La morte e il vento -1

2084 Words
La morte e il vento - Sul serio, da quanto pensi che io non mangi? Dovrei essere già in ospedale, a quest’ora. E invece guardami: fresco come una rosa, ma sempre brutto come un mostro. L’altra sospirò e neppure si voltò per dargli corda. - Lo farei, invece, sai? Mi toglierei di mezzo, se potessi. - Insomma, vuoi stare zitto? Virginia lanciò un’occhiata inquieta alla ragazzina che sedeva accanto a Ben. Era una delle poche nel vagone che non sembrava averlo notato (forse perché gli stava troppo vicino, e lui aveva fatto attenzione a non mostrare il viso da quella parte), ma Ben sembrava far di tutto per farsi osservare, a volte. La ragazzina optò per la soluzione migliore: sfilò un libro dalla cartella rosa e ficcò la faccia lentigginosa tra un paio di pagine a caso. Virginia non l’aveva mai vista in giro; doveva essere al primo anno dell’università... Forse aveva al massimo diciotto anni, a parte il fatto di dimostrarne sedici. In qualche modo, questo la spinse a rafforzare il suo consiglio a Ben con un vigoroso calcio alla caviglia che gli fece storcere il muso, ma non cancellò affatto la sua perenne espressione imbronciata. Ora che ci pensava, erano anni che non lo vedeva sorridere. Da quando avevano cominciato insieme l’università. - Sbaglio o hai teologia comparata, tra qualche giorno? - sussurrò, nel tentativo di dare una svolta alla vena macabra che Ben aveva quel giorno. - L’esame è tra una settimana, e poi non è di questo che stavo parlando. Tentativo fallito. Virginia gettò un sospiro, incrociò lo sguardo disperato della ragazzina, e guardò dal finestrino. Il treno metropolitano che in una ventina di minuti teneva collegate le città della provincia con Napoli, il capoluogo, manteneva le sue promesse. Erano partiti da Camporeale appena quindici minuti prima e già i grattacieli della city riflettevano il sole con mille fosforescenze turchesi, aranciate, verde smeraldo; avrebbe volentieri commentato con Ben quello spettacolo, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Con lui era sempre tutto inutile. - Lo sai, è davvero strano. - aveva ripreso lui. - Cosa? - Che non riesca a farla finita. Ci ho provato ancora nel weekend; è come se non potessi mor... insomma, sai di che parlo. - Bene, questo è... positivo. Quanto mancava alla stazione? Quella mattina il suo amico stava dando di matto. Eppure una parte di lei lo comprendeva; bastava guardarlo in volto per capirlo. - Penso che a tutto questo ci sia una spiegazione, sai, Virgi? - E sarebbe? - Hai mai sentito parlare della “teoria della complementarità”? - No davvero! - E certo, l’ho inventata io... Per un attimo lei aveva sperato (o forse temuto?) di vederlo sorridere. Lo lasciò proseguire mentre il treno entrava sferragliando nella stazione sotterranea, tra i brontolii dei passeggeri sballottati, già in coda per le uscite. Come sempre, Ben avrebbe aspettato che l’ultimo dei viaggiatori avesse liberato il vagone, prima di decidersi ad alzarsi. E lei con lui. - Guardami, io posso sembrare inferiore ai miei coetanei, almeno fisicamente, ma questo perché la natura ha compensato questo mio “handicap” con qualcosa di superiore dal punto di vista... psichico. - Ma certo, ti ho sempre detto che sei uno dei ragazzi più intelligenti che abbia mai conosciuto! Avrebbe voluto aggiungere “simpatico”, ma sarebbe stato esagerato... In compenso il discorso aveva cambiato tono, e questo la rincuorava molto, soprattutto prima di separarsi per i corsi di quella mattina. - Sento delle forze, dentro di me. Come se fossi io... – abbassò la voce finché le labbra gli si ridussero a una fessura immobile. - Come se la morte che stessi cercando di procurarmi fossi io, e pertanto non potessi porre un termine alla vita! Non ti sembra straordinario? - Tu saresti la morte? - ribadì Virginia, che ormai non lo ascoltava più. Stava per sbattere contro un palo all’uscita del vagone, e un ragazzo carino e sorridente le aveva evitato per un soffio l’incidente più ridicolo di tutta la sua vita. - Certo... o qualcosa di simile. E non è finita... io... Ma Virginia era già stata inghiottita dalla folla che procedeva a spintoni verso l’uscita. Tutti avevano fretta, nonostante i treni arrivassero sempre con qualche minuto di anticipo; lui vide che l’amica gli faceva qualche cenno, forse un saluto, un arrivederci a dopo. E Ben si sentì ancora solo. Se ci fosse stato davvero qualcosa di speciale nella sua vita, lei non lo avrebbe evitato così palesemente; nessuno lo avrebbe più