1Nessuno vive come gli ebrei. A meno che non si tratti di ebrei. Non tutti gli ebrei, d’altronde, vivono ebraicamente.
Leon De Donno, per esempio.
Lui è ebreo. Però non vive come la maggior parte degli ebrei.
Perfino dal punto di vista fisico sembra fatto apposta per starsene distante dalla sua religione.
È biondo. Ha gli occhi azzurri. All’apparenza, potrebbe trattarsi di un attempato scandinavo.
Non osserva le Mitzvot. Neanche una. Neanche mezza.
Tra l’altro oggi, cinque ottobre, nel mondo ebraico si celebra Kippur, festa dell’espiazione cioè del perdono dei peccati. Alle sette del mattino, fregandosene del severo digiuno prescritto dalla Torah e dai Maestri, De Donno ha fatto colazione all’Hotel Candia di Venezia con uova, pancetta affumicata e un bel tazzone di caffè.
Nella città lagunare è giunto tre giorni or sono. Non c’era mai stato prima.
Adesso è in veranda. Fuma contemplando i palazzi innestati tra acqua e cielo.
How lovely…, mormora con la sua voce gutturale.
Leon De Donno nacque a New York, nel quartiere di Williamsburg, sessantanove anni fa. Venne circonciso a otto giorni di vita. Di Shabbat, tra l’altro.
I suoi genitori erano osservanti in massima misura. In casa si impiegavano doppi tegami, doppi piatti, doppie stoviglie, doppi bicchieri: gli utensili venivano tenuti rigidamente separati onde evitare ogni contatto tra cibi a base di carne e cibi a base di latte.
I familiari di Leon erano piissimi, dei veri ashkenaziti: durante i sette giorni di Pesakh si privavano perfino dei fagioli dato che i legumi secchi si gonfiano, a riposo nell’acqua, e ciò potrebbe ricordare l’agire del lievito.
Facciamola breve: le famiglie che vivono sotto l’ombrello dell’Halakha’ hanno sempre doppie stoviglie. Ciò rende la misura di quanto praticare la religione ebraica sia una faticaccia.
Con l’ebraismo, De Donno tenne duro fino alla quarantina.
Poi un divorzio. Un altro. Un altro ancora.
Liti. Avvocati. Psicologi.
I suoi dodici maschi crescevano guardandolo di soppiatto. Le ex mogli gli intentavano cause su cause. E le vincevano tutte.
Il lavoro di pubblicitario non bastava più per campare. Il computer comprato a rate stava diventando obsoleto. Il primo e ultimo cellulare della sua vita gli scivolò nel water.
Al McDonald’s della Sesta Avenue, preso dalla disperazione, Leon De Donno consumò un hamburger contenente prosciutto e formaggio. Era il suo modo di battere i pugni contro il Cielo.
Di fianco a lui c’era una coppia di pensionati WASP freschi di ricordi, appena atterrati all’aeroporto John Fitzgerald Kennedy.
Oh, Venice… How lovely…, diceva piano la signora. Gli americani, nei ristoranti, parlano a bassa voce. Sussurrano, come gli inglesi.
What an incredible story…, continuava la donna in età avanzata. The ancient Doges… The Sala del Maggior Consiglio… The Ponte dei Sospiri… The Carcere dei Piombi… Giacomo Casanova…
What incredible tramezzinoes, la interruppe suo marito.
L’uomo rise come si ride a Boston. Sommessamente.
La donna, invece, non rideva.
Il suo sguardo fendeva l’atmosfera, sembrava in preda a una visione.
What an incredible story…, ripeteva dimenticando di mangiare.
Dopo un po’, i due se ne andarono.
A partire da quello sguardo, Leon De Donno elaborò un’idea.
Si recò da We Buy Gold Pawn Shop. Ne uscì con una vecchia, indistruttibile macchina per scrivere di fabbricazione italiana.
All’epoca – fine anni Novanta – un’Olivetti Lettera 22 veniva considerata un ferrovecchio. Oggi è roba da collezionisti.
