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2026 Words
«È un effetto noto, benchè raramente riscontrato, della Cannabis indica», osservò il dottore. «E questo provocava nuovamente il riso non è vero?». «Il semplice mormorìo dello scaffale dei libri mi faceva ridere. Somigliava ad un grosso animale in vena di farsi notare. Mi faceva pensare ad un orso ammaestrato… Era una cosa piena di umorismo patetico. Ma questo rimescolìo dei sensi non produceva nessuna confusione nel mio cervello. Al contrario, avevo la testa insolitamente chiara, provavo un affinamento della coscienza, sentivo una meravigliosa vitalità e la mente era acuta e penetrante. «Per di più, quando afferravo una matita, obbedendo a un impulso che mi spingeva a disegnare, talento questo che non ho mai posseduto, non sapevo abbozzare altro che teste… anzi, una testa sola… la testa di una donna dalla carnagione scura, dai lineamenti rudi e terribili, con l’occhio sinistro dalla palpebra pendente… e disegnata così bene, che rimanevo sorpreso, come potete ben immaginare…». «E l’espressione di quel volto?». Pender esitò un istante per cercare la parola più adatta. Un brivido lo percorse tutto. « Nerezza! potrei chiamarla unicamente così», rispose a voce bassa; «il volto di un’anima tetra e malvagia». «Avete distrutto anche questo?» incalzò il dottore. «No; ho conservato i disegni», disse Pender ridendo, e si alzò per toglierli da un cassetto della scrivania. «Eccovi quanto rimane dei disegni. Guardate!» soggiunse, spingendo un certo numero di fogli sotto gli occhi del dottore; «nulla tranne pochi tratti, scarabocchiati come per caso. È tutto quanto trovai la mattina dopo. Effettivamente, non avevo disegnato teste di sorta… Null’altro che linee e sgorbi e ghirigori. I disegni erano affatto soggettivi, esistevano soltanto nella mia mente, che li costruiva, con l’immaginazione, da pochi tratti di penna buttati giù in fretta e furia. Anche questa una delusione completa, come le alterate proporzioni dello spazio e del tempo. Tutto questo è scomparso, naturalmente, col passare dell’effetto della droga. Ma l’altra cosa non è passata. Intendo dire che la presenza di quell’anima nera ha persistito a rimanere con me. È anche qua adesso. È una cosa reale. Non so come potrò sfuggirla». «È connessa alla casa, non a voi personalmente. Dovrete lasciare la casa». «Già. Ma non ho mezzi sufficienti per lasciare la casa, poichè il mio lavoro rappresenta la mia sola risorsa, e… Ebbene… come vedete, dopo quel cambiamento, non sono neanche più capace di scrivere. Le storie che scrivo ora, con quelle caricature del riso, con la loro diabolica suggestione, sono orribili! Orribili! Finirò per impazzire!». Si alzò e si guardò in giro preoccupato. «L’influsso malefico che grava su questa casa, dopo il mio esperimento, ha distrutto, inaridito, le fonti vive del mio umorismo. Continuo, ciò malgrado, a scrivere racconti faceti, poichè posseggo una certa notorietà, sapete… ma la mia ispirazione si è disseccata, e molto di ciò che scrivo devo bruciarlo… già, dottore, bruciarlo, prima che qualcuno lo veda». «Come qualche cosa di assolutamente contrario alla vostra personalità?». «Completamente! Come se lo avesse scritto un altro…». «Ah!» «È rivoltante!» Si passò una mano sugli occhi, sospirando in modo penoso: «Questi abbietti suggerimenti vengono insinuati con dannata abilità e consumata perfidia sotto la maschera della più perfetta comicità. La mia stenografa mi ha lasciato, naturalmente… ed ho persino paura ad assumerne un’altra…». Il Dr. Silence si alzò e prese a camminare per la stanza, senza parlare. Sembrava esaminasse i quadri appesi alla parete o leggesse i titoli dei libri sparsi qua e là. Poi si fermò davanti al caminetto, con la schiena rivolta al fuoco, e ricominciò a guardare il paziente, tranquillamente, negli occhi. La faccia di Pender era terrea, contratta, dominata da una grave espressione di stanchezza. La lunga spiegazione lo aveva evidentemente esaurito. «Grazie, Signor Pender», gli disse il dottore, con voce calma, mentre un curioso calore sembrava emanare dalla tranquilla espressione del volto. «Vi ringrazio per la vostra sincerità e la vostra franchezza. Non ho altro da chiedervi, per ora». Si attardò ad osservare i magri lineamenti dello scrittore, guardandolo francamente negli occhi per ispirargli fiducia e infondergli coraggio. «Non dovete, anzitutto, allarmarvi», soggiunse con un sorriso. «Vi posso assicurare che non siete nè pazzo nè allucinato». Pender trasse