Prologo-2

2000 Words
- Claudia Lucetia invia sete e stoffe pregiate al Divo. – annunciò ai militi che stazionavano in divisa e lancia di rappresentanza sui primi gradini. - E a noi non porti niente, bellezza? Flavia elargì intorno qualche sorriso civettuolo, poi si concesse un sospiro di sollievo quand’ebbe superato anche il secondo posto di guardia. La Mater non si era sbagliata: le fu comunicato che avrebbe trovato Maximus alle terme private, quelle adiacenti ai bagni riservati agli Aristoi e ai Senatori che abitavano l’Acropoli. Aveva varcato le soglie di quel mondo incantato già molte volte, eppure non riusciva mai a togliersi del tutto la soggezione e il senso d’impotenza che la pervadevano ai piedi del tempio alla Gloria Maxima. L’imperatore l’aveva fatto erigere alla sua “fortuna” trent’anni prima, in occasione della proclamazione del suo culto personale (almeno sulla carta) in tutte le città d’Antartica. Aveva voluto che il monumento superasse in fasto e dimensioni lo stesso Partenone dell’antica e dimenticata Atene, e c’era riuscito. Dai piedi del basamento su cui si elevavano le colonne in stile dorico, Flavia non riusciva neppure a intravedere gli elaborati bassorilievi dorati che adornavano il timpano e le metope della trabeazione. Oltrepassò il basamento del Colosso, il recinto del Circo, percorse il lungo porticato che fiancheggiava il lato più esterno della Domus, e finalmente raggiunse l’ingresso delle terme imperiali. Qui le venne detto di aspettare mentre uno dei Servitori si premurava di avvertire il Divo della visita inaspettata; Flavia passeggiò per le piastrelle smaltate sul bordo piscina del frigidarium, la grande vasca d’acqua fredda per le ultime abluzioni del presidente/imperatore. La luce delle lanterne sospese che filtrava dalle vetrate a mezzaluna proiettava sui marmi policromi fasci di luce che accendevano piccole aree del pavimento a scacchiera, rimbalzando sull’acqua della vasca in un’armonica successione di onde aranciate, celesti, rosa pallido. - Il Divo Lucetius è in piscina coi suoi pueri. Ha chiesto che fossi introdotta. – la sorprese il Servitore, sussiegoso nonostante fossero ormai soltanto in due nella sala. Flavia si guardò bene intorno prima di avvicinarglisi: - Sai bene perché sono qui, Laelio. Il ragazzo è con lui? L’altro alzò un sopracciglio e si finse infastidito da quel repentino cambio d’atteggiamento, poi abbassò la voce fino a sussurrarle all’orecchio: - È assieme agli altri. Non sembra per nulla godersi le sue attenzioni, poverino. - La Mater lo sospettava. È per questo che mi ha chiesto di tenerlo d’occhio. Credi sia possibile portarlo a stare da noi, per qualche giorno? - Fossi in te non mi intrometterei. - È un Engstrom, Laelio! Avrà pur diritto a un minimo di riguardo… - E noi siamo Servitori. Non ci interessa altro che quel che poggia sulla lingua e sulla mano dei nostri diretti superiori, Flavia. Si scambiarono una lunga occhiata tesa, poi il giovane le fece cenno di seguirla. Flavia raccattò l’involto coi rotoli di tessuto e fece ticchettare i sandali dalla suola rialzata sul pavimento lucidato a specchio. - Anche in te la paura può più della pietà, Laelio. - Ma la saggezza assai più della paura. Continuarono a beccarsi fino al calidarium, dove il getto d’aria calda costrinse l’ancella a portarsi una mano alla bocca per impedirsi di tossire. Percepì il calore che le arrivava alle caviglie e su per le gambe dalle piastrelle riscaldate ai limiti della sopportazione, poi il sottile strato di sudore che immediatamente le ricoprì le braccia e il viso. Attraverso la spessa cortina di vapore intravide il mezzobusto di un adulto (l’imperatore, probabilmente) disteso languidamente in piscina, circondato da un gruppo di fanciulli dal fisico esile, longilineo o semplicemente troppo infantile per risaltare tra le statue e le erme che adornavano le colonnine perimetrali. - Entra pure. Ti manda la tua padrona? – le giunse ovattata una voce dolce e cortese ai limiti del laconico. Era lui, il mostro. - Aspetterò che terminiate il bagno. Così potrete ammirare le stoffe rare portate questa mattina dai Nomadi di passaggio. – gridò alla nebbia l’ancella, quasi isterica per l’agitazione. Laelio si era già dileguato, lasciandola in balia di quei fantasmi appena visibili in mezzo al fumo. - Lasciale pure nel vestuario, allora. E porta i miei ringraziamenti a Claudia Lucetia, naturalmente. - Sarà fatto… Flavia ancora