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«Che cosa vi fa pensare che potrei essere utile in questo caso?» domandò il Dr. Giovanni Silence, osservando un po’ scettico la signora svedese che sedeva dinanzi a lui.
«Il vostro cuore sensibile e la vostra competenza in occultismo».
«Per carità… che terribile parola!» interruppe il dottore con gesto impaziente.
«Ebbene, la vostra meravigliosa chiaroveggenza, allora, e la conoscenza psichica dei processi coi quali una persona può essere disintegrata e annientata… si tratta dei vostri strani studi di questi ultimi anni…».
«Se si tratta soltanto di un caso di personalità multipla, protesto sul serio», interruppe nuovamente il dottore con espressione seccata.
«No! Non è questo. Ascoltatemi, vi prego. Ho bisogno del vostro aiuto! Perdonate la mia ignoranza, se non mi so esprimere come vorrei, ed ascoltatemi con pazienza. Questo caso v’interesserà certamente. Nessun altro potrebbe occuparsene meglio di voi. Non ci sono in questi casi medici o medicine che possano ridare la pace perduta!».
«Il vostro caso comincia ad interessarmi!» disse a questo punto il dottore.
La signora Sivendson tirò un sospiro di soddisfazione quando lo vide uscire nel corridoio per dire alla domestica che non voleva essere disturbato.
«Credo abbiate già letto nei miei pensieri», disse: «la vostra intuizione di quanto si svolge nella mente altrui mette veramente paura».
Egli scosse il capo e sorrise, poi si appoggiò indietro sulla sedia e si dispose ad ascoltarla con gli occhi chiusi, come sempre faceva quando voleva comprendere il vero significato di un discorso espresso inadeguatamente.
Con questo metodo trovava più facile intonarsi ai pensieri viventi che si nascondono di solito dietro alle parole.
Dai suoi amici, Silence era considerato un originale, perchè, ricco e fortunato nella vita, faceva il medico per vocazione. Che un uomo indipendente di mezzi impiegasse il tempo a fare il medico, e di gente umile per di più, appariva loro incomprensibile. La nobiltà innata di un’anima, il cui spontaneo impulso era quello di aiutare coloro che non avevano risorse, li rendeva perplessi. Si irritavano, a questo suo modo di fare e, con sua grande soddisfazione, avevano finito per lasciarlo ai suoi progetti e ai suoi sogni.
Il Dr. Silence era un fuori classe fra i medici. Non aveva nè ambulatorio, nè segretario, nè usanze professionali. Non riceveva compensi, perchè era in cuor suo un filantropo. D’altra parte, non suscitava rancori fra i colleghi, poichè non accettava che casi non rimunerativi, che lo interessavano per qualche ragione speciale. Pensava che i ricchi potevano pagare, che i veramente poveri potevano valersi della carità organizzata, ma che c’era anche una categoria numerosa di lavoratori mal retribuiti e dotati di amor proprio, che non potevano permettersi il lusso di un viaggetto ricreativo. Erano questi, che egli cercava di aiutare: casi che richiedevano spesso uno studio speciale e paziente… cosa naturalmente che nessun medico può offrire in cambio di una ghinea, e che nessuno si sognerebbe del resto di chiedergli.
C’era inoltre un altro lato della sua personalità che meritava di essere osservata da vicino. I casi che richiamavano la sua particolare attenzione, non erano casi comuni, bensì casi di quella natura inafferrabile, sfuggente ed estremamente difficile a curarsi, che vengono definiti col nome più appropriato di «affezioni psichiche». Benchè egli fosse ben lontano dall’approvare questo titolo, era tuttavia comunemente conosciuto come il «medico psichico».
Per riuscire in casi di tale natura, si era sottoposto a un lungo e severo allenamento, sia fisico che mentale e spirituale. In che cosa l’allenamento precisamente consistesse, o dove si svolgesse, nessuno lo sapeva, perchè non ne parlava mai. Il suo atteggiamento non aveva alcuna delle caratteristiche del ciarlatano. Il fatto ch’egli era totalmente scomparso dal mondo per ben cinque anni, e che, avendo iniziata al ritorno la sua singolare pratica, nessuno si era mai sognato di affibbiargli l’epiteto, così facile ad acquistarsi, di ciarlatano, garantiva in certo modo la serietà delle sue strane ricerche e per l’attendibilità delle sue realizzazioni.
Per i moderni cultori di studi psichici, sentiva la calma tolleranza dell’«uomo che sa». Malgrado ci fosse un accento di commiserazione nella sua voce, non manifestava tuttavia alcun disprezzo quando parlava dei loro metodi.
