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2084 Words
«Spero di non avervi fatto aspettare… Siete stato tanto buono a venire!…» disse, ma s’interruppe subito. C’era qualche cosa nello sguardo di lui, che non incoraggiava a parlare. «Buona sera, Signora Pender», disse con un sorriso sereno che ispirava fiducia, ma escludeva le parole inutili, «la nebbia mi ha fatto tardare un po’. Sono lieto di vedervi». Entrarono in una stanza elegantemente arredata ma in uno stato di disordine opprimente. Dei libri stavano allineati sulla cappa del camino, dove il fuoco era stato acceso da poco. «La Signora Sivendson mi ha assicurato che sareste venuto», disse ancora la piccola donna levando verso di lui uno sguardo insinuante. «Ma non osavo crederlo. È davvero una grande bontà da parte vostra. Il caso di mio marito è talmente speciale!… Sono certissima che qualsiasi altro medico consiglierebbe il manicomio…». «Non c’è qui vostro marito?», chiese cortesemente il Dr. Silence. «Sarà di ritorno fra poco», rispose. «Non vi attendevamo così presto… Mio marito credeva che non sareste affatto venuto». «Sono sempre lieto di recarmi dove si ha veramente bisogno di me, e dove posso essere di aiuto». E aggiunse: «Forse, è meglio che vostro marito sia fuori. Poichè siamo soli, potrete dirmi qualche cosa sulle sue condizioni. Finora so molto poco di lui». Mentre ella lo ringraziava con voce tremante, il dottore le sedette accanto e la incoraggiò a parlare. «Sarà molto lusingato che siate venuto», cominciò la Signora Pender, parlando in fretta, nervosamente. «Siete la sola persona… l’unico medico… ch’egli abbia consentito a vedere. Sono molto preoccupata per lui. Pretende sia un semplice collasso nervoso… Ma non mi posso spiegare le cose strane che fa. La cosa principale, suppongo…». «Ecco, la cosa principale, Signora Pender», incoraggiò il dottore notando la sua reticenza. «…Crede che non siamo soli in casa. Ecco la cosa principale». «Siate più precisa, signora. Raccontatemi i fatti». «Cominciò l’estate scorsa, quando ritornai dall’Irlanda. Era rimasto qui solo per sei settimane, e mi sembrò subito stanco e strano, al mio ritorno… Era accigliato e dimagrito, e aveva dei modi insofferenti. Aveva scritto molto, ma l’ispirazione gli era venuta un po’ a mancare, ed era scontento del suo lavoro. Diceva che il suo senso di umorismo lo abbandonava, o si cambiava in qualcos’altro… C’era qualcosa in casa, secondo lui, che» ed essa accentuò le parole «gli impediva di sentire il comico». «Qualcosa in casa gli impediva di sentire il comico», ripetè il dottore. «Bene! Continuate, signora. Questo mi interessa!». «Sì», concluse ella vagamente, «Continuava a dire così…». «E cosa faceva per essere tanto strano?» domandò ancora il dottore. «Siate breve, altrimenti potrà tornare prima che terminiate». «Cose da poco, ma che mi sembravano significative. Trasferì il suo studio dalla biblioteca, come la chiamiamo, nel tinello. Diceva che i suoi personaggi diventavano falsi e terribili, nella biblioteca. Si alteravano, ecco, come se dovesse scrivere delle tragedie… Ora che la stessa cosa accade nel tinello, è ritornato in biblioteca». «Ah!». «Vi posso raccontare così poco, vedete…», essa proseguì, sempre più affrettata, gesticolando nervosamente. «Le cose strane che fa o dice sono cose da poco… Quello che mi spaventa è la sua idea fissa che vi sia qualcun altro in casa, qualcuno che c’è sempre e che io assolutamente non vedo. Non dice proprio così, naturalmente, ma sulle scale l’ho visto tirarsi indietro come per lasciar passare qualcuno. L’ho visto aprire una porta per farlo entrare o uscire, e spesso, nella nostra camera da letto, dispone una sedia per farlo sedere… E poi… oh sì! Una volta o due… una volta o due…». Qui si arrestò e si guardò intorno con aria atterrita. «Che cosa?». «Una volta o due», essa riprese in fretta, come se udisse un suono che l’allarmasse, «l’ho sentito correre… attraversava le stanze correndo come se qualcuno lo inseguisse…». La porta si aprì in quel momento e un uomo entrò nella stanza. Aveva un viso pallido e triste, con gli occhi un po’ fissi, i capelli scuri e un poco radi intorno alle tempie. Vestiva un abito trasandato e portava una sciarpa di flanella avvolta negligentemente intorno al collo. Lo spavento era l’espressione predominante nel suo volto. L’espressione di un perseguitato, dallo sguardo alterato dal terrore e che abbia completamente perduto la padronanza di se stesso. Non