indugiava sulla soglia, quando percepì la figura di un giovinetto che le sfrecciava accanto, seminudo e scalzo, la pelle lucida di sudore al bagliore debole delle fiaccole. - Karl! – sussurrò correndogli dietro alla cieca, fino al corridoio di collegamento con gli ambienti del tepidarium. Abbandonò la sporta, rialzò la veste per non inciampare nell’orlo. - Karl? Aspetta, ti prego. Sono qui per te… Il ragazzino si era già accovacciato dietro la base di una delle colonne in marmo grigio, l’ombra che lo tradiva nel bel mezzo del passaggio alle terme pubbliche. - Mi manda la Mater. È in pensiero per il tuo soggiorno a Palazzo. Ascolta, non devi avere paura. Flavia si inginocchiò accanto a lui, sorridendogli apprensiva. Il faccino spaventato del dodicenne, gli occhi strabuzzati dietro una cascata di riccioli umidi, le provocarono una stretta al cuore e un moto improvviso di rabbia per quello che (i muri avevano occhi e orecchi) si diceva avesse subito. - Ti va di dormire da noi, stasera? In villa c’è spazio a sufficienza. Avrai anche una stanza tutta per te. Karl continuò a fissarle le caviglie fasciate dalle strisce di cuoio, le braccia strette attorno alle ginocchia. - Voglio tornare a casa. Riportatemi ad Arborea, vi supplico. – implorò con un filo di voce, prima di scoppiare a piangere sul grembo dell’ancella. *** - Crede di ingannarmi con questi stracci? Davvero è caduta in basso, amico mio. Tenga pure il suo rampollo cisatlantico, se lo desidera. Nel suo spogliatoio privato, Maximus Lucetius terminava di asciugarsi le membra robuste, tonificate dalla lunga sosta termale, con le stoffe iridate appena consegnate dalla Servitrice di sua madre. Lo assisteva l’amico e Aristos di lunga data, Junius Rufinus, ormai ospite fisso della sontuosa Domus in Acropoli. - Povero pulcino. Teneva tanto a diventare un Perfetto, e poi quando gli capita una fortuna del genere… - Ci sarà tempo perché impari a essermi riconoscente, vedrai. - C’è sempre tempo. Un Perfetto ha tutta un’eternità per espiare i propri debiti. Junius aiutò il Divo ad applicare la lozione idratante sulla schiena e sul capo liscio, indugiò coi polpastrelli sulla pelle morbida come quella di un bambino e lo fece notare compiacente al suo imperatore. - Hai poi saputo del dono che mi avevi promesso? – tagliò corto Lucetius, quando ebbe fermato la fascia di lino attorno ai lombi, pronto per l’ultima tappa delle sue abluzioni quotidiane. L’Aristos lo imitò avvolgendosi i fianchi poderosi e il ventre spropositato con una lunga asciugamano di cotone, poi anticipò l’informazione che custodiva gelosamente da quella mattina con un’espressione grottesca del volto paffuto, carica di ambigua suspense: - Ti aspetta nel frigidarium, Maximus. Avevo pensato tu volessi concludere in bellezza una giornata così ricca di soddisfazioni… - Ah, non per me, amico mio. Grato che di tanto in tanto ci sia almeno tu a risollevarmi il morale. - Alludi al ritardo della delegazione occidentale? Lasciarono insieme il vestuario, diretti al labirinto di cubiculi che isolava gli ambienti più caldi delle terme. - Il capitano della spedizione, quel Dave non so cosa… Avrebbe dovuto essere già per via, non è vero? - Sono sicuro che sarà qui a giorni. - Ma io devo essere sicuro della verità! Ha o non ha trovato la città dei Nomadi? La capitale di pietra nera? - Sono soltanto leggende, Maximus… Junius capì troppo tardi di esser stato azzardato. Il Divo scattò contro di lui come una saetta, avvicinandosi sino a premere la fronte unta sulla sua: lo fissò con gli occhi talmente sbarrati da fargli temere gli schizzassero via dalle orbite: - Edenia esiste. Esiste, capito? È lì che pianterò il fulcro del mio nuovo impero, quando mi sarò stancato di questo. - L’Unione ti appartiene, Maximus… È la tua casa… Finalmente si allontanò; già l’aria fresca proveniente dalle aperture sopra la vasca del frigidarium diradava la nebbia degli ambienti che si lasciavano alle spalle. - Credi che io possa ancora sentirmi legato a un popolo che mi ha voltato le spalle, in così tante occasioni? - Abbiamo vinto gli Invidiosi, rafforzato la dipendenza dell’Unione sorella, consolidato la supremazia dei Perfetti da Olympia a Heaven Harbor… - E richiuso il coperchio di questo sarcofago vecchio di secoli! Ti rendi conto, Junius? Il Senato non può mettermi ancora i bastoni tra le ruote, non ora che la pace è tornata tra i distretti dell’Unione! Conquisterò Edenia, oppure la mia vita