visto come una specie di fenomeno da circo. La sua “vergogna” avrebbe trovato una forma di riscatto. Alzò il bavero del giubbetto che si ostinava a indossare nonostante a fine aprile le temperature fossero già quasi estive, e si stropicciò nervosamente la lunga frangia nero-corvino che gli ricadeva fin quasi sul naso. “The Crow entra in scena”, si diceva ogni mattina prima di affrontare il traffico del Corso. Aveva letto del Corvo qualche anno prima in rete; era un film di più di un secolo prima, abbastanza scontato e noioso, ma si era sorpreso spesso a imitare l’aria “gothic” del protagonista. Sarebbe stato un uccellaccio nero e immortale che avrebbe deciso dei destini di tutti... il suo e quello della sua odiata, sovrappopolata città di guardoni, e ficcanaso... - Ehi! Ma si può sapere dove guardi? Brutto figlio di... Ben si bloccò in mezzo alla strada che fronteggiava la stazione. Perché i suoi sogni ad occhi aperti finivano sempre in quel modo? A pochi centimetri dalle sue gambe, un enorme monociclo gli rombava contro, infuriato. Ancora più infuriato il ridicolo centauro che stava come a cavalcioni all’interno del pneumatico. Era un ragazzino di appena dodici o tredici anni. Quelli che Ben più temeva; quelli sfacciati, quelli odiosi e senza peli sulla lingua. - Ammazza come sei brutto. Ma levati dai c...! Stringi i denti e fagli vedere chi è The Crow. Invece, puntualmente, Ben si appiattì le lunghe ciocche sulla fronte e scappò via verso il Corso, verso la folla, e verso la nuova, difficile giornata all’università. Il Corso Nuovo, prima battezzato in onore di qualche leggendario re di cui nessuno più ricordava, aveva subito cambiamenti così radicali che in pochi decenni era diventato il fulcro dell’area commerciale napoletana. Supermercati che assomigliavano a dei complessi residenziali, “virtuashops” dagli ologrammi sempre in movimento, negozi dai manichini in carne ed ossa capaci di inseguire i clienti per decine di metri al minimo segno di interesse. Erano quelli più fastidiosi. Quella mattina era diverso. Lui li detestava ancora di più; avrebbe volentieri giocato a biglie con tutti gli occhi indiscreti che in quegli attimi si fossero posati su di lui. Questa era tutta la comprensione che la sua città riservava alla sindrome di Treacher Collins, tutto il rispetto che gli altri avrebbero dovuto avere per un loro simile. Ma che rispetto avrebbe dovuto riservargli un mondo in cui i suoi stessi genitori naturali l’avevano dato in adozione? Non li aveva mai conosciuti; sapeva solo che la sua vera madre si era a tal punto vergognata della sua faccia da consegnarlo alle infermiere dopo appena qualche ora dal parto. Mille volte si era chiesto quale sarebbe potuta essere la sua giustificazione: “Scusate, ma è ripugnante! Potrei cambiarlo con uno normale?”, oppure “Che orrore! Sicuro che sia mio?”. Si era sempre immaginato sua madre come una donna bellissima, bionda e sexy come una delle tante attrici americane che spopolavano sui virtuascreen. E lui, il piccolo figlio-mostro, era stata la punizione divina per tanta bellezza; dalla principessa al rospo in una sola generazione. Più ironico di così! L’ultima volta che Ben aveva tentato di mettersi in contatto con i suoi genitori adottivi era stata anche la prima in cui, per legge, avrebbe potuto convincere gli assistenti sociali a fissare un appuntamento con loro, anche solo telefonico. Aveva appena diciotto anni, e davvero non sapeva che diavolo gli era saltato in mente... esporsi così, gratuitamente a una delle peggiori umiliazioni che mai gli era toccata di vivere. Eppure i suoi genitori adottivi l’avevano appoggiato, dicevano che prima o poi tutti i ragazzi vogliono conoscere le loro vere radici. “Fatti coraggio e vedrai che loro saranno felicissimi di conoscerti. Riuscirai a renderli orgogliosi di te, e forse tua madre ti dirà che si è pentita un attimo dopo aver rinunciato a te. Provaci, caro, fatti forza”, gli aveva detto la sua seconda mamma, Elena: una delle donne più “ingenue e fuori luogo” che avesse mai conosciuto. “Mi dispiace, ma lei non vuole vederti. È meglio che smetti ti provarci... per adesso”, era stata la risposta, a telefono, di uno degli assistenti sociali che cercava inutilmente di essere gentile. Riuscendo solo ad essere ridicolo, e schifosamente comico. Era lui, era Benedetto Gastaldi ad essere una parodia vivente. E con quel nome da miracolato, poi! Perché mai l’avevano chiamato in un modo così assurdo? Era stata, naturalmente, un’idea di Elena per compensare