Capitolo 2
L‘inverno arrivò presto, subito dopo la festa di Ognissanti, in anticipo rispetto al calendario. I sottili alberi del Largo si piegavano sotto le folate di maestrale, feriti da quella violenza, e il mare era scuro, grigio, mentre all’orizzonte si compattavano nubi nere cariche di pioggia. Quel giorno, i pescatori non avevano preso il mare. Stavano seduti all’ingresso dei sottani a fumare e chiacchierare, mentre le donne, accanto a loro, aggiustavano le reti usurate e cantavano sottovoce canzoni d’amore.
Altri erano andati a farsi un goccetto nelle taverne del quartiere e non sarebbero tornati prima di pranzo. I bambini in giro erano pochi; in molti erano appostati fin dall’alba davanti al mercato, nel Largo, nella speranza di conquistarsi qualche cliente.
Stavano appoggiati al muro, con la cesta sulla testa, o in mezzo al marciapiede per scegliere la più ricca delle signore. Altri ancora, seduti a terra, giocavano con le pietre sulle ceste poggiate sul lastricato. Poco distante, sotto l’imponente colonnato del mercato, diverse donne vendevano uova fresche e dolci. Le loro voci si alzavano vivaci a chiamare i signori che uscivano o entravano dalla struttura, dove al piano terra era in vendita il pesce, e al piano superiore si trovavano la carne, la frutta e la verdura.
Elisa osservò quel via vai di sfuggita quando sbucò nel Largo e lo discese.
Doveva consegnare diversi cappellini e aveva fretta. Presto si sarebbe messo a piovere e non poteva rischiare di rovinare i lavori della signora Alba. Si sarebbe arrabbiata tantissimo e lei non osava neppure immaginare come l’avrebbe punita.
Perciò camminava veloce lungo la strada che andava svuotandosi di minuto in minuto. Poi, quando dal cielo cominciò a cadere la pioggia, si mise a correre. Doveva raggiungere la casa dell’avvocato Garau, in via Sassari. Non erano che poche decine di metri, ma con la pioggia che cadeva sempre più forte sembravano chilometri.
Elisa si tolse lo scialle per avvolgerlo sopra la cesta coi cappellini e ben presto fu completamente fradicia.
Quando suonò il campanello, la domestica che venne ad aprire non la lasciò entrare.
«Ho appena pulito l’ingresso, mi dispiace!» le disse, mentre saliva al primo piano per consegnare il lavoro alla sua padrona.
Elisa restò così, gocciolante, con lo scialle stretto tra le mani, i capelli incollati al viso e la camicetta ormai trasparente che lasciava intravedere il suo esile corpo di bambina.
Fuori continuava a diluviare e lei stava lì, immobile, a fissare il cielo nero e a chiedersi per quanto tempo sarebbe potuta restare sotto quel portone prima che la signora Alba diventasse furiosa per il ritardo.
Aveva ancora una consegna da fare.
Fradicia e tremante, si chiese se non fosse il caso di tornare al laboratorio e magari riprendere le consegne alla sera, sperando in un tempo migliore. Tuttavia, si disse che non voleva deludere la sua padrona. Perciò si fece forza e uscì sulla strada.
Corse a perdifiato fino al Corso e salì per via Fra’ Ignazio da Laconi.
All’altezza dell’orto botanico bussò alla porta del ragionier Bandinu e aspettò che qualcuno le venisse ad aprire.
Ci vollero cinque minuti perché una domestica, vecchia e mezza sorda, si accorgesse che dalla porta proveniva un rumore: quando schiuse l’ingresso, tutta trafelata, si trovò davanti una bambina con un cesto più grande di lei stretto tra le braccia ossute.
La donna si scusò e la fece entrare. La bambina restò accanto alla porta.
«Perdonatemi se vi sto sporcando il pavimento» mormorò.
«Oh, pipia mia 1 , non preoccuparti! – esclamò l’anziana, intenerita – Vieni in cucina, così, intanto che la padrona controlla il suo ordine, ti asciughi un po’».
A Elisa non sembrò vera quella gentilezza. Si accodò alla domestica e, quando le indicò un piccolo scanno 2 accanto al fuoco, si sedette, ringraziandola ancora.
La vecchia prese in consegna il lavoro e scomparve nel corridoio.
Elisa si lasciò andare sulla sedia. Le facevano male il collo, le braccia, le gambe, la pancia, e si sentiva tutta ghiacciata e intorpidita. Poi il calore del camino la raggiunse.
La invase una sensazione confortante, come se due braccia materne la cullassero, dolcemente, per accompagnarla in un sonno pieno di sogni. Era talmente nuova come emozione, insperata, desiderata. Chiuse gli occhi, si strinse alla cesta e sospirò.
Quell’emozione era tanto dolce da essere quasi lacerante. Così irrealizzabile, crudele e tagliente.
Non si accorse di piangere finché l’anziana domestica non tornò e le corse incontro, inginocchiandosi davanti a lei.