un profondo sospiro e si sforzò di sorridere. «Per quanto possa giudicare, si tratta più che altro di una «invasione, psichica» di carattere particolarmente singolare». «È una strana espressione…» disse lo scrittore che, per quanto stanco, coglieva attentamente ogni parola della diagnosi, profondamente confortato e rinfrancato da quella intelligente comprensione. «Uno strano nome per una strana malattia», replicò l’altro. «Una malattia conosciuta del resto anche ai popoli dell’antichità. E forse anche i moderni, ne sono convinti quando riconoscono la libertà d’azione sotto certe particolari condizioni patogene e certe relazioni fra questo mondo e l’altro». «E credete», domandò Pender ansiosamente, «che sia dovuto alla Cannabis oppure a qualche male radicato più a fondo… inguaribile?». «Unicamente alla dose eccessiva!», confermò categoricamente il Dr. Silence. «All’azione diretta della droga sulle facoltà psichiche. Questa azione vi ha reso ultrasensibile. Vi ha reso ricettivo ad un ritmo accresciuto di vibrazione. Permettete che ve lo dica, Signor Pender! Il vostro esperimento avrebbe potuto provocare risultati anche più funesti. Siete venuto a contatto con una classe del mondo invisibile, che credo conservi ancora qualcosa di umano nel carattere. Avreste potuto incorrere in un pericolo assai più grave: quello di essere completamente avulso dalla sfera umana. Gli effetti, in tal caso, sarebbero stati terribili. Non sareste qui a raccontarmene i particolari. Non voglio allarmarvi, ma solo mettervi in guardia, certo che ne terrete conto, dopo quanto avete sofferto. «Dovete certo essere disorientato. Non vi rendete conto del pericolo corso, nè si può pretenderlo da voi, che suppongo apparteniate alla religione cristiana e ne professiate fedelmente il regime etico con una totale ignoranza delle possibilità spirituali. Eccetto una concezione un po’ infantile della perversità spirituale qual’è concepita nell’ambito religioso, non avete probabilmente alcuna idea delle possibilità che si offrono una volta squarciato l’esile diaframma pietosamente levato fra noi e il Gran Mondo delle ombre. I miei studi e il mio allenamento mi hanno portato molto al di là da questi ostacoli. Difficilmente potrei spiegarvi gli esperimenti che io stesso ho compiuto in questo campo». S’interruppe un momento per osservare l’interesse che Pender manifestava. Ogni sua parola era calcolata. Conosceva esattamente il valore e l’effetto delle emozioni che suscitava nell’animo del paziente. «In base a una certa conoscenza acquistata attraverso esperienze personali», egli continuò serenamente, «posso appunto diagnosticare il vostro caso come una invasione psichica». «E la natura di questa… invasione?» domandò sbalordito l’autore di racconti umoristici. «Non la conosco ancora a sufficienza», rispose il Dr. Silence. «Dovrei fare ancora qualche esperimento…». «Su di me?…» sussurrò Pender esitante, trattenendo il respiro. «Non esattamente», disse il dottore, con un grave sorriso, «ma con la vostra assistenza, forse. Dovrei soprattutto indagare le condizioni della casa… per accertare, se possibile, il carattere di quella strana personalità che vi ha ossessionato…». «Non ne avete ora un’idea esatta?…» domandò l’altro impetuosamente, impressionato e perplesso. «Sono sulla buona strada, ma mi mancano le prove», disse il dottore. «Gli effetti della droga nell’alterare le proporzioni di tempo e spazio non hanno nulla a che fare con l’invasione. Si manifestano in chiunque si induca a prendere una dose sperimentale. Sono gli altri sintomi che sono assolutamente insoliti. Vi trovate a contatto di sensazioni, desideri e propositi, tuttora attivi in questa casa, prodotti in passato da qualche potente personalità malefica che viveva qui. Non posso dire quanto tempo fa, nè perchè permangano così attivi. Dovrei pensare che si tratti di forze agenti automaticamente al momento del loro impeto terrificante». «Non dirette da un essere vivente, una volontà cosciente…?». «Credo di no… Ma non sono per questo meno pericolosi e difficili a trattare. Non posso spiegarvene la natura perchè non avete le cognizioni che vi mettono in grado di seguirmi. Ritengo, ad ogni modo, che all’atto del dissolvimento con la morte, le forze di un essere umano possano ancora persistere e continuare ad agire in modo cieco, incosciente. Come regola, queste forze si disperdono rapidamente, ma nel caso di una personalità molto potente possono persistere a lungo. In alcuni casi, e credo si tratti appunto di uno di questi, le forze possono unirsi ad alcune entità extra-umane, continuando la loro vita all’infinito e aumentando la loro forza in misura inconcepibile. Se la personalità era malvagia, gli esseri attratti nell’orbita delle forze abbandonate divengono anch’essi malvagi. In questo caso, credo abbia luogo un inconsueto terribile ampliamento del pensiero e dei propositi lasciati indietro da una donna di consumata perfidia e di grande forza di carattere e d’intelletto. Cominciate a comprendere?