Capitolo 1 – Le donne sposate hanno un gusto migliore
Léo
— Sono maledetto. Maledetto da un profumo di Chanel e un sospiro di noia coniugale.
L'ho detto ad alta voce, senza rivolgermi veramente a lei. Solo per il piacere di sentire la mia voce fluttuare tra due scoppi di risata forzata. Il tipo di frase che fa alzare un sopracciglio o accavallare una gamba.
La donna di fronte a me non mi ha deluso.
Ha sorriso, quel piccolo sorriso carnivoro, ben educato, ben imparato. Poi ha immerso di nuovo le labbra lucide attorno alla cannuccia come se stesse succhiando il dito del diavolo in persona. Mi sono sentito preso di mira. Sono sempre stato un po' possessivo con le cannucce.
Era bella. Spettacolare. Di quelle a cui offrono flute di champagne senza che chiedano nulla, che fanno girare le teste anche quando fingono di cercare il telefono in fondo alla borsa. La messa in piega doveva esserle costata la metà del mio stipendio mensile. E il vestito? Un'opera d'arte. Rosso fuoco. Scollato con la precisione di un chirurgo estetico. Aveva capito tutto.
Ma ciò che mi ha bloccato di colpo non è stato il suo sorriso né le sue gambe accavallate alla perfezione. È stata la fede.
Sottile, in oro bianco, appena visibile se non sai cosa cercare.
Ma io so sempre dove guardare.
Brillava sotto la luce del bar come un segreto ben custodito.
— E lei è…? — mi ha chiesto con una voce mielosa e un pizzico di provocazione.
— Léo, — ho risposto.
Non il mio vero nome, ovviamente. Non ero dell'umore per fare assistenza post-vendita. L'esperienza mi ha insegnato che con le donne sposate è meglio restare sul vago. Amano essere intuite. E io amo sparire all'alba.
Ha sorriso, labbra socchiuse, mascara impeccabile.
— Lei è pericoloso.
— No. Sono disponibile. Cosa che, converrà con me, è molto più rara.
Ha ridacchiato. Era fatta. Non mi restava che srotolare il tappeto rosso. Mi avrebbe raccontato che suo marito era in viaggio, che si annoiava, che non aveva previsto tutto questo. Avrebbe parlato come se l'avessi stregata io, come se fossi stato io ad aver oltrepassato il limite. Ma era stata lei a vedermi per prima. Era stata lei ad avvicinarsi, il passo esitante ma l'intenzione chiara.
La ascoltavo parlare, ma nella mia testa sapevo già come sarebbe finita: in un Uber troppo silenzioso, una porta che avrebbe richiuso dolcemente per non svegliare i bambini, lenzuola troppo pulite e un profumo di proibito.
L'avrei baciata. Di lì a pochi minuti. Lei lo sentiva. Anch'io.
Eppure…
Qualcosa non andava.
Non lei. Lei aveva tutte le carte in regola.
No, ciò che non andava ero io.
La mia attenzione, la mia voglia. Qualcosa mi scivolava via tra le dita.
Allora ho alzato gli occhi.
E l'ho vista.
Un po' più in là, al tavolo in fondo. Una donna sola. Un vestito nero, sobrio, elegante, senza nulla di vistoso. Niente gioielli appariscenti. Nessuna scollatura esagerata. Era l'opposto perfetto di quella che avevo di fronte.
Eppure, mi ha colpito come uno schiaffo silenzioso.
Aveva un libro tra le mani. Uno vero. Non un gadget per sembrare intellettuale. Leggeva davvero.
E sorrideva.
Non a me.
Non a nessuno.
Alle parole.
Come se le stessero sussurrando qualcosa di intimo all'orecchio.
Una donna che legge in un bar, da sola, senza telefono in mano, senza sguardi lanciati intorno… non esiste. È un miraggio. Un'apparizione.
E non mi guardava.
L'ho sentita prima di capirla. Quella tensione sotto la pelle. Quella voglia di raddrizzarmi, di mostrarmi, di attirare la sua attenzione.
Ma lei non si muoveva. Non alzava gli occhi.
E io, all'improvviso, avevo l'impressione di essere trasparente.
Ho deglutito. Lentamente. Come se qualcosa in me si stesse rimettendo in discussione.
Non è che fosse più bella.
Era più misteriosa.
E io sono sempre stato dipendente da ciò che non posso avere subito.
— Mi scusi, — ho mormorato alla mia compagna della serata.
— Già? — si è stupita, offesa. Non abbiamo nemmeno cominciato.
Le ho sorriso.
Un sorriso dispiaciuto. Ma non troppo. Quanto bastava di crudeltà per farle capire che non contava già più.
— È vero. Ma ho… di meglio da fare.
Mi sono alzato. Lentamente. Con la nonchalance di chi sa esattamente quello che sta facendo. Mi ha guardato andare via, le labbra socchiuse, la mano ancora sul bicchiere mezzo vuoto. Non capiva.
Ma nella mia gerarchia personale, l'indifferenza valeva molto più della disponibilità.
E quella sera, avevo visto una donna che non mi guardava.
E, cazzo, quello sì che era un problema che avevo una gran voglia di risolvere.