«Perché piangi? Stai male?».
Elisa si scosse. Attraverso il velo delle lacrime scorse il viso preoccupato della donna e tutto ritornò alla realtà. Ritornò il freddo, e la tristezza divenne vuoto, un vuoto immenso.
«No…» balbettò.
La domestica le prese la cesta dalle mani e la poggiò per terra. Poi si alzò e dalla dispensa tirò fuori una forma già iniziata di formaggio e del civraxiu 3 .
«Su, mangia qualcosa. – le disse, offrendole il cibo – Sei così magra».
Elisa lo accettò con un sorriso stentato, poi iniziò a mangiare lentamente.
«Dimmi, come ti chiami?» le aveva chiesto intanto la domestica, mentre le si sedeva accanto.
«Elisa» mormorò la bambina.
«Nora» si presentò l’altra, sorridendo.
Ci fu un momento di silenzio, poi la domestica riprese a parlare, con la vivacità di chi si trova in compagnia dopo tanto tempo trascorso in solitudine.
«È molto tempo che sei qui a Casteddu?».
Senza aspettare che Elisa rispondesse continuò, sospirando e perdendo lo sguardo nelle fiamme del camino. «Io sono qui da cinquant’anni. Non sono mai tornata, in paese. Mai. Nessuno è venuto a riprendermi dopo che sono passati cinque anni. Sì, è proprio così, pipia mia, non mi sono venuti a riprendere. Facevo la bambinaia, ma i bambini crescono e dopo non hanno più bisogno di te. A quindici anni la signora mi ha licenziata. Mi ha dato poche lire e mi ha mandata via».
Elisa la ascoltava, incapace di intervenire in quel monologo disperato e lucido.
La domestica le rovesciò addosso il suo sguardo profondo, le iridi nere velate dalla cataratta, la bocca sottile distorta in una smorfia di dolore.
«Mi rifugiai nella chiesa di Sant’Antonio, nella via Manno».
«E vi hanno aiutata?» mormorò la bambina.
La domestica annuì.
«Mi mandarono qui, dalla madre del ragioniere. Una donna severa ma timorata di Dio. Non rifiutò la preghiera dei preti solo perché aveva paura che mettessero una cattiva parola su di lei con il loro Superiore. – si lasciò scappare una risatina – Così sono diventata la sua domestica, e ho imparato a fare tutto, proprio tutto. La signora, prima di morire - che Dio l’abbia in gloria - mi disse che ero stata brava nei trent’anni al suo servizio».
Elisa si illuminò.
«Quindi vi voleva bene? Vi trattava con gentilezza? Sapete, la mia padrona…».
«Voler bene? – l’interruppe l’anziana donna, incerta – Lei non provava nulla per me. Io ero la domestica. Servivo in tavola con il mio vestito nero e bianco, e poi tornavo in cucina. Mangiavo lì, da sola. Per trent’anni, l’ho fatto. Anche se stavo male, se avevo la febbre, lei non si accorgeva. Non chiedeva “come stai Nora?”; non chiedeva “perché sei triste Nora?”. Nessuno lo chiedeva».
Ora la donna piangeva, in silenzio.
Le lacrime scivolavano sui sentieri tracciati dalle rughe, perdendosi lungo il collo, dentro al vestito nero e bianco o tra i capelli ingialliti tirati in una crocchia stretta sulla nuca. Negli occhi la patina di cataratta sembrava un velo di tristezza e di desolazione.
Elisa sentì la sua solitudine esplodere nella stanza in un’onda che la travolse, togliendole il respiro.
«Perché i vostri genitori non sono più tornati?» arrischiò a chiedere.
Nora iniziò a cullarsi.
«Eravamo tanti fratelli, sai? Nove in tutto. Babbai 4 era servo pastore e mammai lavorava ogni tanto per la famiglia Furcas, in paese. Non c’erano soldi, non c’era niente. Dovevo venire qui per aiutarli, ero la quarta, dovevo dimostrare che ci tenevo alla famiglia. La paga la signora la mandava in paese, direttamente ai miei genitori». Si fermò un secondo, e la sua voce si incrinò. «Poi, un giorno, nessuno mi è venuto a prendere. Aspettavo babbai e lui non è venuto. La signora disse che le avevano detto di farmi lavorare finché il bambino non cresceva e poi di trovarmi un altro lavoro. Iniziò a dare a me i soldi, ogni mese. Ma io che ci facevo? Allora chiesi alla signora di tenerli lei. E se li tenne davvero, perché quando mi cacciò mi diede solo due mesi di paga».
Il silenzio che scivolò su quelle ultime parole era pesante, come il cuore di Elisa.
