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531 Words
12 No, non ora. Adesso non ho il tempo per parlare di Gino. C’è di mezzo questo cadavere che continua a scassare i coglioni. Ormai è giorno. Saranno le cinque del mattino. Io non ho l’orologio. Me lo ha fregato un tossico, l’anno scorso, e da allora vado in giro senza. Non è che me lo ha proprio fregato, gliel’ho dato io. “Hai una moneta?”, mi fa. Io stavo ronzando dalle parti di Porta Palazzo. “Non ho un centesimo”, dico ridendo, e srotolo le tasche dei calzoni sotto i suoi occhi. Non si dà per vinto. “Potrei avere in tasca una siringa sporca di sangue”, ribatte ciondolando. “Ma quale sangue, ma ti sei guardato? Tu il sangue ormai lo vedi soltanto nelle vetrine dei macellai. Sei già andato, sei”, gli dico, e ridacchio, e gli sospingo appena una spalla con la punta delle dita. A quella breve spinta lui ondeggia, mi guarda, non sa che dire, gli occhi gli si fanno acquosi. Capisco che sta per piagnucolare. Allora, di colpo, mi sfilo dal polso l’orologio e glielo do. “Tieni, fatti ancora una volta o due e poi crepa”. Lui afferra l’orologio e se ne va con quella andatura strascinata che ricorda le movenze caute e incerte di un cieco che si trova d’improvviso in un luogo che non conosce. Era uno svuoch (non so come si scrive), l’avevo trovato sul sedile di un treno. Per quale motivo gli ho dato l’orologio? Non lo so. Aveva quegli occhi... Ecco, i suoi occhi, quando si sono fatti liquidi, mi hanno ricordato una ragazza, una che dipingeva con le sole dita, non usava pennelli, soltanto le dita. Aveva le mani corrose dai colori. E le braccia rovinate dagli aghi delle siringhe. I suoi lavori erano bellissimi. È morta per una overdose. Io? Io non mi sono mai bucato. Io bevo. Sono all’antica, io. E dipingo con i pennelli. Con o senza orologio, saranno suppergiù le cinque. In estate il sole sorge molto presto, no? E allora mettiamo che siano le cinque. Ribò reprime uno sbadiglio. «La cosa più urgente», dice, «è trovare un posto capace di ospitare il morto fino a quando non hai scovato e fatto confessare l’assassino. Non sarà facile. Ci vorrebbe il frigo di un macellaio». «Io ho un’idea», replico con veemenza, «ho una grande idea. È stata la seconda cosa che ho pensato, non appena ho visto il morto. La prima era che volevo bruciare tutto, casa e cadavere, e sparire. Poi, come seconda idea ho pensato anch’io al frigorifero. Ci ho pensato anche mentre io e Angela eravamo impegnati al massimo per la buona riuscita del trimone». Adesso faccio una pausa e mi godo la reazione di Ribò alla parola trimone. Lascio passare trenta secondi. Non fa una piega. Muto, aspetta. Eh, no. Non può conoscere questa parola (va pronunciata alla maniera pugliese, con il gruppo “tr” che suona quasi come “sc”). Questa è di nuovissimo conio, minchia. E comunque non mi chiede niente. «Il trimone», ripeto. Ribò inarca leggermente le sopracciglia e piega la testa di lato. «Allora, questa idea?», chiede poi, con voce annoiata. Sei un gran bastardo, Ribò, mi dico. «Eccola, l’idea. Si tratta di una cella frigorifera. La conosco. Sai la strada che da Rivoli porta ad Avigliana?», chiedo. Ribò muove la testa in avanti. «Bene, lì c’è un posto con una cella frigorifera. E dovrebbe essere anche di facile accesso». «Andiamoci», dice, «mi spieghi di questo frigorifero in macchina».
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