…». Pender guardò fisso il dottore con gli occhi pieni di orrore, ma rimase in silenzio. Il Dr. Silence proseguì: «Nel vostro caso, a ciò predisposto dall’azione della droga, avete soggiaciuto all’attacco, all’impeto sfrenato di queste forze. Sono esse che annullano in voi il senso umoristico, la fantasia, l’immaginazione… tutto quanto infonde allegria e speranza. Sono esse che cercano, sia pure soltanto automaticamente, di espellere i vostri pensieri e stabilirsi in vece loro. Siete vittima di un’invasione psichica. Contemporaneamente siete diventato un autentico chiaroveggente. Siete dunque una vittima chiaroveggente». Pender si passò una mano sulla fronte e sospirò. Lasciò la sua sedia e si avvicinò al camino per riscaldarsi. «Penserete che io sia ciarlatano od un pazzo», disse ridendo il dottore. «Ma non importa! Sono venuto per aiutarvi, e posso farlo, se farete quanto vi dico. È molto semplice: dovete lasciar subito questa casa. Le difficoltà non contano; ce le divideremo! Posso mettere un’altra casa a vostra disposizione, o potrei accettarne l’affitto. Questa casa la farò abbattere più tardi. Il vostro caso m’interessa vivamente e intendo guarirvi, in modo che non abbiate più preoccupazioni e possiate rientrare domani stesso nella vostra vita normale di lavoro. La droga ha fornito a voi, ed anche a me, lo spunto per un esperimento molto interessante. Ve ne sono grato!». Lo scrittore attizzò nervosamente la fiamma, mentre una commozione violenta lo dominava tutto. Poi guardò preoccupato verso la porta. «È inutile allarmare vostra moglie col riferirle i particolari della nostra conversazione», proseguì l’altro tranquillamente. «Ditele che ritornerete quanto prima in possesso del vostro senso umoristico e della vostra salute e spiegatele che vi presto un’altra casa per sei mesi. Userò intanto questa casa per una o due notti per i miei esperimenti. È inteso?». «Posso soltanto ringraziarvi dal profondo del cuore», balbettò Pender, incapace di trovar parole per esprimere la sua gratitudine. Poi esitò per un momento, scrutando ansiosamente il volto del dottore. «E i vostri esperimenti?» domandò infine. «Sono molto semplici, caro Signor Pender. Sono io stesso uno psichico artificialmente allenato, e sento, di regola, la presenza delle entità disincarnate, ma non mi sono accorto, finora, che esista qui qualcosa del genere. Sono perciò sicuro che le forze qui attive sono di una specie inconsueta. L’esperimento che mi propongo di fare ha per scopo di espellere il mostro, costringendolo a uscire dalla «tana», per così dire, in modo che debba esaurirsi a mezzo mio e disperdersi per sempre. Sono già vaccinato», soggiunse; «mi ritengo quindi immune». «Santo Iddio!» si lasciò sfuggire lo scrittore, abbandonandosi su una sedia. «Inferno infame! sarebbe un’esclamazione più appropriata», disse ridendo il dottore. «Parlo sul serio, Signor Pender! È proprio questo che col vostro permesso pongo di fare!». «Naturalmente», esclamò l’altro, «avete il mio permesso, coi migliori auguri! Non posso trovare alcuna obiezione, ma…». «Che cosa?». «Non vorrete, per l’amor del cielo, intraprendere questi esperimenti da solo, non è vero?». «Oh, no! Non da solo!». «Prenderete un compagno coi nervi saldi… e fidato in caso di disastro… non è vero?». «Porterò due compagni», disse il dottore. «Ah, meglio ancora! Mi sento più tranquillo. Sono certo che dovete avere a vostra disposizione degli uomini che…». «Degli uomini? Nemmeno per sogno, Signor Pender». L’altro lo guardò sbalordito. «E nemmeno delle donne o dei bambini? Non comprendo! Chi diamine portereste, dottore, con voi?». «Degli animali!», spiegò il Dr. Silence, sorridendo all’espressione di incredulo stupore del compagno. «Due animali: un gatto e un cane». Pender lo guardò fisso, immobile per lo sbalordimento, rinunciando ad ulteriori spiegazioni, senza profferire altro, lo fece accomodare nella stanza attigua dove sua moglie li attendeva per il tè.
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