appena scorse il visitatore, un sorriso gli rischiarò il viso pallido. «Speravo che sareste venuto» disse con voce debole movendogli incontro per stringergli la mano, «la Signora Sivendson ha detto che avreste trovato il tempo. Sono tanto lieto di vedervi, Dr. Silence. Siete medico, vero?». «Sì, sono autorizzato a tale qualifica», confermò il dottore ridendo, «ma raramente me l’attribuiscono. Non esercito normalmente la medicina, intendo dire che curo soltanto quei casi che m’interessano particolarmente…». Non finì la frase, poichè lo sguardo di intelligenza che si scambiarono lo rese superfluo. «So della vostra grande gentilezza». «È il mio soggetto favorito», continuò il dottore, «ed anche il mio privilegio». «Spero che penserete ancora così quando mi avrete ascoltato», continuò lo scrittore, e lo precedette, così dicendo, attraverso l’atrio, facendolo passare in una cameretta appartata, dove avrebbero potuto discorrere liberamente. Quando la porta fu chiusa e rimasero soli, l’atteggiamento di Pender cambiò, e la sua espressione si fece grave. Il dottore gli si era seduto di fronte, in modo da poterlo vedere in viso, mentre parlava. Si accorse subito che il suo interlocutore si era accigliato. Evidentemente gli costava fatica entrare in argomento. «Quella di cui soffro è, secondo me, una grave malattia spirituale», cominciò guardando dritto negli occhi del dottore. «Me ne sono accorto subito», confermò questi. «Naturalmente! l’atmosfera che mi circonda deve dare quest’impressione a chiunque abbia percezioni psichiche. Dovete realmente essere un medico delle anime, più che un medico del corpo». «Troppo lusinghiero! Benchè sia esatta la mia preferenza per quei casi nei quali lo spirito sia perturbato per primo, e il corpo in seguito». «Comprendo benissimo. Ebbene! Io appunto ho provato in un primo tempo uno strano disturbo… non precisamente nella mia regione psichica. Intendo dire che i miei nervi sono a posto, e il mio corpo pure. Non ho allucinazioni, ma il mio spirito è tormentato da una paura opprimente». John Silence gli afferrò una mano e, chiudendo gli occhi, la tenne nella sua per alcuni secondi, non già per sentirgli il polso, come fanno generalmente i medici, ma unicamente per assorbire in se stesso la nota fondamentale delle condizioni mentali del paziente, in modo da poterne dedurre un proprio punto di vista e mettersi in grado di trattare il caso con vera comprensione. Un osservatore molto attento si sarebbe forse accorto che un lieve tremito aveva attraversato il suo corpo mentre gli teneva la mano. «Ditemi ora con franchezza, Signor Pender, tutte le circostanze che vi hanno condotto a questa ossessione. Desidero anzitutto mi diciate cos’era quella droga, perchè la prendevate, e come agiva su di voi…». «Sapete che ho cominciato con una droga!…» esclamò lo scrittore, con manifesto stupore. «So soltanto quello che osservo in voi, e l’effetto che fate su di me. Vi trovate in una condizione psichica sorprendente. Certe parti della vostra atmosfera vibrano in misura molto maggiore di altre. È l’effetto di una droga, ma di una droga non comune. Lasciatemi finire, prego. Se questo più intenso ritmo della vibrazione si diffonderà in ogni parte, acquisterete la conoscenza permanente di un mondo molto più vasto di quello che conoscete normalmente. Se invece queste vibrazioni ritorneranno nel ritmo normale, perderete queste percezioni, solo occasionalmente accresciute». «Mi confondete!» esclamò lo scrittore; «Le vostre parole descrivono esattamente quello che sento…». «Vi parlo di tutto questo per rassicurarvi e infondervi coraggio» proseguì il dottore. «Ogni percezione è il risultato di vibrazioni. La chiaroveggenza, ad esempio, consiste semplicemente in una maggiore sensibilità, derivante da più ampia misura di vibrazioni. Il risveglio dei sensi interiori non significa altro che questo. La vostra chiaroveggenza parziale si spiega facilmente. Quello che non mi riesce chiaro è il modo con cui vi siete procurato la droga, dato che non è facile averla in forma pura, e nessuna soluzione avrebbe potuto conferirvi il pauroso impulso che avete acquistato». «La Cannabis indica», proseguì lo scrittore, «venne in mio possesso l’autunno scorso, mentre mia moglie era assente. Non c’è bisogno che vi spieghi come l’ho avuto… Era l’estratto fluidico genuino, e non ho potuto resistere alla tentazione di fare un esperimento. Uno dei suoi effetti, come sapete, sta nel provocare una ilarità pronunciata…». «Già, infatti». «…Sono uno scrittore di racconti umoristici, e desideravo aumentare il mio senso del comico… per poter afferrare ogni espressione della comicità da un punto di vista assolutamente fuori del comune. Desideravo studiare il fenomeno, se possibile, e…». «Ebbene?». «Preparai una dose sperimentale, digiunai sei ore per affrettare l’effetto e mi rinchiusi in questa stanza, dopo aver ordinato di non disturbarmi. Poi ingoiai la dose e attesi». «E l’effetto?». «Aspettai un’ora, due, tre, quattro, cinque ore. Non accadde nulla. Nessuna risata. Solo una grande stanchezza. Ero ben lontano dal pensare a cose comiche!». «È una droga di effetto incerto», interruppe il dottore. «Ecco perchè ne limitiamo l’uso». «Alle due di mattina mi sentivo tanto affamato e stanco che decisi di abbandonare l’esperimento e non attendere oltre. Bevvi un po’ di latte e me ne andai a letto. Mi addormentai subito, sfiduciato e deluso. Dormivo probabilmente da circa un’ora, quando mi svegliai di soprassalto con un forte strepito nelle orecchie. Era lo strepito della mia risata! Mi torcevo addirittura dal ridere. Al primo momento rimasi sbalordito e credetti di aver riso nel sogno, ma subito dopo ricordai la droga, e il pensiero che avesse fatto effetto mi rallegrò. L’effetto della droga si era manifestato a tempo debito. Ero io che non ne avevo calcolato la giusta durata. L’unica cosa spiacevole, in tutto questo, era una strana sensazione, come se non mi fossi destato da me, ma fossi stato svegliato da qualcun altro… intenzionalmente. Ben presto, fui sicuro che era proprio così, e ne fui preoccupato». «E non vi fu possibile individuare chi fosse?» chiese il dottore, ascoltando con vigile attenzione. «Dovete dirmi ogni vostra impressione, Pender. Anche la più banale supposizione ha la sua importanza». Pender esitò, abbozzò un sorriso, si ravviò i capelli con gesto nervoso, e rispose: «Credo sia stato qualcuno connesso col mio sogno che però avevo già dimenticato. Qualcuno che deve avermi tenuto compagnia durante il sonno. Qualcuno di grande forza, grande abilità… di grande potenza… una personalità eccezionale… Una donna… di questo ero certo». «Una donna buona?» chiese il Dr. Silence tranquillamente. Pender trasalì un poco e arrossì. La domanda sembrava sorprenderlo. Ma subito egli scosse il capo con sguardo indefinibile di orrore. «Malvagia!» rispose duramente. «Una malvagità orrenda! C’era in lei anche della perversità… la perversità della mente sconvolta». Esitò un istante e alzò lo sguardo sull’interlocutore con un’ombra di sospetto negli occhi. «No!», lo assicurò il dottore ridendo. «Non dovete temere ch’io mi voglia divertire a spese vostre, o ritenervi pazzo. La vostra storia m’interessa estremamente e nel raccontarmela, senza che ve ne rendiate conto, mi fornite una quantità di preziosi elementi. Ho fatto delle esperienze su me stesso, a proposito di queste manifestazioni anormali della psiche». «Mi scuotevo tutto con risate talmente violente», proseguì Pender rassicurato, «benchè senza motivo apparente, che mi era difficile alzarmi per prendere i fiammiferi e accendere la luce. Temevo d’altronde di spaventare coi miei scoppi di risa i domestici, che dormivano al piano di sopra. Quando la luce a gas fu finalmente accesa, vidi che la stanza era vuota, e la porta chiusa, come al solito. Allora mi vestii succintamente, uscii sul pianerottolo e cercando di dominare la mia ilarità, mi accinsi a scendere le scale. Cercavo di registrare le sensazioni che provavo. Mi ficcai intanto un fazzoletto in bocca per attutire gli scrosci di risa e per non comunicare il mio isterismo ad altri». «E quella donna?». «Mi era sempre vicino», disse Pender. «Poi mi sembrò che fosse scomparsa. Le mie risate annullavano evidentemente ogni altra emozione». «E quanto tempo avete impiegato per scendere le scale?». «Stavo proprio per dirvelo! Conoscete tutti i sintomi che ho provato. Avevo l’impressione che non sarei mai arrivato al pianterreno. Ogni passo che facevo sembrava durare cinque minuti. Quando giunsi nel vestibolo in fondo alla scala… avrei giurato che fosse passata mezz’ora, se il mio orologio non mi avesse assicurato che si trattava di solo pochi secondi. Mi sforzai di accelerare il passo, ma non potevo. Mi pareva di camminare senza però avanzare e che in tal modo avrei impiegato una settimana per compiere la breve discesa della collina di Putney.
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