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3Vuoi vivere? Fai il morto Vuoi vivere? Fai il morto. Appena i peli del naso sono al di sopra del pelo dell’acqua, aspiro più aria di quella che può immettere un elefante, ma non mi basta ancora, e allora, a rischio di sbilanciarmi, perdendo la placida posizione del morto che galleggia a faccia in su, porto una mano al volto e strappo dalla bocca l’adesivo. Il rantolo che segue è da primato e farebbe morire di invidia quello che avessero estratto per scherzo dal polmone d’acciaio. Ma non smetto. Dopo un rapido soffio, catturo ancora aria a bocca aperta, con un suono di porco sgozzato capace di far strizzare il culo anche a diecimila zombie, spingendoli a tornare di corsa dritto dritto nelle loro tombe scoperchiate. Insomma, qui, nel silenzio rotto solo dal gracchio di qualche raro gabbiano, ammesso che i gabbiani gracchino, mentre cala la sera, ecco che risuona l’eco del vero mostro della laguna. Ma non si vedono né zombie né polmoni d’acciaio o reparti di ospedale, da questa prospettiva, e perciò il mio rantolo – il rantolo del morto – scivola sull’acqua e si estingue. Il rantolo del morto vivo, s’intende. L’ho detto, no? Se vuoi vivere devi fare il morto. E per fortuna quello del morto è l’unico stile che sappia praticare con eleganza, nel settore sport acquatici. Del resto, io pratico la disciplina del morto mica soltanto quando tentano di annegarmi legandomi un mattone ai polsi. No, cicciobello, io il morto lo faccio da quando ho cominciato a capire di che pasta schifosa fossero fatti i miei simili (me compreso, o meglio, io per primo, e più schifoso). Prendo i ricordi così, a caso, mentre mi lascio portare dalla corrente, chissà dove. Dunque, fatemi pensare, sì, ecco, prendiamo la scuola, e io ne ho di esperienza, perché sono andato a scuola con tutti i ragazzi del quartiere, dato che sono sempre stato bocciato; dunque, la scuola, dicevo... che dicevo? Non ricordo più, comunque, già alle elementari avevo capito che dovevi guardarti da tutto e da tutti, se volevi sopravvivere. E mi sono sempre guardato da tutti anche quando sono diventato il più grande, dato che ho fatto sempre e soltanto la prima, perché l’unica regola era la sopraffazione, tra i mocciosi. E allora, la sola tecnica buona da adottare era quella del finto morto: stai lì, come un ebete, non reagisci, ti lasci bocciare, ti lasci prendere in giro, lasci che insultino il tuo volto butterato, e appena puoi te ne vai da un’altra parte. Certo, se da bambino fai il morto, se non reagisci, se te ne stai lì come un ramo secco, qualcuno, fra gli adulti, prima o poi cerca di capire i come e i perché, ti prendono da parte, ti parlano, ma anche con loro bisogna giocare d’astuzia, dici sì, pensi ad altro e poi riprendi a fare il morto. Vi giuro che funziona. Dopo un po’ non esisti più, e i rompicoglioni che ti circondano smettono di notarti, di tormentarti. Nessuno ti chiede più niente. Finito, sei scomparso. Sei felice. E la scuola va per la sua strada. Ma bisogna essere tenaci, perché dopo la scuola cominciano altri guai. Magari sei così fifone che vorresti avere qualche amico, perché fare il morto alla lunga può mettere noia, allora ti avvicini a uno che magari ti sembra avvicinabile, simile a te, ma è un’illusione, perché da quel momento ricomincia la festa, per lui ricomincia il divertimento: ah, tu sei il Cardo, ma che capelli schifosi ha il Cardo, e quella faccia piena di pustole, ah, ah, ne ha una anche sul naso, fatti avanti, nasoapatata, ah, ah. E allora via, te ne torni indietro e fai il finto morto, e loro la smettono. Ma anche quelli senza pustole e con i capelli non stopposi se la passano brutta, perché è la regola, fra i vivi. Ascolta me, anche se sei ganzo e figo, fai il morto, resta in guerra con la vita e tira avanti. E che dire della famiglia? Peggio che andar di notte, da quelle parti. Ordini, doveri, questo non si fa, quello nemmeno, saluta la zia, bacia il nonno. E volano sventole (scemo, si parla di sberle). E allora anche in famiglia fai il morto, finché non la smettono di menarti e di darti ordini idioti. Insomma, devi stare sempre all’erta, sempre in campana. Perché poi, un bel giorno, vogliono farti lavorare, e poi vogliono registrarti da qualche parte, devi pagare le bollette, rispondere al censimento, compilare il bollettino, andare dai vigili... E continui ad avere intorno gente che vuole qualcosa da te, tanta, troppa, tutti i giorni. Anche lì, allora, bisogna imparare a fare il morto, non rispondere, non scrivere, non avere nemmeno un indirizzo, non andare dai vigili, non farsi beccare da loro, dai vivi, perché se no il mattone ti tira giù. Ed ecco che per non farti catturare vai a vivere fuori, in una cascina abbandonata, vicino a Stupinigi, dove non devi registrarti, dove non hai vicini, dove la casa non ha un numero, vai in una cascina mezza scassata, senza telefono, senza televisione... E se sei il modello base, se non hai il cervello inzuppato di illusioni e di sogni (io non ho nemmeno il cervello, perciò sono a posto), cominci a vivere come un animale selvatico, o meglio come una puzzola, nel mio caso, e così impari a essere felice, da solo, lontano da tutti, e in compagnia dei tuoi soli formidabili cinque sensi, più il sesto, caso mai passasse Angela, con la sua minigonna lucida di gomma nera, Angela, che batte a cento metri da me, sulla strada che costeggia il castello di Stupinigi. Insomma, tutto questo per dire che nella parte del morto mi trovo davvero a casa mia. Così, mi lascio portare dall’acqua, con gli occhi socchiusi e il gusto salato in bocca. Ogni tanto qualcosa mi si incolla alla faccia, alghe sfilacciate, frammenti di vegetali marciti, sacchetti della spesa o preservativi di Polifemo, ma non li elimino per non perdere la posizione del morto, perché non saprei nuotare in altri modi, e con i piedi legati, poi, sarebbe comunque difficile, quindi non faccio troppi gesti, non oppongo resistenza a quel che succede e accetto la direzione scelta per me dalla laguna, che diventa sempre più nera. Poi, all’improvviso, mentre il buio aumenta, il mio pigro moto di galleggiamento diventa ancora più lento, la schiena percepisce qualcosa di meno liquido, spingo le mani in basso, le dita affondano nella melma, e infine spiaggio come una balena smarrita su un lembo di fango. Mi tiro indietro con i gomiti, rinculo, per così dire – sempre che questa non sia una parolaccia, e se lo è meglio ancora – raggiungo un punto asciutto, mi accascio su un fianco, e mentre vedo laggiù, appoggiato sull’acqua, il profilo notturno di Venezia, tutto guglie e campanili, cado in un sonno beato e umido.
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