«Questa classificazione di risultati è un lavoro privo d’ispirazione», diceva a me, che ero stato suo assistente di fiducia per parecchi anni. «Non porta nè porterà mai ad alcuna conclusione. Farà la brutta fine di un giocattolo pericoloso. Molto meglio sarebbe esaminare le cause, e allora i risultati ne deriverebbero spontaneamente, spiegandosi da soli. Le fonti sono accessibili e aperte per tutti coloro che abbiano il coraggio di vivere la vita che sola rende sicura e possibile ogni ricerca pratica».
Rispetto all’argomento della chiaroveggenza, la sua linea di condotta era altrettanto sana, e tanto più sorprendente, in quanto sapeva come fosse estremamente raro il potere genuino, mentre, ciò che comunemente passa per chiaroveggenza altro non è che una acuita facoltà visualizzante.
«Una sensibilità lievemente accresciuta, e nulla più», diceva. «Il vero chiaroveggente deplora il suo potere, ammette di aumentare di nuovi orrori la vita, ed è perciò di carattere triste».
Era così che il Dr. Silence, questo medico così singolare ed evoluto, poteva scegliere i casi che facevano per lui con una chiara percezione della differenza esistente fra un’illusione meramente isterica e il tipo di malattia psichica che esigeva il suo specifico intervento. Non aveva mai bisogno di ricorrere ai gratuiti misteri della divinazione; poichè, come l’ho udito osservare, dopo la soluzione di qualche problema particolarmente intricato:
«I sistemi della divinazione, dalla geomanzia sino alla lettura con le foglie di tè, non sono che altrettanti metodi per offuscare la visione esteriore, affinchè possa aprirsi quella interiore. Una volta afferrato il metodo, ogni sistema è superfluo».
Le sue parole erano significative. La chiave del suo potere consisteva, in primo luogo, nella conoscenza che il pensiero può agire a distanza e, in secondo luogo, nella convinzione che il pensiero è dinamico e pertanto capace di portare a risultati concreti.
«Imparate come si deve pensare», diceva a questo proposito, «e saprete attingere il potere alla sua sorgente prima».
Aveva allora superato la quarantina; era di costituzione piuttosto delicata, dagli occhi bruni parlanti che riflettevano la luce della conoscenza e della fiducia in sè, ed esprimevano l’affascinante dolcezza che tanto spesso si scorge negli occhi degli animali. Una folta barba nascondeva la bocca senza cancellare la maschia linea delle labbra e delle mascelle. Il suo volto, in un certo senso, dava un’impressione di trasparenza, quasi di luce, tanto finemente elaborati apparivano i lineamenti. Sulla bella fronte errava quell’indefinibile impressione di pace, che proviene dall’identificare la mente con quanto vi è di permanente nell’anima, e dal lasciare adito a quanto passa, senza ferire o affliggere; mentre dai suoi modi gentili, tranquilli e simpatici, pochi avrebbero sospettato l’energia dinamica, che gli ardeva nell’intimo come una fiamma.
«Credo che dovrei definirlo un caso psichico», continuò la signora svedese, evidentemente sforzandosi di spiegarsi il più chiaramente possibile, «e proprio del genere che fa per voi. Un caso, intendo, in cui la causa si trova nascosta in fondo a qualche disgrazia d’indole spirituale, e…».
«Prima i sintomi, prego, cara signora!», egli interruppe con serietà stranamente imperiosa, «le vostre deduzioni, in seguito».
Essa si volse e lo guardò nel viso, abbassando la voce per impedire che la sua emozione la tradisse:
«Secondo me, vi è un sintomo solo», bisbigliò, come se stesse per esprimere qualche cosa di sgradevole, «Paura… semplicemente paura!».
«Paura fisica?».
«Credo di no; benchè, come dovrei dire?… Credo si tratti di un orrore contratto nella regione psichica. Non è allucinazione nel senso comune. L’uomo è perfettamente sano; ma vive in un mortale terrore di qualche cosa…».
«Non so che intendiate per «regione psichica», disse il dottore con un sorriso; «Suppongo desideriate farmi comprendere che vengano colpiti i processi spirituali e non quelli mentali. Comunque, cercate di dirmi brevemente cosa ne sapete, dei suoi sintomi, del suo bisogno di aiuto, del mio peculiare aiuto, cioè. Tutto ciò, infine, che appare più importante, in questo caso. Ascolterò attentamente».
«Mi ci proverò», rispose la signora in tono secco, «ma dovrò farlo con le sole mie parole, e mi affido alla vostra intelligenza per cavarmi d’impaccio. Si tratta di un giovane scrittore, che vive in una casetta nella landa di Putney. Scrive dei racconti umoristici, d’un genere tutto suo. Pender, avrete forse inteso questo nome… Felice Pender. Aveva delle grandi doti. Il suo avvenire sembrava assicurato. Dico «aveva», poichè ad un tratto il suo talento è venuto completamente a mancare. Peggio ancora, si è trasformato nell’opposto. Non riesce più a scrivere un solo rigo in quel modo che gli procurava il successo…».
Il Dr. Silence aprì gli occhi per un secondo e la guardò.
«Dunque scrive ancora. La forza non se n’è andata». Interloquì brevemente.
«Lavora come una furia», essa continuò, «senza però produrre nulla» essa esitò un istante «nulla che possa essergli utile. I suoi guadagni sono praticamente cessati. Conduce una vita precaria con la recensione di libri e con strane occupazioni… assai strane… Eppure, sono certa che il talento non lo ha abbandonato, ma sia soltanto…».
Di nuovo la signora Sivendson s’interruppe cercando il termine appropriato.
«In potenza», egli suggerì, senza aprire gli occhi.
«Compresso», essa proseguì, dopo un istante per pesare la parola, «soltanto compresso da qualche altra cosa…»
«Da qualcun altro»?
«Vorrei saperlo! So che è ossessionato, e il suo senso di umorismo viene per ora oscurato… posto da parte… soppiantato da qualche cosa di terrificante che gli fa scrivere altre cose. Se non si farà qualche cosa che convenga al suo caso, morirà senz’altro di deperimento. Eppure ha paura di andare da un medico, perchè teme che lo credano pazzo. Comunque sia, difficilmente si può pretendere da un medico che gli restituisca la sua vena di umorismo, non è vero?».
«Si è mai rivolto ad alcuno…?».
«A nessun medico, finora. A qualche sacerdote sì, e a persone religiose; ma sanno così poco e manifestano tanto poca comprensione…».
Il Dr. Silence la troncò con un gesto.
«E come mai ne sapete tanto di lui?» domandò gentilmente.
«Conosco bene la Signora Pender… l’ho conosciuta prima che lo sposasse…».
«E forse sarebbe lei una delle cause?».
«Niente affatto! Gli è affezionata; una donna molto bene educata, pur non essendo molto intelligente, e dotata di tanto poco senso umoristico da mettersi a ridere nei momenti più inadatti. Ma non ha nulla a che fare con la disgrazia del marito. È stata lei, infatti, che ne ha afferrato qualche cosa nell’osservarlo. Egli ne parla poco. Si tratta, sapete, di un ragazzo veramente amabile, lavoratore, paziente… degno di esser salvato!».
Il Dr. Silence aprì gli occhi e suonò per il tè. Non ne sapeva molto di più, di quell’umorista, di quanto ne sapesse prima; ma si rendeva conto che i discorsi della signora avrebbero potuto illuminarlo ben poco. Soltanto un incontro personale con lo scrittore avrebbe potuto essergli utile.
«Tutti gli umoristi meritano di essere salvati», disse sorridendo, mentre versava il tè, «non possiamo permettere di perderne uno solo in questi giorni tristi. Verrò a visitare quanto prima il vostro amico».
Essa lo ringraziò con effusione mentr’egli cercava, con qualche difficoltà, di deviare la conversazione.
In seguito a questa conversazione, e a qualche cosa di più, ch’egli aveva raccolto per vie a lui note, il dottore si trovò un pomeriggio in automobile, verso la collina di Putney, per avere il suo primo incontro con Felice Pender, l’umorista caduto vittima di una misteriosa malattia nella «regione psichica», malattia che gli aveva rovinato il senso del comico e minacciava di distruggerne l’ingegno e forse la vita. Il suo desiderio di aiutare era probabilmente altrettanto intenso quanto quello di sapere e di studiare.
Il motore si fermò con un rombo sordo e il dottore, sceso dall’automobile, attraversò nella nebbia fitta il piccolo giardino. La casa era piccolissima, e passò parecchio tempo prima che qualcuno rispondesse al suono del campanello. Poi una luce apparve nel vestibolo, ed una donna piccola e avvenente, ritta sul gradino più alto, lo invitò ad entrare. Era vestita in grigio, aveva gli occhi rotondi come quelli di una bambina e la luce a gas faceva risaltare una folta capigliatura bionda, energicamente ravviata all’indietro. Uccelli imbalsamati, coperti di polvere, e una malconcia guarnizione di lance africane erano disposti dietro di lei. Un ampio attaccapanni di bronzo sovrastava una scala buia. La signora Pender lo salutò con un trasporto che a mala pena celava la sua emozione, sforzandosi di manifestare una cordialità naturale. Aveva evidentemente spiato il suo arrivo e gli aveva inviato incontro la domestica.