto e da tutti, mi sono cercato una tana – la mia cascina diroccata vicino alla Palazzina di Stupinigi – e ho tirato a campare così, lontano dagli esseri umani, dalle famiglie, dalle imposte dirette, indirette e trasversali, dalle buone maniere e dal contratto collettivo di lavoro. Il contratto di lavoro... Io quello non lo voglio nemmeno personale, figuratevi quello collettivo. No, no, niente lavoro, grazie, faccio l’imbianchino qua e là, se mi va, e qualche volta i trompe-l’oeil, perché sono bravo a copiare, l’ho già detto, e per il resto, ciccia al culo, vino e puttane, e grandi dormite, sulla pedana di legno, il pallet che ho trovato in discarica e su cui ho gettato un materasso... Già, i trompe-l’oeil... Sto annegando proprio per colpa di uno di quelli... Cazzo, sto annegando, è vero, me ne stavo quasi scordando, mentre lasciavo correre la testa, così, per i campi incolti del mio cervello incolto... Sto annegando... Che cosa posso fare? Lasciarmi morire, così, senza combattere? In fondo, sarebbe la cosa migliore, per uno come me, che non ha mai fatto la pace con la vita, e però, cazzo, vorrei essere io a stabilire come e quando togliere il disturbo, senza dare la soddisfazione a due ubriaconi (è l’unico punto a loro favore, questo) di aver messo il sale sulla coda al Cardo. Detto questo, però, siamo da capo, perché intanto, che mi piaccia o no, sto andando a fondo, e non posso trattenere oltre il fiato. Sento già i segnali della fine imminente, me li ha descritti Ribò, dicendo che lo dicono anche nei film, il ronzio nelle orecchie, la testa che gira, il palmo della mano che fa male... Sì, siamo alla fine. Stop, al Cardo. Fine della corsa. Capolinea... Il ronzio, la testa, il palmo della mano... Il palmo della mano? Ora che ricordo, Ribò non ha mai detto che nei film che ha visto lui, io ne ho visti solo tre, quelli con Bud Spencer e Terence Hill, si parla di un dolore al palmo della mano come segnale di imminente morte per annegamento... Eppure io lo sento, il dolore al palmo della mano, lo sento eccome... Forse nessuno si è mai accorto che quando si annega fa male il palmo della mano, o forse nessuno ha mai potuto raccontarlo, perché il dolore al palmo della mano sopraggiunge quando proprio non c’è più nulla da fare. Ma che c’entra il palmo della mano con l’asfissia, con l’annegamento? Va bene il ronzio nelle orecchie, quello lo posso capire, e passi anche la testa che gira, ma la mano... Devo fare un ultimo sforzo, devo riuscire a capire da dove viene questa fitta lungo la linea della vita (di merda), proprio al centro della mano, fosse l’ultima cosa che faccio, sì, devo trovare la forza di concentrarmi sulla mano sinistra, devo sentire bene come si irradia il dolore, da che punto parte... E poi, di colpo, è come se mi esplodesse un fuoco d’artificio nella zucca. Tutto vortica, tutto precipita, tutto volteggia. Le impressioni girano a mille, le parole si incatenano fra loro, gli oggetti diventano visibili e il cuore prende a sussultare come una tovaglia scossa al balcone. E capisco. E rido, e divento perciò felice. Col nastro sulla bocca, ma rido. E al colmo della felicità traggo un gran respiro, con il naso, in mancanza d’altro, e mi do del coglione perché così infilo dalle froge un litro di acqua verde nei mantici, ma non importa, continuo a ridere, rido con gli occhi, ma rido. Rido, sì, rido, perché sono contento di essere il modello base, quello senza optional, privo di ogni capacità razionale e dotato solo e soltanto di istinti bassi, minimi e primordiali. Già, perché nella girandola di immagini mentali che mi è passata dietro gli occhi mentre esploravo il mistero del dolore alla mano, ho come rivissuto gli ultimi momenti prima che le due spugne mi afferrassero per gettarmi in acqua, e ho davvero visto e sentito l’attimo in cui, nella nebbia del risveglio, supino sul fondo della barca, ho percepito qualcosa sotto le mani e allora ho stretto involontariamente le dita intorno a quel frammento sottile e ricurvo, una di quelle scorie inutili che restano ovunque e che nessuno butta mai via... Giuro che se io non fossi stato il Cardo, se avessi avuto la mia brava materia grigia nel cervello, tutta sinapsi e neuroni, e non i calendari con le donne nude (la mia testa è vuota, ma le pareti del cranio sono spaziose, dentro, come quelle delle officine), non avrei mai stretto istintivamente questa meravigliosa valva di cozza fra le dita, ma avrei cominciato ad analizzare, dedurre, considerare e valutare, e sarei trapassato così, ragionando. E invece, il modello base non ragiona, non può, ha solo i sensi, lui, il modello base. E che fanno i sensi? Sentono? E che sentono? Una mezza cozza sul fondo della barca. E che se ne fa, il modello base, di una mezza cozza? La stringe, senza motivo, perché quando un senso sente non va sprecato. E poi, che ci fa con la cozza? Semplice: quando è in acqua, il modello base usa la valva di cozza per tagliare lo scotch da pacchi che gli serra i polsi e che trattiene il mattone. E poi? E poi, privato del mattone, trattenendo l’ultimo fiato, torna su, come uno stronzo. Stronzo, ma vivo.
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