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689 Words
5 Mi avvicino all’orecchio di Angela e le sparo questo discorsetto: «Senti, bellezza, sanno che siamo qui. Dobbiamo aprire. Ma attenzione, qui viene il bello. Ho un piano. Noi ci comportiamo come due fessi qualunque che stavano porconando in bagno. E se vogliono vedere le stanze, prego entrino pure. Quando vedranno il ciccione ci restiamo di merda, noi più di loro. Dobbiamo negare anche l’evidenza. Ecco la nostra forza. Dirò che stavo tornando a casa e che lungo la strada ti ho raccolto, ti ho portato sul pallet, da lì siamo passati ai lavaggi di rito. Va bene? Noi nella stanza non abbiamo mai messo nemmeno la punta del naso, questa sera, okay?». «Okay una bella merda, siamo fottuti. Ma non abbiamo altra scelta, dobbiamo aprire», sintetizza Angela, mentre infilo i calzoni e trascino i piedi come uno a cui abbiano versato cemento molle nelle scarpe. Accendo la luce. «Che c’è, diamine. Arrivo, arrivo», squittisco aprendo la porta, e notando dentro me quanto l’esclamazione diamine sia perfetta quando si voglia imitare il rassicurante esemplare umano noto come il brav’uomo. I poliziotti sono due. Contraggo i muscoli addominali, perché prevedo che entro un secondo i paladini della giustizia daranno inizio alle presentazioni con un cazzotto al plesso solare degno di peso massimo, una ginocchiata dritta dritta proprio sugli incisivi per chiudere con un confidenziale: «Documenti». «Buonasera; è lei il signor Riccardo Cardo?», esordisce il primo. Ho capito, vogliono essere certi di non stendere un altro che non sia io. Questo è lavorare pulito, signori. «Sì», dico, serrando le palpebre e stringendo gli sfinteri. «Ci scusi», attacca allora il secondo, «e sia così gentile da voler comprendere la nostra situazione. Una telefonata anonima, giunta alla centrale pochi minuti fa, ha avvisato che in questa casa è presente un cadavere, signor Cardo. E la centrale ha mandato, via radio, la macchina più vicina, che eravamo noi. Ora, ci intenda, sissignore, è prassi corrente, alla centrale, non dare grande credito alle telefonate anonime: per lo più sono opera di fanatici, di pazzi, di mitomani. Tuttavia, come lei può ben capire, non possiamo nemmeno ignorarle, le telefonate anonime, e siamo perciò obbligati a effettuare un sopralluogo sul sito indicato. Ci lasci dire, è un puro atto burocratico, è l’iter, se mi intende, ma a onore del vero noi supponiamo che lei, come tutti coloro su cui siamo costretti a indagare per causa di telefonate anonime, non abbia nulla da temere dalla nostra visita, e che pertanto sarà così gentile da farci fare una breve perlustrazione, così da fugare ogni dubbio, stendere il rapporto e chiudere la vicenda. Del resto, siamo anche privi di un mandato, sicché lei ha tutto il diritto di non farci entrare. Ma se non ha nulla da nascondere siamo certi che lei non ruberà tempo a se stesso e a noi esigendo un mandato che peraltro arriverebbe in non più di mezz’ora. Ma io credo invece che lei ci aiuterà a mettere la parola fine a questo stupido scherzo. Non impiegheremo più di tre minuti, le assicuro». Rilasso gli addominali, distendo i muscoli intorno alle palpebre, dispiego le labbra nel miglior sorriso a mezzaluna in mio possesso e finisco di abbottonare la patta dei calzoni dietro la quale avevo frettolosamente infilato l’infilabile. Ma dimmi tu, dico a me, dimmi tu, uno passa trenta anni a credere che la polizia agisca come nei film, con gli interrogatori all’americana, dove ti arriva uno alle chiappe, ti pinza le braccia dietro la schiena mentre l’altro ti sfonda la milza a pugni; uno crede a tutte queste cose, dicevo, e poi, di colpo, ti arrivano questi due che sembrano usciti da un collegio svizzero, due diplomati in belle maniere. Quasi quasi racconto tutta la verità, a questi due angioletti, a questi due prìncipi del galateo. Ma mi trattengo. No, Cardo, mi dico, attenzione, non fare il fesso. La gentilezza può essere più insidiosa che la brutalità. Attento, Cardo, tieniti stretto al tuo piano e suonalo, no, che minchia dico, tieniti stretto al tuo piano e seguilo fino alla fine. «Ho capito. Perbacco, che storia», rispondo, «ma credo di avere capito. C’è qualche malandrino che ce l’ha con me, oppure che vuole tenere occupati voi. Che ci volete fare, i tempi stanno cambiando. Ma prego, entrate, fate pure il vostro giretto, così risolviamo il busillis».
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