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553 Words
11 Ribò. Ribò è stato sposato. Ora vive solo, come me. Io, del resto, non sono mai stato sposato. Lui dal canto suo non marcisce in una cascina diroccata come faccio io, ma mugugna in un appartamento al terzo piano di quel palazzo che sta in fondo a via Maria Vittoria. Proprio sotto le sue finestre scorre il Po. E dalla finestra Ribò vede la collina e il monte dei Cappuccini. Bel culo, una casa così. Sì, è stato sposato, dicevo. Sua moglie? Una piccolina, tosta, tosta davvero, due occhi che luccicano anche al buio, e i capelli corti, sempre spettinati, sempre sparati, come quelli dei paperi quando prendono la scossa nei cartoni animati. La moglie di Ribò si chiamava Odilla. Bene, Odilla una sera gli dice: «Vorrei che avessimo un bambino». A quel tempo lui e sua moglie abitavano in collina e avevano anche un giardino e un gatto. Miguel, il nome del gatto. Un bastardo di gatto, dice Ribò. Era estate. Ribò stava lavorando intorno alla sua berberis atropurpurea, che poi sarebbe una siepe spinosa, ma lui la mette sempre giù pallosa con le sue parole latine. Berberis atropurpurea, comunque. Ribò parla così e parlo così anch’io. E cara grazia se non l’ho scordato, questo nome ostrogoto, come non ho scordato il seguito del racconto. “Vorrei che avessimo un bambino”, aveva detto cinque minuti prima Odilla. Lui non aveva risposto. Sono passati altri cinque minuti. Lei si era avvicinata. Sapeva che lui aveva sentito e che stava ruminando la risposta. Lo aveva guardato con i pugni sui fianchi. A Odilla non piaceva essere presa per il culo. Allora Ribò aveva tirato fuori dal cilindro la sua risposta. “Sai cosa?”, aveva detto Ribò a voce bassa. “Quella roba lì che dici tu, il bambino, è l’opera d’arte dei poveri di spirito”. Silenzio in sala. Pausa. “Che vuoi dire?”, aveva chiesto Odilla, dopo un po’. “Non lo so”, aveva detto Ribò. “Come sarebbe a dire non lo so?”, era sbottata lei. “Che vuol dire l’opera d’arte dei poveri di spirito? Che vuol dire? Vuole dire che una persona ricca di spirito scrive libri, dipinge, gira film, mentre tutti gli altri, poveri stronzi, giù a fare figli perché non sono capaci di fare altro? È questo che vuoi dire?”. “Non saprei…”, aveva detto Ribò, un po’ scocciato. “Oppure”, aveva ripreso la moglie, “vuoi dire che se uno ha spirito sa trovare in ogni cosa una sua ragione di vita, come fai tu con le tue piante. Così che quando uno ha la sua bella ragione di vita non ha motivo di mettere al mondo un surrogato del giardinaggio? È questo che vuoi dire? Dai, spara”. “Boh, non lo so. Io non credo di avere una speciale ragione di vita”, aveva detto Ribò, sempre più annoiato. “Dunque non lo vuoi, tu, un figlio?”, aveva tagliato corto lei. “Un figlio?”, aveva ripetuto Ribò, come se non avesse mai sentito quella parola. E aveva continuato a curare la pianta. Dopo un mese, Ribò e sua moglie erano separati. Lei è rimasta nella casa con il giardino, in collina, perché i bambini, si sa, se mai verranno, e chissà con chi, hanno bisogno di spazio. Lui è andato ad abitare al fondo di via Maria Vittoria, con vista sul Po e sul Monte dei Cappuccini. Ma il bello di tutta questa storia è che la frase, quella dei poveri di spirito, non era nemmeno sua. Non era di Ribò, voglio dire. Gliela aveva detta Gino, che l’aveva sentita da Grivet. Eh, Gino, anche tu...
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