«Con la madre del ragioniere era meglio. – continuò l’anziana, più tranquilla – Era severa, ma non cattiva. Voleva tutto perfetto, tutto in ordine e pulito, ma non mi ha mai picchiata. Mai. Era gentile davanti agli ospiti e un po’ meno quando eravamo sole. Poi mi ha raccomandata al figlio che ora è il padrone, qui. Quando si è sposato sono stata contenta. Magari la signora era buona e mi avrebbe voluto bene. Ma ero grande perché qualcuno mi volesse bene. Avevo quasi cinquant’anni, ero sempre triste, non parlavo più. La signora accettò il mio silenzio. Anche lei non parla molto, sai, prega spesso e ogni tanto va a passeggio. Il cappellino le serve per lunedì prossimo, per una cena dal notaio Fadda. I lavori della tua padrona sono davvero belli».
Elisa sorrise per il complimento. Dopotutto c’era sempre un’eccezione alla regola e, se quell’anziana donna era stata sfortunata, lei avrebbe visto il suo sogno realizzato.
Doveva solo aver pazienza.
«Vi ringrazio, signora Nora. Siete stata così gentile» le disse.
La donna le accarezzò una guancia.
«Vienimi a trovare ancora, per favore. – le chiese – Mi sento così sola, qui».
Elisa entrò nel laboratorio di corsa.
La signora Alba la aspettava, seduta sulla sua seggiola. Aveva le mani poggiate sul grembo e gli occhi grandi che scrutavano l’ingresso con preoccupazione.
Quando la vide comparire, ancora con i capelli e il vestito umidi di pioggia, non si mosse.
Elisa le venne vicino e arrischiò un timido sorriso, mentre si chiedeva quanto tempo fosse stata via e quanto fosse arrabbiata la donna. Non tardò a scoprirlo. Lei si alzò lentamente, finché con il corpo non sfiorò il suo. Poi, con un gemito soffocato, la schiaffeggiò.
La bambina cadde all’indietro e lì resto, le mani a terra, gli occhi increduli a fissarla.
«Mai più» sussurrò la signora Alba.
Elisa annuì, senza voce. Le martellava il cuore nel petto e sentiva le lacrime premere per sfogarsi in pianto. Cercò di aprire bocca, ma la voce della modista la zittì bruscamente.
«Non voglio sentire una parola! Sono due ore che aspetto, che mi chiedo cosa ti sia successo! Credi che io sia solo la tua padrona? Tu mi sei stata affidata e non ti posso perdere per la città. Cosa direbbero i tuoi genitori?».
La bambina si morse un labbro.
La signora Alba aveva infranto il suo immobilismo, e ora andava avanti e indietro per il laboratorio, inquieta e furiosa.
«E se ti fossi persa? Non conosci tutta la città! O… o se ti avessero rapito?».
Si fermò, all’improvviso e la raggiunse, mettendosi le mani sui fianchi.
«Ti potevi ammalare! Fuori c’era un temporale terribile e tu, anziché tornare, te ne sei rimasta in giro! – la zittì con la mano tremante – E non dirmi che l’hai fatto per i miei lavori, capito? Lo sai benissimo che non voglio che tu esca quando diluvia, devi tornare subito qui».
«Io…» sussurrò Elisa.
«Ah, quindi hai una spiegazione? Come puoi essere soltanto umidiccia? Dove sei stata?».
La bambina era ancora a terra e non sapeva se fosse il caso di raccontarle della donna che aveva incontrato, della promessa di tornare a trovarla per lenire la sua solitudine.
Restò zitta e abbassò gli occhi.
Quei pochi secondi di silenzio scivolarono ad ammorbidire l’agitazione della signora Alba. Abbassò la mano e la portò sul viso, a coprirsi gli occhi. Poi la lasciò cadere su un fianco e sospirò piano.
«Avanti, alzati e raccontami» esclamò, accennando un sorriso.
Elisa le raccontò tutto.
Le parlò della signora Nora, della sua vita sfortunata, e le chiese il permesso di andarla a trovare ancora. Non le disse che, oltre che per Nora, lo faceva soprattutto per se stessa, per lasciare che qualcuno lenisse anche la sua, di solitudine.
La signora Alba acconsentì, sperando che la compagnia di quella donna sarebbe servita ad allentare l’affetto che ormai non riusciva più a negarsi di provare per lei.
“Forse – pensava – se si affeziona a quella donna si allontanerà e non soffrirò, così come ora, al pensiero che la portino via da me”.
Ma erano convinzioni fragili e lei lo sapeva bene. Per tutto il tempo che Elisa era sparita non aveva fatto altro che tormentarsi e, se ne accorgeva solo in quel momento, la sfuriata che era seguita al suo ritorno era stata quella che una madre rivolge a una figlia. Perché le era nato quel sentimento nel cuore? Non le era mai accaduto. Ne aveva avuti tanti di apprendisti, ma per nessuno aveva provato quel tormento, la paura che i genitori comparissero dall’oggi al domani per portarseli via. E lei non avrebbe potuto fare nulla. Sarebbe rimasta sulla soglia del laboratorio a guardarli andar via, con la bambina che piangeva e urlava il suo nome, immobile e rigida per impedirsi di scoppiare in lacrime.