5La pensione dell’Uomo Peloso
In Campo Santa Maria Nova c’è sempre gente che si muove, come se ci fosse un regista nascosto da qualche parte che fa entrare e uscire di scena le persone. C’è chi va e viene per guardare la chiesa di Santa Maria dei Miracoli, tutta di marmo, dentro e fuori; chi passa con il carrello della spesa; chi arriva e si siede sulle panchine all’ombra dei due alberelli che provano a dare frescura al campo; chi si ferma un attimo a guardare i libri usati esposti sul banchetto esterno della libreria; chi trotterella su e giù dal ponte con il passo veloce dei veneziani, cercando di superare con uno scarto di taglio i turisti che ondeggiano lenti tenendo gli occhi in su, nella luce di settembre. Ma quando arrivo io, tutto questo sereno brulicare si interrompe di botto, come quando al cinema si blocca l’immagine.
Stanlio e Ollio mi hanno scaricato dieci minuti fa alle Fondamenta Nuove, mi hanno offerto una grappa – sì, lo so, una grappa sul presto è roba da suicidio, secondo alcuni, ma io ho provato, anni fa, a bere un cappuccino, la mattina: in pochi minuti il mio intestino ha ospitato l’Etna, il Vesuvio e lo Stromboli, ma ciò che ho eruttato io, sul bordo della strada, gettandomi fuori dalla macchina, non era lava, e la bocca del vulcano non era la bocca, nel mio caso... Ma torniamo a Stanlio e Ollio. Con quel tratto di cortesia veneziana che ti fa sentire uno di loro dopo tre minuti, i due mi hanno indicato la strada per tornare alla mia stanza. Così, dopo aver percorso la Calle del Fumo, mi sono trovato qui, in Campo Santa Maria Nova, dove al mio apparire, di colpo, tutti sono rimasti paralizzati, interrompendo il caratteristico e costante flusso umano del campo.
“Mamma, guarda, c’è un gormito” dice una bambina, indicandomi.
“Ma no, cretina, è un predator” dice il fratellino, più grande.
Due giapponesi cominciano a fotografarmi da ogni angolazione, mentre un ragazzone che spinge su per i gradini del ponte un carrello a due ruote pieno di scatole grida alla gente di non toccarmi. Io cerco di non dare importanza alle loro voci, come se non si stesse parlando di me, e proseguo a testa bassa, camminando a gambe larghe e con le braccia discoste dal corpo perché l’acqua, evaporando, mi ha lasciato addosso uno strato di fango e di mucillagine che è andato cementandosi, sicché sono costretto a muovermi come un robot verde e grigio, ricoperto di filamenti verdastri. Posso immaginare che la mia figura non sia così bella da vedere, ma basterebbe un po’ di educazione per voltare la faccia dall’altra parte o per fare finta di niente, come si fa quando incroci per la strada l’uomo che sembra un dalmata a causa della vitiligine o quando ti stringe la mano quel tale senza l’indice. E invece gli screanzati mi guardano e mi additano, tutti, accompagnando il mio passo fino all’ingresso della pensione dell’Uomo Peloso, nella quale mi infilo non prima di avere dato uno sguardo alla statua che sta lì sopra, nella nicchia al secondo piano, e che raffigura un essere primitivo tutto pelo, con in mano un disco del sole che gli ricopre il forse ancor più peloso nerchione. E dunque, mi dico, se in questo campo hanno eretto una statua all’essere preumano a cui ormai somiglio, che ci sarà di così impressionante, nel mio aspetto? Per certi versi sono l’unico che rispetta la divinità del luogo, qui. Ma che volete, ormai si è perso il senso del sacro, e sia chiaro che io intendo per sacro ciò che riconosco come autentico e antico, e soprattutto affine a me, della mia stessa pasta. E perciò è naturale che io consideri sacro lo scimmione setoloso che hanno messo qui sopra, sconcio e primordiale, come me, e infoiato al punto che gli hanno messo un sole abbagliante e potente a nascondere il batacchio. Va bene, è vero che vivo con la nostalgia del pantano, che rimpiango la caverna e che non ho altre passioni oltre a quella di far divertire l’anguilla, ma non ho solo il fango, lo sporco e i liquidi biologici, nel mio olimpo. Ci sto attento, io, a certe cose, e infatti considero sacri anche il vino – fatemi l’analisi del sangue e vedrete quanta affinità con la barbera – e considero sacra anche Angela, che è una puttana autentica – niente droga, lei – una puttana vecchio stampo, una con il mestiere, ovviamente antico, e in quanto ad affinità...
“Via, via di qua” mi grida il tizio, da dentro, agitando le mani davanti alla faccia come se fosse circondato dalle zanzare e al tempo stesso bloccando il mio passo sull’uscio.
“Ho una stanza, qui. Sono il Cardo” provo a replicare.
“Oh, mi scusi” fa lui, comprensivo, “di primo acchito non sembrava lei, signor Cardo... Ha avuto dei problemi?”.
“No, no,” canticchio “è una cosa artistica, devo impersonare quello lì sopra, la statua... Per un gallerista...”.
“Ah, Chronos! Un’opera d’arte vivente per il nostro Chronos. Ne parleranno i giornali...”.
“Senza dubbio” declamo, e salgo.
Lui fa un passo indietro, strizza gli occhi per mettere a fuoco l’oggetto informe che rappresento ai suoi occhi e mi fa segno di passare, guardando in basso, come se si aspettasse di vedere dietro di me una scia di frammenti simili a croste disseccate.
Poi, in camera, prendo una decisione: mi lavo. Sì, mi lavo. Lascio scorrere l’acqua della doccia e mi ci ficco sotto, così come sono, con la camicia e i calzoni e le scarpe. So di essere incoerente, di avere appena elevato un inno al sudiciume, di avere sempre combattuto contro l’ipocrisia del sapone che cancella la verità del sudore, ma ora si tratta di attraversare Venezia, girare il maggior numero di bacari, scolarmi la più gran quantità possibile di ombre e di prendere poi il treno per Torino. E non ho davvero voglia di essere additato dai bambini, studiato dai samurai e magari fermato dai vigili a causa del mio aspetto. Accetto la situazione, scendo a patti con la realtà e cerco di avere un aspetto normale, eliminando le concrezioni vegetali e minerali che si sono solidificate su di me. Dopo anni di felicità animalesca, dunque, ecco che nel giro di poche ore mi trovo due volte in acqua, sotto l’acqua. Una timida lettrice mi dirà che lavarsi tenendo indosso camicia e calzoni non è corretto, ma io replico: tu, bertuccia parlante, non lavi forse la tua camicetta di pizzo, ogni tanto?, e non immergi, di tanto in tanto, la tua delicata farfallina desnuda nella vasca da bagno per farla profumare di verbena anziché di vita vera, come dovresti? Dunque, tu lavi la camicia e la tua candida pelle. E allora, se io faccio le due cose in un unico sapiente gesto, che hai da ridire?
E mentre trattengo il respiro per evitare di inspirare anche una sola molecola di acqua, ripenso a questa merdosa e misteriosa storia, a quel maledetto quadro del Carpaccio e alla botta in testa che ne è seguita, ai due che mi volevano annegare e alla cozza salvatrice...
Solo Ribò può aiutarmi a capirci qualcosa.