Capitolo 3

1093 Words
Capitolo 3 Elara L'autobus mi ha lasciata alle sette meno un quarto. Giusto il tempo di correre a casa, infilare un paio di jeans puliti – beh, puliti, diciamo meno sporchi – e legarmi i capelli a coda di cavallo davanti allo specchio incrinato dell'ingresso. L'uomo non c'era. Certo che non c'era. Il divano era vuoto, le lenzuola insanguinate erano sparite, e qualcuno aveva persino pulito il pavimento del bagno. Sono rimasta un secondo a fissare le piastrelle bianche, cercando tracce. Niente. Come se non fosse mai venuto. Come se non avessi passato la notte a ricucire uno sconosciuto coperto di sangue sul mio pavimento che scricchiola. Ho preso il grembiule, infilato la banconota da cinquecento in una scatola di latta sotto il letto – accanto ai risparmi per mia madre, quarantadue euro e spiccioli – e sono uscita. Sette meno due minuti quando ho spinto la porta del caffè. Il signor Bouchard mi aspettava, le braccia incrociate, il suo orologio da taschino ostentatamente girato verso di me. — In ritardo. — Manca due minuti. — Non è che manca due minuti, sei in anticipo sull'orario di chiusura della porta, ma in ritardo sull'orario di apertura del bancone. Ha tirato fuori la sua testa da rettile da dietro la cassa e mi ha porgo lo strofinaccio. — Bancone, pavimento, spazzatura. E c'è un cliente che aspetta da dieci minuti. Ho guardato la sala. Un uomo solo, seduto vicino al vetro, leggeva il giornale sorseggiando un caffè. Un caffè che il signor Bouchard avrebbe potuto benissimo servirgli mentre ero sull'autobus. Non ho detto niente. A che pro? La giornata è iniziata come tutte le altre. Uova, bacon, toast bruciati che dovevo rifare perché il tostapiede non funzionava bene. I soliti clienti con le facce da post-sbornia, i fattorini che sbattevano le porte, la gente di fretta che ordinava un caffè stretto e lo beveva in piedi al bancone. Otto e trentadue. Un tizio in giacca e cravatta ha battuto un dito sulla vetrina per attirare la mia attenzione. Sono andata. Voleva un decaffeinato con latte di mandorla. Non avevamo latte di mandorla. Ha fatto quella faccia, quella della gente che crede che tutti i caffè del mondo dovrebbero avere il latte di mandorla perché loro lo bevono. Gli ho offerto latte normale, parzialmente scremato, senza lattosio che avevamo in brick. No. Se n'è andato senza pagare il bicchiere d'acqua. Nove e quattordici. Una madre di famiglia con tre bambini. I bambini hanno rovesciato sciroppo dappertutto. Lei mi ha guardata come se fosse colpa mia. Ho pulito. La piccola ha pianto perché il suo gelato si era sciolto. La madre mi ha guardata come se fosse colpa mia anche quello. Non ho pulito le sue lacrime, non era tra le mie mansioni. Dieci e trentasette. Nessuno più. Mi sono appoggiata al bancone, le mani nell'acqua dei piatti troppo calda, e ho guardato le piastrelle. Quarantamila euro. La cifra mi girava in testa come una giostra. Quarantamila. Quarantamila. Quarantamila. Il signor Bouchard era nel retrobottega, a contare i suoi spiccioli o a guardare video stupidi sul telefono, non lo sapevo. Lo sentivo tirare su col naso ogni trenta secondi. Potrei chiedergli un anticipo. L'idea mi ha attraversato la mente come una scossa. Era stupida. Era disperata. Era l'unica cosa che potevo fare. Ho asciugato le mani, slacciato il grembiule, bussato alla porta del retrobottega. — Signor Bouchard? Ha alzato la testa dallo schermo. Il suo sguardo è cambiato immediatamente, come se avesse fiutato un guaio in arrivo. — Che c'è? — Posso parlarle un minuto? Ha intrecciato le dita sulla pancia. La posa del titolare che sta per dire di no. — Parla. — Ecco. Si tratta di mia madre. È molto malata, lei lo sa. E adesso ci vorrebbe una nuova cura, una roba sperimentale, ma costa tantissimo e mi chiedevo se… — No. — Non ha nemmeno sentito la mia domanda. — La tua domanda sono soldi. È sempre soldi con voi altri. La risposta è no. Ha sciolto le dita per indicarmi la porta. — Sono già stato gentile a tenerti dopo tutti i tuoi ritardi. Potrei trovare dieci ragazze come te in un'ora, che si presentano in orario e non frignano. — Non frigno. Le chiedo un anticipo sullo stipendio. Solo un mese. Glielo restituirò con gli straordinari, lavorando la domenica, quello che vuole. — No. E torna al bancone, c'è gente. Ho stretto i pugni sotto il bancone mentre riprendevo il mio posto. Non c'era nessuno. Aveva mentito. Sono rimasta lì, a fissare la porta del retrobottega, a odiare quell'uomo più di quanto avessi mai odiato chiunque altro. A odiare la mia vita, la mia povertà, quell'impotenza che mi si attaccava addosso come una malattia. Fu in quel momento che arrivò la macchina. Nera. Lunga. Silenziosa. Una di quelle auto che sembrano scivolare sulla strada più che rotolare, tanto sono ben sospese. Si è parcheggiata proprio davanti alla terrazza, in doppia fila, come se il parcheggio fosse una regola per gli altri. Il motore si è spento. Per tre secondi, niente. Poi le portiere si sono aperte. Quattro uomini sono scesi. Abiti neri, occhiali da sole, quel piccolo filo che scende nell'orecchio. Sapete, quelli che si vedono nei film, i tizi che guardano dappertutto tranne che dove dovrebbero guardare, che analizzano ogni finestra, ogni angolo, come se si aspettassero che qualcuno gli saltasse addosso da un momento all'altro. Hanno ispezionato la strada. Poi il marciapiede. Poi il caffè. Uno di loro mi ha guardata attraverso il vetro. Ho sostenuto il suo sguardo un secondo prima di distogliere gli occhi, il cuore improvvisamente più veloce. Ha fatto un cenno impercettibile. Lo sportello posteriore si è aperto. L'uomo che è sceso da quella macchina, l'ho riconosciuto subito. Non dal viso – portava occhiali scuri, di quelli così neri che non si vedeva niente dietro. Non dalla silhouette – era vestito con un abito scuro, perfettamente tagliato, che cancellava ogni traccia dell'uomo insanguinato della notte prima. L'ho riconosciuto dal suo modo di muoversi. Quella lentezza calcolata. Quell'economia di gesti. Il modo in cui si è appoggiato al suo bastone – un bastone elegante, di legno scuro, con un pomello argentato – senza che sembrasse una debolezza. Piuttosto un'eleganza. Una firma. Ha alzato la testa verso l'insegna del caffè. Dietro gli occhiali, sentivo il suo sguardo che spazzava la vetrina. Che cercava. Che trovava me. Si è immobilizzato per una frazione di secondo. Giusto il tempo perché capissi che mi aveva vista. Poi è entrato. Per lui, quel caffè non era abbastanza. Nemmeno per lei.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD