«Io non appartengo a nessuno» sussurrò con rabbia Elisa.
«Invece sì. Appartieni a noi, e basta» insistette Antonia con le lacrime agli occhi, e andò via dalla stanza sbattendo la porta.
La giornata era iniziata con la granata dell’aurora: all’alba, tre scoppi avevano infranto il silenzio dando inizio ai grandi festeggiamenti in onore della santa che, in quel primo lunedì di ottobre, come tutti gli anni, sarebbe sfilata davanti ai pellegrini in preghiera, scortata dal parroco, dai fedeli, dai carabinieri nella loro uniforme elegante, dalla banda, e avrebbe attraversato tutto il paese, splendida nel suo abito rosso e i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle.
Elisa, Caterina e Antonia si prepararono trepidanti alla processione. La discussione della sera prima sembrava non essere mai avvenuta.
Misero i loro vestiti migliori, si tirarono i capelli dietro la nuca in crocchie strette, che coprirono poi con fazzoletti bianchi, e uscirono nel cortile aspettando che la madre le raggiungesse per andare in chiesa.
Il padre, invece, era andato in campagna e si sarebbe unito a loro solo all’ora di pranzo.
La donna comparve nello stretto cortile, avvolta in un vestito nero come pece.
Il viso pallido era contornato da uno scialle viola che le nascondeva completamente i capelli raccolti; proprio a causa di quella pelle esangue, gli occhi emergevano prepotenti, come fossero burroni senza fondo. Elisa distolse lo sguardo dal viso della madre, perché le faceva male scrutare dentro a quegli occhi neri. Antonia le prese la mano, conducendola via con sé.
Caterina offrì il braccio alla donna e lei, in silenzio, lo accettò.
La strada era gremita di gente. In lontananza si sentiva la banda suonare marce allegre e poi fermarsi per lasciare lo spazio alle preghiere. Le tre sorelle erano scappate a metà processione per assistere all’arrivo della santa nella sua chiesa.
Tutto attorno a loro era un fluire di fedeli e pellegrini. Alla sinistra della chiesa si affollavano i carri sistemati a ridosso delle loggette, che, al contrario del resto dell’anno in cui servivano da ricovero per i più poveri, ospitavano le merci dei venditori ambulanti.
Dall’altra parte della strada, verso via Cuccuru Domus, si era accampato il circo, e il suo tendone colorato si stagliava sulla collina sormontando le baracche e le bancarelle sistemate lungo la via che portava lo stesso nome della santa.
I venditori mettevano in mostra merce di ogni tipo, dai dolci tradizionali al torrone di Tonara, dagli utensili per la casa e per la campagna ai giocattoli di legno per i bambini.
Elisa guardò con desiderio il carretto della carapigna 3 e si ripromise di comprarla quel pomeriggio, quando fossero tornate a passeggiare.
Il corteo imboccò la salita di via Santa Vitalia e tutti si strinsero per lasciare libera la strada. La santa avanzava, ondeggiando, tra le file di pellegrini e curiosi.
Il sole le infiammava il lungo vestito rosso da martire, e la corona sul capo scivolava sui suoi capelli veri, neri e lisci, dono di una donna che le aveva fatto voto, accarezzandole il viso delicato di porcellana, da ragazza, da innocente.
La santa era bellissima con quel portamento elegante, con quelle braccia che si allargavano appena, timorose, verso la gente, con la dolcezza eterna che le aveva donato il suo scultore.
La gente la fissava e si faceva la croce al suo passaggio.
Dietro di lei camminavano i fedeli, a testa bassa, sgranando il rosario.
Le donne ricche indossavano il vestito tradizionale: la lunga gonna pieghettata, nera e rossa, il corpetto nero e la bella camicia bianca. Sulla testa uno scialle nero ricamato con fiori rossi e gialli, come quello che indossava la signora Alba la domenica in chiesa.
I padroni portavano i calzoni neri, il gonnellino, la camicia bianca e sa berritta 4 . Alcuni di loro avanzavano in sella ai loro cavalli, bardati a festa, impettiti e severi.
Sfilavano poi gli altri fedeli, i cui vestiti erano molto più dimessi e molto meno colorati. Nonostante ciò, l’intensità della preghiera era la stessa, se non maggiore.
Infine veniva la banda, che era stata chiamata da Sanluri perché Nuraddei non ne aveva ancora una. Elisa, Caterina e Antonia si accodarono alla gente, riunendosi alla madre, e salirono lungo la strada battuta per assistere alla messa nella piccola chiesa.
Quella sera ritornarono alla festa per passeggiare.
Elisa comprò la carapigna e ne offrì una anche alle sorelle, che l’accettarono con entusiasmo. Così, prese a braccetto, orgogliose di quella leccornia, si divertirono a osservare ogni merce esposta, a sognare i giocattoli in mostra, a paragonare i dolci in bella vista a quelli che preparavano loro in casa.
Si fermarono nello spiazzo davanti alla chiesa a godersi l’odore dei muggini e delle anguille, dei maialetti e delle salsicce, e tutto attorno a loro era un vociare continuo, di chi trattava il prezzo e di chi invogliava a comprare, di chi si divertiva con gli amici, seduto sulle panche sotto i tendoni.
Elisa era felice di trovarsi lì. E le sembravano così lontani quei pensieri di addio secondo cui non sarebbe più tornata in paese per stare a Cagliari, lei e la signora Alba, per sempre. In fondo non era Nuraddei, il problema. Non era quel calore, quella vita dal sapore acre e deciso, quella gente che la salutava chiamandola per nome. Era sua madre.
«A che pensi Elisa?» le chiese Antonia, all’improvviso.
Si erano sedute su un muretto a osservare le persone che sfilavano.
Elisa scrollò le spalle.
«Niente».
«Quando tornerai?» domandò a bruciapelo la sorella. La sua voce si era intristita.
Elisa abbassò la testa.
«Non lo so…».
Antonia si aggrappò al suo braccio.
«Torna per noi» sussurrò.
La sorella sospirò.
«Certo che dovrò tornare… almeno una volta all’anno». Poi sollevò il capo e fissò le sorelle, gli occhi lucidi. «Ma se resto lì la signora Alba mi insegnerà il suo lavoro e forse in futuro la sostituirò. Un giorno potrebbe adottarmi, e sarei libera».
«Non una serva come noi» commentò piatta Antonia.
«E quando questo accadrà, ci dimenticherai?» le chiese Caterina.
«No! – esclamò Elisa – Allora voi potreste venire da me e staremmo tutte insieme».
Antonia la fissò con tristezza.
«Ma credi davvero che quella donna ti darà il suo lavoro? Sei un’illusa».
«La signora Alba mi vuole bene» disse l’altra per l’ennesima volta, quasi con rabbia.
Antonia era furente.
«Sono padroni, Elisa! E sono di Casteddu e di te non sanno niente. Non ci puoi credere davvero che quella donna ti vuole bene, che ne sa lei di te, di noi e di quello che provi? Niente! Perché le importa solo che tu lavori. Magari è gentile, ma chi ti dice che ti vorrebbe adottare e ti vorrebbe fare da mamma?».
Elisa restò in silenzio. Poi, a mezza voce, sussurrò: «Non l’ha mai detto».
«Hai visto? – continuò Antonia ormai senza più controllo – Ti stai illudendo! Quando non le servirai più ti rimanderà qui. E allora sarà meglio la nostra, di madre, che almeno è sempre severa e non ti fa credere di essere dolce! Io ti odio».
Detto ciò scese dal muretto e corse via, mischiandosi alla gente. Elisa la guardò andarsene, poi si asciugò una lacrima. Caterina le era rimasta accanto, silenziosa e calma.
«Antonia ti vuole molto bene, Elisa. – mormorò – Tu le hai fatto da mamma prima che andassi a lavorare a Casteddu. Io cerco di sostituirti, ma non sono brava. Sto troppo per conto mio, parlo poco e lei non mi dice tutto. Tante cose se le tiene dentro. Aspetta il tuo ritorno per liberarsi il cuore».
«Io sto male qui» balbettò l’altra.
«Punisce anche noi, a volte. – riprese a bassa voce Caterina – Se Antonia le risponde, se alza il mento mentre la sgrida, lei prende il cinto 5 del babbo e gliele suona di santa ragione. Si ferma solo perché Antonia si mette a urlare e ha paura che ci sentano in tutto il paese. Il babbo non si intromette mai in queste faccende. Pensa che la nostra educazione sia compito solo della mamma. Io non so perché fa così, ma non possiamo scappare, capisci? Dove potremmo andare? Lo sanno tutti cosa fanno le ragazze che cercano fortuna».
Elisa poggiò la testa sulla sua spalla.
«È arrabbiata con me, ne sono sicura, ma non so perché. La signora Alba invece è gentile, mi tratta bene. Pranziamo insieme, sai? Da un paio di mesi lascia anche che la aiuti. A volte dormiamo nella brandina che c’è nel laboratorio, e la sento che mi accarezza i capelli e che vorrebbe abbracciarmi ma ha paura che mi affezioni».
Caterina le prese il viso tra le mani.
«Mi devi promettere di non illuderti. Perché è quello che accadrà se non ti proteggi da lei, capisci? Non aspettarti nulla, così non resterai delusa se dovesse spezzare i tuoi sogni».
«Lei non lo farà!».
«Promettimelo» lo sguardo di Caterina non ammetteva repliche.
«Sì, lo prometto» annuì Elisa, tirando su col naso.
[1] La mamma.
[2] Termine sardo per indicare l’appellativo “Signore”. Al femminile si declina in “Tzia”.
[3] La carapigna è un sorbetto al limone, prodotto in particolare ad Aritzo, dalla consistenza simile alla neve fresca.
[4] Copricapo tradizionale sardo, indossato dagli uomini.
[5] Sardismo per “cintura”.