Capitolo 1
(POV di Elara)
Il contatore scorreva. Tre euro e cinquanta. Quattro euro e dodici. Quattro euro e ottantotto.
Pulivo meccanicamente il bancone con uno strofinaccio usato, gli occhi fissi sul conto del cliente andato via venti minuti prima senza lasciare la mancia. Il caffè sapeva di grasso rancido e di candeggina economica, un miscuglio che all’inizio, sei mesi prima, mi rivoltava lo stomaco, e a cui ormai mi ero rassegnata da tempo.
Cinque euro e quarantatré.
Il cellulare vibrò nella tasca del grembiule. Non avevo bisogno di guardare lo schermo per sapere chi fosse. Ormai conoscevo a memoria il ritmo delle suonerie. Quelle brevi dell’ospedale, quelle dell’infermiere di giorno, quelle della notte.
Questa era della notte.
— Pronto?
— Signorina Elara? Sono l’ospedale San Vincenzo. Sua madre ha avuto un picco di febbre. Il medico vorrebbe vederla.
Chiusi gli occhi per un secondo. La stanchezza mi pesava sulle spalle come un cappotto troppo pesante.
— Arrivo.
Il signor Bouchard, il titolare, spuntò dal retro mentre si aggiustava il grembiule macchiato.
— Neanche a parlarne. La tua pausa l’hai fatta tre ore fa. Hai già finito il turno.
— È mia madre.
— E io ho i miei conti. All’ospedale c’è il turno di notte. Sono pagati per quello.
Emise una risata secca, soddisfatto della sua misera battuta. Rimisi il telefono in tasca senza rispondere. Mi tolsi il grembiule, lo piegai con cura, lo posai sul bancone.
— Torno domani alle sei.
— Se te ne vai ora, non avrai la giornata pagata.
— Lo so.
La porta del caffè emise quel cigolio acuto che odiavo. La strada era vuota. Era passata mezzanotte, e il quartiere non aveva nulla di rassicurante di notte. Lampioni che sfarfallavano, saracinesche abbassate, lattine che rotolavano sul marciapiede spinte da un vento umido.
Camminavo veloce, le braccia incrociate sul petto. La stazione della metropolitana distava dieci minuti, ma affrettando il passo potevo farcela in sette.
Fu in quel momento che lo vidi.
O meglio, lo sentii.
Un odore di ferro. Caldo, denso, animalesco.
Rallentai d’istinto, il cuore improvvisamente troppo rumoroso nelle orecchie. Il vicolo alla mia sinistra era immerso nel buio totale, ma qualcosa si muoveva in fondo. Una sagoma. Un corpo.
Avrei dovuto continuare. Me l’avevano insegnato tutti. Non guardare, non fermarti, non esistere per ciò che si aggira nell’ombra.
Ma c’era quell’odore. E c’era quel rumore. Un respiro corto, spezzato, come di chi cerca di non piangere.
Feci un passo. Poi un altro.
La luce del lampione più vicino non arrivava in fondo al vicolo, ma illuminava giusto quel tanto che bastava per distinguere il sangue. Ce n’era dappertutto. Sul muro, per terra, sull’uomo appoggiato ai blocchi di cemento umidi.
Lui alzò la testa.
Non dimenticherò mai i suoi occhi. Nell’oscurità, brillavano come quelli di un animale braccato. Feroci, ma altrove. Quasi spenti.
— Vattene.
La sua voce era rauca, appena un sussurro. Non una minaccia. Un ordine. Forse l’ultimo che avrebbe dato.
Feci un passo indietro. Poi vidi la sua mano. La premeva contro il fianco, e il sangue gli colava tra le dita, lungo il polso, gocciolando a terra con un rumore sordo.
Un’arteria. Se era un’arteria, gli restavano pochi minuti.
Non so cosa mi abbia spinto. La stanchezza che rende stupidi. L’abitudine a prendermi cura di mia madre, a medicare, pulire, riparare tutto ciò che poteva ancora esserlo. O forse solo quella luce nei suoi occhi, quella luce che rifiutava di spegnersi e che mi ha ricordato qualcuno.
— Se me ne vado, qui lei muore.
Lui non rispose. Il suo sguardo si offuscò, le palpebre batterono.
