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E d’improvviso, tutto mi viene a noia.
Proprio mentre intuisco che il disastro è imminente, mi scopro insensibile come una pietra. Sì, mi dico, adesso troveranno il cadavere, mi porteranno in centrale e finirò in galera. Ma a me, di botto, non me ne frega più niente di niente. Non me ne frega niente del morto che marcisce di là, di Angela e di Ribò. Non me ne frega più niente di questa notte cretina che sta ormai scoreggiando luce a est. Me ne frego anche dei poliziotti che mi stanno dietro, mentre cammino come un pollo fra le consuete macerie domestiche. Sì, un pollo, un bel pollastro che procede con la testa spinta in avanti, le braccia allargate e un piede sollevato da terra e tenuto sospeso fino a quando non avrà scelto il luogo sgombro di detriti sul quale poserà. E metti il piede sinistro qui, su quel po’ di pavimento che occhieggia fra un mucchio di stracci. E il destro lì, a lato di una pila di carte e cartoni. Un pollo attento a dove mette i piedi, sono diventato. Proprio io, che di solito non bado a ciò che pesto, qui, nella mia catapecchia. Mannaggia alla potenza della polizia. Mi trovo a far finta di avere riguardo delle mie porcherie. Ne sono certo: è stato proprio questo incedere alla maniera dei polli, questa misura idiota del mio passo ad avermi reso tutto a un tratto apatico e annoiato come una gallina.
I due gentiluomini in divisa mi seguono chiedendo scusa per ogni pestone dato sui miei cartoni. Poi si paralizzano (avrei anche potuto dire si arrestano, ma trattandosi di poliziotti...) di fronte alla porta del cesso, attirati dalle note allegre di una canzone che Angela sta interpretando con il vigore di una ragazzina.
«Lei non è solo», lapalisseggia uno dei due, guardandomi, e ammiccando.
Allora ruoto la cabeza di tre quarti e rivolto al più vecchio dei due inarco dapprima i sopraccigli per assumere l’aria scanzonata dell’uomo che la sa lunga e poi, mentre accenno con lo sguardo alla porta chiusa, arrotondo le labbra alla maniera di chi si sfili di bocca uno spaghetto tirandolo con le dita. Subito dopo spingo più volte, e rapidamente, la bocca così atteggiata verso il naso, mediante un sapiente movimento in avanti del labbro inferiore, segno questo di risaputa complicità maschile. Potrei anche aggiungere a questa mimica l’eloquente gesto di chi, tenendo l’avambraccio alzato e il pugno sospinto all’indietro (come quando ci si accinge a bussare) ripete un movimento di andata e ritorno, simile a quello di chi volesse chiudere, usando soltanto il polso per non sporcarsi, un cassetto a molla che si ostini a riaprirsi. Sì, potrei anche compiere questo gesto, per completare la commediola dell’uomo normale e per bene, eseguire questa pantomima ulteriore, prima di simulare, davanti al morto che mi attende oltre la porta che ormai è a un metro da me, tutto lo stupore di questo pianeta, ma non posso.
No, non posso davvero, non posso fare quel gesto, né quello né nessun altro gesto. Non posso più interpretare alcuna parte, non posso più muovermi, non riesco più a respirare, mentre le piante dei piedi formicolano impazzite e mi viene caldo alla nuca, come se qualcuno avesse deciso di versare olio bollente sul mio coppino, e le braccia mi diventano pesanti e rigide e, senza che io lo voglia, la bocca mi si stira verso le orecchie mentre i denti tentano di serrarsi fra loro più di quanto non possano, e il respiro diventa prima rantolo e poi sibilo, dato che l’aria mi scorre lungo la parete esterna dei molari e trascina con sé la saliva facendomi gonfiare le gote, e non riesco a compiere nessun gesto, no, non riesco, non riesco davvero, perché proprio in questo momento ho fatto scattare l’interruttore della stanza e ho posato lo sguardo sul pavimento, là dove prima c’era il morto.
Mi stavo preparando a fingere il più pazzo terrore, e ora mi trovo a dovere controllare e mascherare un terrore molto maggiore e più spontaneo, e per il motivo contrario.
