Prefazione
PrefazioneIn un momento in cui l’Europa corre il pericolo di una catastrofe ancora peggiore di quella del 1914, un libro come questo potrebbe essere condannato come una distrazione dalla difesa, disperatamente urgente, della civiltà contro la moderna barbarie.
Anno dopo anno, mese dopo mese, la tremenda situazione della nostra frammentaria e precaria civiltà si aggrava. All’estero il fascismo diventa sempre più sfrontato e crudele nelle sue avventure internazionali, più tirannico verso i propri cittadini, più barbaro nel suo disprezzo per la vita dello spirito. Perfino nel nostro paese abbiamo ragione di temere il rafforzarsi di una tendenza verso la militarizzazione e la riduzione della libertà civile. Inoltre, mentre trascorrono i decenni, nessun passo decisivo viene compiuto per alleviare l’ingiustizia del nostro ordine sociale. La nostra economia ridotta allo stremo condanna milioni di uomini alla frustrazione.
In queste condizioni è difficile per gli scrittori seguire la loro vocazione con coraggio e, insieme, con ponderato giudizio. Alcuni si limitano a scrollare le spalle, si ritraggono di fronte alla sofferenza che è il fulcro della nostra epoca. Costoro, con le menti chiuse rispetto ai problemi imprescindibili del mondo, inevitabilmente producono opere che non solo non hanno alcuna profondità di significato per i loro contemporanei, ma sono anche leggermente ipocrite. Questi scrittori devono consciamente o inconsciamente fare in modo di persuadersi, o che la crisi della società non esista, o che sia meno importante della loro opera, o che comunque non sia affar loro. Ma la crisi esiste, è di suprema importanza e ci riguarda tutti. Come può un individuo appena intelligente e informato sostenere il contrario, senza ingannare se stesso?
Ciononostante, nutro una viva simpatia per alcuni di quegli “intellettuali” che ammettono di non poter dare alla lotta nessun utile contributo, e credono sia meglio non immischiarsene. In effetti, io sono uno di questi. E a nostra difesa vorrei dire che, anche se siamo inattivi o inefficaci come sostenitori diretti della causa, tuttavia non l’ignoriamo. Al contrario, essa tiene costantemente, ossessivamente fissa su di sé la nostra attenzione. Ma ci siamo convinti, in base a una lunga serie di prove ed errori, che il servizio più utile a noi possibile sia di tipo indiretto. Per altri scrittori la situazione è diversa. Gettandosi valorosamente nella mischia, essi si servono delle loro capacità per svolgere un’urgente opera di propaganda, o perfino prendono le armi a sostegno della loro causa. Se ne sono in grado, e se la causa in cui s’impegnano è realmente parte della grande impresa di difendere (o creare) la civiltà, essi possono naturalmente fare un lavoro valido. In più, acquisiranno una variegata esperienza e riscuoteranno grande partecipazione, aumentando così la forza letteraria delle loro opere. Ma l’urgenza stessa del loro impegno li rende ciechi riguardo all’importanza di mantenere ed estendere, anche in questa epoca di crisi, ciò che si potrebbe metaforicamente definire la “coscienza autocritica della specie umana”, ossia il tentativo di vedere la nostra vita in relazione alla totalità del reale. Ciò implica la volontà di guardare tutte le vicende, le teorie e gli ideali della nostra specie liberandoci per quanto possibile dei nostri condizionamenti. Chi è più invischiato nella battaglia inevitabilmente tende, anche se per una grande e giusta causa, a diventare partigiano. Queste persone nobilmente rinunciano in parte a quel distacco, a quella capacità di freddo giudizio, che è, dopo tutto, una delle facoltà umane più preziose. Nel loro caso, forse, è così che deve essere; poiché una lotta disperata richiede meno distacco e più partecipazione. Ma altri, che pure hanno a cuore la stessa causa, possono servirla sforzandosi di mantenere, insieme alla lealtà, uno spirito più spassionato. E forse il tentativo di guardare questa nostra turbolenta terra in uno sfondo di stelle può farci comprendere di più, non meno, l’importanza dell’attuale crisi umana. Così come può forse rafforzare la carità che dobbiamo avere gli uni verso gli altri.
In questa convinzione, ho tentato di abbozzare un quadro fantastico dell’universo, terrificante ma vitale. So bene che risulterà ridicolmente inadeguato e per certi versi infantile, anche se visto dalla prospettiva dell’uomo contemporaneo. In un’epoca più calma e più saggia, potrebbe certo sembrare una follia. Ma, nonostante la sua poca raffinatezza, e malgrado raffiguri un mondo lontano dal nostro, non sarà forse del tutto irrilevante.
A rischio di attirarmi i fulmini sia della Destra sia della Sinistra, ho occasionalmente utilizzato certe idee ed espressioni derivate dalla religione, sforzandomi di interpretarle alla luce dei bisogni dell’uomo di oggi. Parole sempre valide, per quanto molto abusate, come “spirituale” e “venerazione”, che sono diventate oscene per la Sinistra quasi quanto le care vecchie espressioni a sfondo sessuale lo sono per la Destra, intendono qui suggerire un’esperienza che la Destra è portata a pervertire e la Sinistra a fraintendere. Un’esperienza, direi, che implica il distacco da tutti le questioni private, sociali e razziali; non perché porti l’uomo a rifiutarle, ma ad apprezzarle sotto una nuova luce. La “vita spirituale” sembra consistere, essenzialmente, nel tentativo di scoprire e adottare un atteggiamento che sia davvero adeguato alla totalità della nostra esperienza, esattamente così come l’ammirazione è appropriata a un essere umano armoniosamente sviluppato. Questa impresa può portare a una maggiore lucidità e a una più fine consapevolezza, esercitando così un profondo e benefico effetto sul comportamento. In effetti, se questa esperienza supremamente umanizzatrice non produce, insieme a una sorta di devozione nei confronti del fato, anche e soprattutto la risoluta decisione di servire il risveglio della nostra umanità, non è che un inganno e una trappola.
Prima di concludere questa prefazione, devo esprimere la mia gratitudine al professor L. C. Martin, a L. H. Hyers e a E. V. Rieu, per le loro critiche estremamente utili e vicine al mio sentire, in seguito alle quali ho riscritto molti capitoli. Perfino ora, tuttavia, esito ad associare i loro nomi a un’opera così stravagante. Giudicata in base ai criteri comuni del romanzo, essa è senza dubbio mal riuscita. Ma di fatto, non si tratta di un romanzo.
Alcune idee sui pianeti fantastici mi sono state suggerite dall’affascinante libretto Il Mondo, la Carne e il Diavolo di J. D. Bernal, che spero non disapprovi troppo il modo in cui le ho trattate.
Infine devo ringraziare mia moglie, sia per il lavoro da lei svolto sulle bozze, sia per essere quella che è.
Al termine del libro ho incluso una nota sulla Magnitudine, che potrà essere utile ai lettori digiuni d’astronomia. Altri potranno ricavare un certo divertimento dalle mie rozze e semplicistiche scale temporali.
O.S.
Marzo 1937