la maledizione che gli aveva dato il destino. Benedetto. Benedetto di che? Di aver trovato delle persone che l’avevano fatto sopravvivere, che gli avevano dato una bella casa solo per vedersi umiliato da un branco di fannulloni universitari? Mentre faceva lo slalom tra la folla ordinaria del Corso Nuovo (studenti, maniaci dello shopping, delinquenti minorenni in cerca di provocazioni e i soliti cortei di perdigiorno), Ben si lasciò avvolgere dalla sua “nuvola macabra”. Forse era un modo di proteggersi dai giudizi altrui, forse non era solo un modo antipatico di stuzzicare la sola amica che gli fosse rimasta. “Era meglio se mi avessero affogato alla nascita, come si faceva coi gattini indesiderati”, pensava col ghigno malefico di The Crow. Quasi per sfidare la sua stessa sorte, si fermò accanto alla vetrina d’ingresso di un superlussuoso negozio di abbigliamento e provò a osservare la sua immagine riflessa sul vetro. Quasi gli si spiaccicò contro per evitare che qualche passante lo urtasse di corsa; di fronte a lui c’era un alto manichino (fortunatamente uno di quelli “tradizionali”, inanimati) con un elegante soprabito nero. Grazie al tessuto scuro, il riflesso della vetrina avrebbe dovuto restituirgli i contorni del suo volto: irregolari, immodificabili, e mille volte studiati, accusati, detestati. Avrebbe. E invece no. Ben alzò gli occhi al cielo e imprecò tra sé: era importantissimo, per lui, studiarsi in qualche specchio o vetrina prima di affrontare gli studenti all’Università Federiciana. Guardarsi anche per cinque minuti di fila, come un cliente ipnotizzato dall’eleganza di un capo d’abbigliamento, e dirsi a mente: Sono il corvo, sono il corvo, sono il leggendario angelo della morte. Era quello il suo antidoto, era la sua arma contro l’impotenza che sin da bambino aveva provato nei confronti del suo destino, e di ogni implacabile superficie riflettente che glielo ricordasse. “Che cos’è,” pensò contrariato e deluso, “un altro ritrovato del marketing moderno?” La vetrina “irriflettente” perché il cliente non si fissi su di sé ma solo su ciò che ha davanti? Eppure lì, di fronte a lui, c’era davvero un vetro; vi appoggiò le mani, tolse i polpastrelli e notò l’alone lasciato dalla pelle. “Non è possibile”. La vetrina rifletteva una delle querce altissime che adornavano gli ampi marciapiedi; una donna gli passò accanto proprio allora, trascinandosi dietro una bambina piagnucolante. Entrambe impeccabilmente riflesse dal vetro, contro il manichino col soprabito. “Sono diventato invisibile?”, pensò Ben. Era ironico. “Magari!” si disse suo malgrado. Eppure per quella vetrina, forse anche per il manichino, lui non esisteva. Per la prima volta in vita sua, non riusciva a vedersi allo specchio, ad accusarsi per la sua deformità, a immaginarsi qualcun altro, o semplicemente a fare smorfie per vedere fino a che punto la sua faccia potesse divenire ripugnante. Spostò il peso su una gamba, poi sull’altra, poi dondolò la cartella che portava a tracolla. Niente... non vedeva niente. Invisibile! Quanto avrebbe voluto che Virginia fosse lì con lui, in quel momento! Era vero che negli ultimi mesi gli stavano accadendo delle cose strane, ma mai “così” strane, ed evidenti. Ci volevano delle prove, qualcosa di cui essere sicuri prima di dirlo alla sua amica. La prova del nove gli venne addosso prima che lui stesso potesse cercarsela. Per tutto quel tempo aveva continuato ad ondeggiare la sua cartella “invisibile” finché capitò tra le gambe di un vecchietto che quasi gli lanciò contro il bastone per lo spavento. “Ma spostati, imbecille!” E lo aveva guardato negli occhi. Impossibile... già tutto finito? Per fortuna il tizio che aveva preso a cartellate pareva piuttosto miope, gli aveva rivolto solo l’attenzione necessaria per qualche altro insulto a mezza voce, poi si era allontanato sempre gesticolando, e lasciando ondeggiare il bastone con lo stesso ritmo della cartella che l’aveva colpito. A capo chino, e senza nemmeno il coraggio di borbottare qualche parola di scuse, Ben si rigirò verso la vetrina a dare un’occhiata. Eccolo lì, il corvo, o meglio il verme che era riuscito ancora una volta ad umiliarsi da solo. Quante volte Virgi, e persino suo padre, gli avevano detto che stava esagerando con le sue fantasie? Possibile che fosse riuscito a ipnotizzarsi da solo, e a cancellarsi dalla vetrina per evitare di vedersi la faccia? Quella storia sarebbe stata un bel bocconcino per qualsiasi psicologo.
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