Capitolo 2

934 Words
Capitolo 2 (POV di Elara) L’ospedale aveva sempre lo stesso odore. Disinfettante, malattia, e quel qualcosa di indefinibile, come un resto di cibo tiepido passato al vapore. Ormai conoscevo ogni angolo di quel corridoio. La macchina del caffè che prendeva cinquanta centesimi senza dare niente, la poltrona di finto cuoio verde con il bracciolo rotto, l’infermiere di notte che leggeva sempre la stessa rivista. — Signorina Elara. Il dottor Roussel era già lì. Ometto piccolo e frettoloso, occhiali tondi, camice troppo largo. Aveva quel modo di giungere le mani davanti a sé quando stava per annunciare qualcosa di spiacevole. — Sua madre ha passato una brutta notte. Il picco di febbre è sceso, ma… Sediamoci un minuto. Non avevo voglia di sedermi. Avevo voglia di vederla, toccarle la mano, accertarmi di persona che respirasse ancora. Ma lo seguii nella saletta d’attesa in fondo al corridoio, quella dove si andava quando le notizie erano troppo pesanti per essere date in piedi. — L’attuale trattamento non sta dando i risultati sperati. Siamo giunti al termine delle possibilità terapeutiche standard. Guardavo le sue labbra muoversi. Le parole mi arrivavano con un ritardo, come in un brutto sogno. — Ci sono ancora opzioni, certo. Protocolli sperimentali. Cure all’estero. Ma tutto ciò ha un costo. I suoi occhi evitarono i miei. — Di quanto parliamo? Sospirò. Il sospiro di chi sta per annunciare l’inevitabile. — Per cominciare, circa quarantamila euro. Forse di più. So che non è… — Quarantamila. La mia voce era strana. Calma. Troppo calma. — Mi dispiace, signorina Morel. Volevo che sapesse che esistono ancora possibilità. Ma bisogna essere realistici sui mezzi. Si alzò, mi posò una mano sulla spalla per una frazione di secondo, e scomparve nel corridoio. Restai seduta. La poltrona di finto cuoio verde era scomoda tanto quanto sembrava. Fuori, l’alba ormai era davvero spuntata, una luce grigiastra che entrava dalla finestra sporca. Quarantamila euro. Ripensai alla banconota nella mia tasca. Cinquecento. Me ne servivano quarantamila. Mia madre era nella camera 317. Conoscevo il percorso a occhi chiusi. La porta era socchiusa, come sempre, per permettere agli infermieri di passare senza far rumore. Dormiva. Mi sedetti accanto a lei e le presi la mano. Così sottile, così leggera. Le vene in superficie sotto la pelle traslucida, le dita deformate dall’artrosi, le unghie ingiallite dagli anni e dai medicinali. — Sono qui, mormorai. Le sue palpebre si mossero, ma non aprì gli occhi. A volte mi sentiva, a volte no. Le parlavo comunque. — Ho avuto una notte strana. Ho portato a casa qualcuno. Un uomo ferito. Sanguinava dappertutto. L’ho ricucito come mi hai insegnato tu, con l’ago ricurvo e il filo da pesca. Ti ricordi quando me lo hai mostrato, su quel gatto che avevamo trovato per strada? La mia voce si incrinò un po’. — Dicevi sempre che bisognava aiutare. Che quello era essere umani. Aiutare quelli che cadono, anche se non li conosci. Anche se tutti dicono di farsi i fatti propri. La sua mano era fredda. La riscaldai tra le mie. — Mi ha lasciato cinquecento euro. Cinquecento, mamma. È un sacco di soldi per noi, ma il dottor Roussel dice che servono quarantamila per una nuova cura. Quarantamila. Appoggiai la fronte sul bordo del letto. Le lenzuola sapevano di ammorbidente industriale. — Non so cosa fare. Non so più come fare. Il signor Bouchard mi licenzierà se salto un altro giorno. E anche se lavorassi giorno e notte, non guadagnerei mai quella cifra. Mai. Il monitor faceva bip piano accanto al letto. Un suono regolare, rassicurante. Lei viveva. Per ora viveva. — Aveva delle cicatrici, l’uomo di stanotte. Non solo le ferite fresche. Anche di vecchie. Segni di colpi, forse. O di altri combattimenti. Sembrava pericoloso, mamma. Davvero pericoloso. Ma mentre lo curavo, mi guardava come se… Cercai le parole. — Come se nessuno avesse mai fatto niente per lui senza chiedere qualcosa in cambio. Alzai la testa. I suoi lineamenti erano sereni. Forse sorrideva nel sonno, o forse era solo un’illusione dovuta alla stanchezza. — Come si chiama? – chiesi ad alta voce, rendendomi conto all’improvviso che non lo sapevo. Non glielo avevo chiesto. Lui non me lo aveva detto. Aveva solo detto che non dovevo sapere chi fosse. Nella mia tasca, la banconota da cinquecento euro mi bruciava la coscia come una promessa o una minaccia. Forse entrambe. — Dovrei cercarlo, no? Restituirgli i soldi? O dirgli che non bastano, che mi serve di più? Mia madre non rispose. Il bip continuava, imperturbabile. — O forse dovrei fare come se quella notte non fosse mai esistita. Tornare alla mia vita normale. Lavorare, dormire, venire a trovarti, ricominciare. Ripensai ai suoi occhi. Quella luce feroce, quasi spenta, che si era riaccesa quando gli avevo detto di restare con me. — Credo che sia troppo tardi, mamma. Credo che quella notte ho aperto una porta. E non so come richiuderla. Un’infermiera infilò la testa nello spiraglio. — Signorina Morel? La visita è terminata per questa mattina. Potrà tornare stasera. Mi alzai, baciai la fronte di mia madre, respirai un’ultima volta il suo odore misto a lozione e malattia. Nel corridoio incrociai il dottor Roussel. Distolse lo sguardo. Fuori, la città si svegliava. Gente di fretta, macchine, biciclette, la vita normale di chi non deve scegliere tra salvare sua madre e buttarsi nell’ignoto. Camminai fino alla fermata dell’autobus senza sapere dove stessi andando. Tornare all’appartamento? Cercare l’uomo? Trovare un altro lavoro? L’autobus arrivò. Salii, mi sedetti vicino al finestrino. Nel vetro, il mio riflesso mi restituì l’immagine di una ragazza stanca, troppo giovane per avere gli occhi già così consumati.
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