Mi accovacciai accanto a lui. La mia giacca era pulita quella mattina, ma non lo rimase a lungo. Premetti il palmo della mano contro il suo, sopra la ferita. Il sangue era caldo. Troppo caldo.
— Deve alzarsi. Non abito lontano.
Mi guardò. Davvero, questa volta. Come se mi vedesse per la prima volta. Una ragazza gracile, i lineamenti tirati, le unghie rosicchiate, inginocchiata nel suo sangue a mezzanotte in una strada di merda.
— Tu non sai chi sono.
— No.
— Non dovresti…
— Lo so.
Cercò di ridere, ma la bocca gli si contorse in una smorfia di dolore. Era alto. Quando si appoggiò a me per alzarsi, pensai che le mie gambe stessero per cedere. Pesava una tonnellata, e a ogni passo emetteva un gemito tra i denti stretti.
La mia strada. Il mio palazzo. I tre piani senza ascensore. Li contai uno a uno, col fiato corto, le sue dita strette sulla mia spalla. Sangue dappertutto sulle piastrelle del pianerottolo. Domani la vicina del piano di sotto avrebbe urlato di nuovo.
La mia porta. Le mie mani che tremavano mentre cercavo le chiavi. La luce del corridoio che finalmente si accendeva, cruda, spietata, rivelando l’entità del disastro.
Era coperto di tagli. Non solo al fianco. Braccia, torace, una profonda lacerazione sulla tempia. I suoi vestiti, un tempo forse costosi, non erano più che uno straccio nero e rosso.
— Si stenda sul divano.
Ubbidì, o meglio, crollò. Corsi in bagno, presi il kit di primo soccorso che usavo per mia madre. Lo stesso. Sempre lo stesso. Medicare, pulire, ricucire quando serve.
Quando tornai, i suoi occhi erano chiusi.
— No, no, no… Si svegli.
Gli diedi un leggero schiaffo sulla guancia. Le sue palpebre fremettero.
— Resti con me.
Mi fissò, le pupille dilatate. E nel suo sguardo semicosciente ci fu qualcosa. Una sorpresa quasi infantile, come se non avesse mai immaginato che qualcuno potesse dirgli una cosa del genere.
— Perché… lo fai?
Gli strappai la camicia di netto per scoprire la ferita più profonda.
— Perché mia madre mi ha insegnato che non si lascia morire nessuno da solo.
La mia voce aveva tremato. Mi morsi il labbro e cominciai a pulire la ferita. Lui digrignò i denti, ma non urlò. Non urlò nemmeno una volta in tutta la notte, mentre disinfettavo, ricucivo con filo da pesca e un ago ricurvo sterilizzato con l’accendino, fasciandogli le costole con lenzuola tagliate a strisce.
Verso le quattro del mattino dormiva. Il suo respiro era più calmo, più regolare. Il sangue aveva smesso di scorrere.
Mi sedetti per terra, appoggiata al muro del salotto, e lo guardai.
Nel sonno sembrava più giovane. I lineamenti tirati, ma quasi vulnerabile. Non era un uomo comune. Lo sapevo. Le sue mani, le sue vecchie cicatrici che avevo visto mentre lo curavo, il modo in cui aveva sopportato il dolore senza un lamento.
Ma per ora era solo un uomo. Un uomo che avevo portato a casa mia, che avevo ricucito, e che dormiva sul mio divano sfondato accanto al termosifone che perdeva.
L’alba spuntava appena quando chiusi gli occhi. Cinque minuti, pensai. Solo cinque minuti, e poi torno in ospedale.
Fu la suoneria del cellulare a svegliarmi. L’ospedale. Mia madre.
Scattai in piedi, la schiena dolorante, la testa annebbiata. L’uomo non era più sul divano. Per un secondo pensai di aver sognato tutto.
Poi vidi le lenzuola insanguinate piegate con cura sul bracciolo. E una banconota da cinquecento euro posata sul tavolino, trattenuta da un posacenere che non avevo mai usato.
Rimasi immobile, la banconota tra le dita. Cinquecento euro. Due settimane di stipendio. Tre giorni di ricovero per mia madre.
Sulla strada per l’ospedale, nella metropolitana affollata delle sei del mattino, ripensavo ai suoi occhi. A quello che aveva detto. Tu non sai chi sono.