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Eh, lo so, lo so bene.
So bene perché Angela ha urlato. Conosco lo stato d’animo di chi si aspetta di vedere un cadavere su un lenzuolo e si accorge invece che quel lenzuolo è bello bello e innocente e soprattutto privo di ogni forma di morte, e stavo per dire vita. Sì, conosco questa sensazione, ed è per ciò che adesso provo per Angela quella pietà che affratella, quel senso di vicinanza intima e di pena che nasce quando un altro essere umano sperimenta e vive un dolore a noi noto, o addirittura vissuto da noi poco prima. E io quel terrore lo conosco in tutti i suoi gradi e sfumature, eccome. E lo rivivo adesso attraverso l’urlo di Angela. Urlo, ho detto. Ma non è proprio un urlo, è un suono rauco, tenuto intorno a una nota inspiegabilmente bassa, simile al rumore prolungato e distorto che sguscia dai cardini di una porta di legno che venga aperta con lentezza dopo dieci anni di immobilità.
Il lamento di Angela non cessa.
Sta conoscendo l’orrore, lei che già conosce il disgusto.
Devo agire. Devo rimettermi in pista, e subito. Angela ha bisogno di me. Mio malgrado, le ho inflitto emozioni normali soltanto per il vicino di casa di Nosferatu. Non posso più perdere tempo qui, disteso sul pavimento, fra gli stracci, immobile, con la faccia verso la porta da cui sono usciti i pulotti, non posso continuare a comportarmi come la bistecca tirata contro un muro per far tacere un cane.
Ma non ho il tempo di portare a compimento questo pensiero che l’urlo di Angela ha come una svolta improvvisa, una repentina inversione sonora, un cambio di registro. Di colpo, la nota bassa cessa per lasciare il posto a un suono lancinante, serrato e acuto, un urlo di sirena d’ambulanza, l’urlo di chi cade dal balcone, l’urlo, insomma, quello classico, il prototipo. Ma l’urlo è proprio dietro me, adesso, qui, in cucina.
In un istante ricostruisco il percorso di Angela: è rientrata di qua camminando all’indietro, lentamente, e fissando il riquadro sempre più stretto della porta della camera del morto. E mentre arretrava ha continuato a mugolare, spingendo il palmo delle mani all’indietro nel tentativo di sentire la mia mano, il mio braccio. Poi, torcendo il collo su un lato deve avere visto, con l’angolo dell’occhio, il mio corpo steso a terra. Mi ha creduto morto, povera innocente, rischiando, a sua volta, di crepare. E io, sebbene abbia osservato di sotto in su il suo lento avvicinamento, mi scopro totalmente impreparato al suo nuovo urlo. Lo spavento mi torce, e balzo in piedi come una molla, ripetendo un suono come di gabbiano ferito, e batto più volte il pavimento a piedi pari, mentre scuoto l’aria con le mani aperte, a schiena curva.
«Anche... Anche tu... Ca... Cardo», balbetta Angela, nascondendo la bocca con le mani, «per... Per un attimo ho creduto che... Che anche tu... Che anche tu fossi morto... Il morto... Cardo... Il morto, di là, non c’è più... Cardo, che succede?».
«Niente, non succede niente».
No, questo è troppo. Io e Angela ci guardiamo. Il suo volto, già pallido, prende il colore del latte, mentre il bianco dei suoi occhi si vena di rosso. Io, da parte mia, non so che faccia ho, non so nemmeno se ho ancora la faccia, a tal punto il raccapriccio mi deforma il naso e distorce la bocca in una smorfia involontaria che trasforma i tendini del mio collo in zampe di fenicottero. Angela trema. O forse no. Sono io che tremo, e vedo perciò Angela tremare. Perché, signori cari, il fatto è che quella frase, quel “niente, non succede niente”, non è uscita dalle mie labbra, ma è giunta dalla stanza... Da quella stanza…
Sì, penso che potrei morire.
Ripeto: questo è davvero troppo.
Un morto nel proprio giaciglio è cosa che si può ancora sopportare, anche se il gonzo è grasso, anche se è nudo. Basta avere sempre ben chiaro nella teiera che il caos è il vero re del mondo. E passi.
Poi, con un po’ di sangue freddo si riesce anche ad arginare la curiosità della polizia, nonostante faccia incazzare non poco il fatto che qualche rimbambito ti mandi in casa la madama, un minuto dopo averti buttato fra i trampoli la carcassa di un fesso. E passi pure questa.
E ancora, se davvero hai le palle riesci anche a reggere quel tantino di terrore che ti coglie e ti fa vomitare verde quando ti accorgi che l’inanimato si è dissolto come un portafoglio sul marciapiede.
Ma quando, alla fine di tutto, il morto si dà anche la briga di fare sentire la sua voce, dicendo che non succede niente, ebbene, quello è il momento in cui io rimpiango di non avere scelto di vivere all’ultimo piano di un grattacielo, di quelli che adesso cominciano a sorgere, a Torino, e dai quali è così facile, sfruttando la forza della gravità (dei fatti e della Terra), saltare da una finestra e buttarsi di sotto quando i defunti decidono di giocare al grillo parlante.
Insomma, è tale lo spaghetto, è così nera la fifa, così accartocciato il culo, che quando Ribò entra in cucina ripetendo la frase sentita un secondo prima io e Angela non facciamo un gesto.