Non vi è traccia del morto, nella stanza.
Calma, Cardo, mi consiglio. Calma, mi dico, riprendi il controllo dei nervi e della situazione. Ragiona, Cardo. Quando hai acceso la luce davi le spalle ai pulotti, che perciò non hanno visto la tua espressione. Per quanto ne sanno, non mi sono mosso dopo avere dato luce alla stanza. E la conferma mi arriva all’istante: tranquilli come due criceti, me li vedo sfilare di lato, fra me e lo stipite della porta, uno dopo l’altro, pronti a compiere il loro dovere. Con un cenno della testa, il capo poliziotto fa le viste di apprezzare la mia cortesia e capisco un secondo dopo che ha inteso il mio brusco arresto come l’atto deferente di chi lascia all’autorità il primo controllo sul luogo da ispezionare.
I due si inoltrano nella stanza e osservano, al centro della stanza, il lenzuolo nel quale avevo avvolto il morto.
Uno di loro si china e poggia una mano sul lenzuolo. Astuto, il detective: toccare il cofano finché è caldo. Con una mano sfiora quella porzione di lenzuolo le cui pieghe testimoniano senza possibilità di dubbi di avere ospitato qualcosa o qualcuno. Piegato in avanti, lo sbirro accarezza il sudario voltando la testa da un lato per offrire al tatto maggiori capacità percettive.
Ma sì, faccia ciò che vuole, non mi preoccupo. La mancanza del cadavere mi sta portando a un tale punto di euforia che mi sentirei pronto a indicare io stesso un qualsiasi indizio capace di condurre questi zelanti questurini dritto al panzone.
«No, no, no. Come supponevo, qui è tutto freddo», sentenzia il vellicatore di lenzuola.
«O meglio», correggo, «tutto è caldo allo stesso modo». E la mia asserzione è doverosamente provata dal fatto che sto sudando come una partoriente.
«Oh, sì, ha ragione. Lei è molto arguto, sa?», mi spiega. «ed è anche molto civile. Non sa quanti, nei suoi panni, avrebbero alzato la voce e ci avrebbero accusato di persecuzione».
«Guardi», osservo, «chi si comporta così, di solito, ha qualche cosa da nascondere, il famoso cadavere nell’armadio, non so se mi intende».
«Intendo, intendo. E ha ragione. Ma lei, a differenza di costoro, è davvero una persona civile, mi lasci dire. E pensare che non si direbbe, dalla sua casa. Del resto, si sa, de gustibus... Ma è tempo di andare. Buonanotte, e scusi ancora, signor Cardo. Ah, no, ancora una cosa. Stavamo dimenticando di ispezionare il bagno. Lei permette, vero?».
«Già, stavo per chiedervelo io, poco fa. Prego, venite».
Mi avvicino alla porta del cesso. Busso, apro, spingo la testa dentro e spiego a smorfie, ad Angela, che il morto si è dileguato. Lei mette una mano a pigna e si addossa alla parete, mentre cinge le sue forme con un asciugamano.
I due dietro di me spingono a loro volta la testa oltre la soglia e girano il collo da più parti, come avessero una camicia troppo stretta. Angela accenna un saluto con un lieve movimento delle labbra, ricambiato dai due con un rapido cenno della mano. Poi mi fanno capire che posso richiudere la porta.
«Nulla, nulla nemmeno qui. Era soltanto una formalità, del resto».
«Doverosa, peraltro», rimbecco educatamente.
«E con ciò è davvero tutto, signor Cardo, buonanotte».
Io porgo la mano, poi mi correggo e mi gratto la tempia, facendo un lieve inchino.
«Buonanotte a voi», concludo.
Sono andati.
Attendo un minuto, e non appena sento avviarsi il motore della loro macchina mi ripiego su me stesso, una, due, tre volte, crollando infine a terra scomposto, come un castello di carte preso a testate da un topo.
Ed ecco che, improvvisamente, Angela, come è ormai sua abitudine, caccia un urlo.