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904 Words
4Mi avete scambiato per una seppia? “Ohi, scoltime, butemolo in bevanda”. Ma come? Ma che succede? Di nuovo? Non sono ancora uscito dai panni del sopravvissuto, non ho ancora avuto il tempo di godermi la figata di essere scampato alla morte sott’acqua, che altri due figli di cagna riprendono il lavoro interrotto dai loro compari di sbronze e riprovano a mettermi in ammollo. E poi, dimmi tu, chiamare ‘bevanda’ l’acqua… Ma chi sono io, per loro? Una seppia? Sì, lo so, non sono mica bello, io, ho l’alopecia, va bene, ho cicatrici da acne grandi come pizze Margherita che mi chiazzano la faccia facendo crescere la barba a ciuffi radi e isolati, ma non somiglio a un muggine, non sembro un totano, non ricordo un cavalluccio marino, e non mi chiamo nemmeno Marino. E allora perché tutti mi ricacciano in acqua appena mi sveglio? “Ficca le mani nelle mutande di tua sorella” dico a quello che sta per afferrarmi i polsi. “Orco”, fa quello, saltando all’indietro. “Ficcale nelle mutande dell’orco, se hai quei gusti lì, ma non toccare me”, minaccio. “Ostrega, ti vedi, el xe gà desmissià anca senxa l’acqua, si è svegliato anche senza l’acqua”, commenta l’altro, quello che doveva occuparsi delle mie caviglie. Mi tiro seduto e cerco di farmi un’idea della situazione. Ho ancora i piedi legati. Davanti a me la laguna verdastra comincia a riflettere i primi raggi di sole. Una di quelle barche che qui chiamano puparin è ferma sul bagnasciuga. Tutto intorno, dove non è acqua, è terra bassa, incolta, rive fangose, una specie di deserto bagnato e melmoso. I due mammalucchi mi guardano tenendo le mani sui fianchi, con i pollici rivolti sul davanti e le dita poggiate sui reni; dev’essere una moda veneta. Uno, quello che fa le seghe all’orco, ha la faccia tonda e tiene gli occhi tanto spalancati che sembrano due uova. L’altro, il mingherlino dell’ostrega, muove la testa come se volesse dire che non c’è mai limite alle sorprese. Sono vestiti con canottiera e calzoncini, e hanno l’aria degli sportivi della domenica, quelli che fino al venerdì tritano scartoffie davanti a un computer spostando ogni tanto i pupazzetti che prendono polvere vicino al telefono, ma che la domenica lasciano campo libero agli amanti delle loro mogli (ecco il lavoro che vorrei fare: quello che la domenica mattina passa a casa di queste brave donne…) lanciandosi in imprese che arricchiscono gli ortopedici e le ditte farmaceutiche. “Sì, sono sveglio”, bramisco, “non riuscirete a buttarmi in acqua, non ce la farete ad annegarmi…” Naturalmente sto mentendo. Così come sono, con i piedi legati e del tutto solo contro loro due non avrei scampo, ma bisogna pur tentare di far paura al nemico, quando non ci sono altre vie di fuga. “Negarte, ma cossa! Gero solo drio desmissiarte, ti volevo solo buttare in acqua per svegliarti” dice il più loquace dei due. Allora mi rendo conto che Stanlio e Ollio non ce l’hanno con me, che questi due non sono i due che mi hanno inabissato, e soprattutto che non vogliono finire il lavoro rimasto a metà. Tiro un respiro lungo come l’attrezzo di John Holmes e mi sento rinascere. All’improvviso, tutto mi sembra bello, anche le corde che mi stringono le caviglie. Sono così contento che per un attimo, non di più, giuro, quasi mi pento di avere copulato furiosamente con le mogli dei miei due soccorritori. Sì, è vero, ho soltanto desiderato di sprofondare le mani nelle bianche masse di quelle due brave signore, ma bisogna vedere come le costruisco io, le scene, nella mia testa… Sono sicuro che se i mariti sapessero che film ho girato con le loro mogli, nella mia testa, sarebbero molto più contenti, in cambio del mio silenzio cerebrale, di sapere che ho realmente portato a termine una banalissima sveltina con le loro gattine. “Sentite”, attacco, tutto allegro, “qui c’è qualcosa di marcio…” e sto per spifferare loro tutto il badadim e il badabam di come sono arrivato lì, del quadro, dell’usciere, della botta in testa, ma mi fermo, perché all’improvviso ricordo che Ribò mi ha sempre detto di tenere la bocca chiusa il più possibile, e di far parlare gli altri per primi, sempre, in ogni occasione, anche a costo di passare per scemo. Ci si pente sempre di qualcosa che si è detto, e mai di quello che si è taciuto, mi ha ripetuto, quel giorno, Ribò, lisciandosi i suoi baffi alla tartara. E allora, acqua in bocca, Cardo, mi dico, tanto per stare in tema, e mi ingoio la lingua. I due continuano a fissarmi, in attesa che io spari le mie spiegazioni, ma hanno meno speranze di ascoltare la mia storia di quante ne avrebbero, stando in casa in mutande, con una bottiglia di champagne nel secchio del ghiaccio e le candele accese, di vedere arrivare Naomi Campbell. “Dai stà queto, ciapa fià” mi fa l’amico dell’orco, dopo un paio di minuti “che mi intanto tagio sto nastro”. “Ah, che sollievo,” rantolo, tanto per dar loro l’idea che sono sfinito, “che sollievo... Sapete, ho perso una scommessa... E la punizione era questa... Galleggiare in laguna con i piedi legati... Meno male che siete arrivati voi...”. “Voialtri turisti xe proprio tuti fulminai, venì quà a Venexia e ‘ndè fora de xagola. Dai metite a paiol che te portemo in carbona, che tanto adesso quà in Bacan no passa più gnanca na pantegana. E vedi de star tento, no state remenar tanto che stà barca la xe briscolosa”. Non me lo faccio ripetere. Mi rannicchio fermo fermo nel puparin e sto ad osservare i due che si staccano dalla spiaggia del Bacan, come l’han chiamata loro, per riportarmi a casa, in carbona, remando in piedi, uno a prua e uno a poppa.
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