cesserà di avere un senso. - Maximus… Un Servitore si affrettò a cambiare i calzari di entrambi, porgendo loro uno sgabello perché non forzassero la caviglia. Junius allungò il collo per controllare che all’interno della sala di marmo variopinto tutto fosse stato già predisposto come ordinato qualche minuto prima: quando il Divo era su di giri, bastava un nonnulla per farlo infuriare, e perché qualcuno a corte vedesse messa a rischio la propria incolumità. - La verità è che sono stanco di questi pagliacci, di questi attori senza parte, di questi… opportunisti senza mistero, senza potere. Bjorn Engstrom è un burattino, ha finito per cedere al Cryostamen vendendomi letteralmente la sua Unione. Nella capitale del Nord, Heaven Harbor, il consigliere Brayden Butler non aspetta altro che un cenno per diffondere il culto della mia persona nella sua celebre Accademia. Perfino sulle ceneri di New Harmony si erige un monumento alla mia vittoria. - Se posso permettermi, Maximus… - E questa me la chiami vita? Una vita che dovrebbe scorrere eterna, secoli su secoli? Tutto questo è mio! Tutto questo è già mio, è già me! Strappò il piede dalle mani tremanti del Servitore, facendo schizzare via lo sgabello. Battendo il palmo della mano sul capo, iniziò a mugolare parole incomprensibili, dal tono acuto come quello di un bambino piagnucolante. Junius sillabò al ragazzo che li assisteva il nome di un medicinale che gli tranquillizzasse i nervi, poi aspettò a capo chino che la crisi fosse passata. - Ascoltami, Maximus. C’è ancora molto da fare. I Comuni non sono un popolo pacifico, tenteranno quantomeno di opporsi allo smantellamento delle Unioni… Il Divo inspirò a fondo, gli occhi semichiusi e puntati alla sagoma del giovinetto che sedeva sul bordo vasca. - I Comuni sono mortali. Rozzi mortali che non avranno altra scelta se non quella di sottomettersi alla nostra volontà. - E pure raggiungono un numero di abitanti quasi doppio di quello della Transatlantica. Fu portato il vaso d’acqua trattata, l’infuso che tradizionalmente aveva il potere di calmare l’immaginazione sovreccitata dell’imperatore durante i suoi deliri d’onnipotenza. - Non mi ascolti, Junius? Il futuro è a Occidente. Il mio destino è nella piana del Pacifico. - Voglia il fato che i tuoi trionfi ti conducano a calcare anche i suoli bruni di Edenia, Maximus. Finalmente il Divo sorrise. Abbracciò l’amico passandogli un braccio sulle spalle, poi entrarono insieme nella sala fredda e scintillante di riflessi policromi. - Hai ragione, Junius. È un vero gioiello. - Sua madre l’ha venduto perché fosse concessa l’irradiazione a lei e al suo consorte. Sono Servitori di una famiglia Perfetta dei quartieri bassi. Si stenterebbe a crederlo, non è vero? - Se questo bocconcino non ha geni immortali nelle vene, io non sono più degno di essere celebrato in Acropoli. - Probabilmente hai ragione tu. Quella Servitrice non l’ha raccontata giusta. - Sia comunque ricompensata! Sia fatta Perfetta! Anzi, invitala pure a Palazzo, prima delle celebrazioni per la vittoria della Milizia. Sorridendo e percorrendo ad ampi passi il passaggio a pelo d’acqua che lo separava dal giovinetto seminudo, Lucetius declamò alcuni versi di sua invenzione, celebrazioni d’una beltà androgina che potevano adattarsi a ogni persona (infante, adolescente o adulta) che rispecchiasse i suoi capricciosi gusti estetici. - Il tuo nome, tesoro? – chiese tutto moine e smorfie seduttive, sedendosi accanto al fanciullo già precedentemente addestrato. Junius aveva fatto centro, stavolta: il nuovo “giocattolo” del Divo era magro, flessuoso, biondo come il sole che mancava a Olympia e con gli occhi azzurri più del cielo che nessuno più ricordava. - Silas, signore. Per servirla. - Un nome barbaro? Oh, Junius… hai sentito? Un nome barbaro… I due adulti scossero la testa, palesemente divertiti. - Io propongo Silenus, Maximus. Che ne dici? - Oh, un nome promettente… Avvicinati, non aver paura… Continuando a fissarlo ad occhi bene aperti (non si doveva mai abbassare lo sguardo di fronte al Divo, non quando si riusciva ad attirare la sua attenzione), Silas si accostò sino a sfiorare le cosce dell’altro con le sue. L’imperatore gli prese il mento fra le mani, tirando fino a costringerlo ad aprire la bocca e a mostrargli i denti. - Perfetto, davvero perfetto. Prese a carezzargli gli zigomi, la mandibola, il collo, i capezzoli.
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