Al Central Park, il nostro amico si posizionò a gambe incrociate sulla pavimentazione a mosaico dedicata alla memoria di John Lennon.
Estrasse la Lettera 22 dalla custodia a valigetta. La posò sulle tessere di marmo bianche e nere. Inserì nel rullo un foglio giallastro che svolazzava lì attorno.
Cominciò a battere sui tasti.
Giacomo Casanova. The Sinner Doge.
Il romanzo era ambientato nella Venezia del Seicento.
Man mano che scriveva, De Donno si lasciava ispirare dalla parola Imagine, posta al centro del mosaico.
Essa costituiva un imperativo. Un dovere.
Tempo due settimane e il manoscritto fu pronto.
Dopo settantasei rifiuti, la risma dattiloscritta venne accolta da un editore che aveva sede nel Bronx: Priaruggia Books, un’azienda di medie dimensioni comandata dal figlio di un genovese mancato prematuramente.
David Priaruggia non era ebreo, tuttavia si atteneva in modo naturale al cuore dell’ebraismo: il rispetto per i genitori. Ricordava suo padre Marco quasi in ogni discorso.
Il romanzo non ebbe alcun riscontro commerciale. Le vendite rasentavano quota zero.
«Siamo a ridosso del Duemila. Nell’editoria di oggi c’è troppa gente che scrive e pubblica. È una vera e propria inflazione», ripeteva Priaruggia, come per scusarsi. Poi guardava l’interlocutore negli occhi. «Ma tu non preoccuparti, Leon. Ce la faremo».
Nelle sue vene scorreva sangue tenace. A dispetto dei conti in rosso, l’editore continuò a credere nelle storie del Doge seduttore.
Commissionò un altro romanzo a De Donno. Poi un altro. E un altro ancora. Sempre con lo stesso protagonista: Giacomo Casanova.
«A mio padre, questi romanzi sarebbero piaciuti», diceva.
Cominciò a prendere forma una vera e propria serie.
La svolta, disgraziatamente, derivò dalla morte di Emily, deceduta in un incidente stradale. Emily era l’unica figlia di Leon De Donno, la sola della famiglia che non lo guardasse con cattiveria.
I media americani parlarono del dramma. Di più: si incaponirono sulla tragedia. L’uomo della strada imparò il nome e il cognome del padre della povera ragazza.
Le vendite di Casanova salirono di colpo, vertiginosamente.
Leon De Donno divenne un marchio registrato. David Priaruggia trasferì la sede della Priaruggia Books a Lower Manhattan, in un ufficio al decimo piano da cui si vedeva l’oceano.
In un soffio, però, dovette tornarsene nel Bronx.
Da laggiù, David snocciolava le perle di saggezza che aveva appreso da Marco: «Dicono che amici e nemici si conoscano nel momento del bisogno. La verità è che le due categorie si distinguono meglio quando le cose vanno alla grande».
Infatti, De Donno aveva cambiato editore. Era passato alla concorrenza e tanti saluti.
Subodorando nuovi bellicismi da parte delle ex mogli, forte dei dollari guadagnati coi diritti d’autore, lo scrittore si trasferì nella Svizzera francofona, a Lausanne, altresì detta Losanna.
Colà abitò per molti anni insieme alla solita macchina per scrivere Olivetti Lettera 22.
Quando serviva, spediva al suo nuovo editore missive di carta, come una volta.
Aveva trovato il punto d’equilibrio. Ma non la felicità, perché i tipi come lui, purtroppo, non diventano mai felici. Qualcosa gli rodeva dentro istante dopo istante.
A ogni modo, è difficile per tutti stare tranquilli. Tu non puoi stare calmo se, per capirci, un anonimo antisemita t’invia un piccolo, minuscolo pacchetto bomba imbucato nella cassetta postale situata a trenta metri dal tuo domicilio.
Quattro giorni fa, Leon De Donno ha ricevuto il “regalo”. Non è esploso per miracolo. Di ciò ha informato le autorità elvetiche.
Tre giorni fa, ha mollato la Svizzera.
Per la primissima volta nella sua vita ha messo piede a Venezia.