La morte e il vento -2

2002 Words
Si sorprese a fissare la sua faccia da ebete deforme, e si allontanò con una smorfia di schifo. Si era immaginato tutto, ecco cos’aveva fatto, compresa la sua idea di essere superiore, e quella teoria sulla complementarità, e sulla morte che avrebbe voluto rappresentare. Il giustiziere dell’umanità insensibile e discriminatoria; stronzate da fumetti. Mancavano già poche decine di metri agli edifici universitari. I negozi erano finiti, la folla intorno a lui cambiava: c’erano studenti che si spintonavano a vicenda, pochi professori che spiccavano tra gli altri per le giacche logore e le cravatte allentante per il caldo. Il caldo... Ben si era reso conto di aver camminato tutto il tempo col bavero calato; aveva lasciato il viso esposto per tutto quel tempo. Non era mica invisibile! Eppure se si fosse guardato intorno avrebbe notato che ormai non erano molti quelli che ancora facevano caso a lui. Ormai si erano abituati alla sua faccia... e se ancora lo indicavano era per il suo carattere che negli ultimi tempi era diventato assai più scontroso e irascibile. Odiava soprattutto i ragazzini del primo anno, quelli che a lui non avevano ancora fatto l’abitudine, e che spesso lo fissavano come fosse un marziano. A nulla erano valsi i consigli di Virginia: fatti degli amici, non sono tutti così legati all’aspetto fisico, conta quel che sei dentro, ci sono molti che hanno solo paura di avvicinarsi a te per come ti comporti... Sciocchezze. Per Ben il viso era sempre stato il suo biglietto da visita: sono strano, sono brutto, e devo pagarne le conseguenze. Per fortuna c’è dell’altro... per fortuna sono un angelo della morte. Ma quella mattina non era così semplice; prima l’esser stato ignorato dalla sua amica, poi l’incidente della vetrina, avevano completamente cancellato l’ottimismo derivatogli dalle sue fantasticherie. Si alzò il bavero prima di arrivare ai cancelli. Perfetto... la calca era addirittura il doppio del giorno prima! Avrebbe indossato degli occhiali da sole, se non avessero dato rilievo al mento, o una sciarpa se non avesse fatto così maledettamene caldo. Un’altra beffa del suo destino era stata quella di farlo nascere a una latitudine così assurda: tranne due o tre mesi d’inverno all’anno, per il resto non c’era alcuna possibilità di andarsene in giro con un abbigliamento che fosse appena “coprente”. Anche quel giorno, non era forse costretto a camminare in un mucchio di ragazzine con spalle e ventri già scoperti e abbronzati? E lui col suo ridicolo giubbetto a evitare l’attenzione altrui come una peste trasmessa attraverso gli sguardi. No, non era proprio un buon inizio. Qualche anno prima si era rivolto a qualche contatto americano che in internet aveva fondato un sito per “quelli come lui”; c’era la possibilità di rivolgersi alla chirurgia plastica. Ma le testimonianze fotografiche che aveva consultato non l’avevano soddisfatto pienamente; ovunque, su quei volti tumefatti o appena guariti dalle cicatrici lasciate dal bisturi, vedeva le tracce della perenne diversità, il marchio infamante dell’esser deformi. Era il periodo in cui era stato rifiutato dalla sua vera madre per l’ennesima volta. Forse era stato allora, dopo il “mi dispiace” imbarazzato dell’assistente sociale, che aveva cominciato a deformarsi anche il suo cuore, la sua mente, il mondo razzista e crudele in cui viveva. Da allora anche Virginia non l’aveva più visto sorridere. - Hey Ben! Ciao! Un ragazzo lo stava chiamando alle sue spalle, ma lui non si voltò nemmeno. Doveva essere qualcuno che gli chiedeva appunti prima della lezione; i soliti interessati che magari ti sorridevano per chiederti un favore e poi ti pugnalavano alle spalle coi loro giudizi. Mille volte Virginia gli aveva detto che erano soltanto paranoie, e mille volte, anche senza ribattere direttamente, l’aveva contraddetta. - Ben? Ben accelerò il passo e una volta tanto fu grato alla calca che l’inghiottì completamente, liberandolo da quel seccatore. Qualche scossone di troppo gli aveva rovinato l’acconciatura; quasi camminava, ora, con una mano sul viso. No, quella mattina non andava affatto bene. C’erano giorni in cui sul serio, non gli importava niente, altri in cui invece non pensava ad altro. “Sono il Corvo, sono il Corvo”, si ripeteva. Ma in quella folla si sentiva solo un insetto schiacciato da un centinaio di piedi. Fortuna che l’attenzione di tutti, al cancello principale, era attratta da un gruppo di giovani che vestivano una divisa rossa, senza dubbio membri del sindacato studentesco. Distribuivano volantini, e uno di loro, armato di spilla-microfono, gridava al pubblico che quasi aveva bloccato l’entrata: DOMENICA IN PIAZZA PER LA NOSTRA CITTÀ, PER NEAPOLIS LIBERA, PER LA NOSTRA CITTÀ! Neapolis... quante volte ne aveva sentito parlare negli ultimi tempi? Un’altra idea degli studenti più anziani per mettere a soqquadro l’università e occupare il tempo libero con manifestazioni anti-militari, anti-americane, anti-Italia, anti-tutto o giù di lì. A Ben sarebbero stati simpatici (in fondo si sentiva un po’ “anti” anche lui, soprattutto quella mattina), ma davvero non avrebbe resistito un secondo di più in quel pigia-pigia. Le correnti indipendentiste napoletane avevano guadagnato ampi favori nella popolazione, soprattutto dopo il precipitare degli accordi diplomatici internazionali, e l’inadeguatezza del governo italiano a fronteggiare una nuova, terribile minaccia: l’avanzata nel Mediterraneo dei nemici dell’Occidente, la “Lega di Allah”. A quanto Ben aveva capito, ma non è che gli interessasse poi molto delle politiche internazionali, la massiccia presenza militare americana aveva già occupato i punti strategici in Grecia e Italia, quelli cioè più esposti all’attacco della Lega, e all’inizio aperto delle ostilità. Sarebbe potuto essere un conflitto catastrofico, eppure c’era ancora chi aveva voglia di approfittarne per prendersi una rivincita. Erano così ritornate a spopolare le vecchie velleità indipendentiste di Napoli, a quanto pare nient’affatto ostacolate dal presidio NATO di stanza in città. Insomma, c’era qualcosa sotto. E questo qualcosa a Ben importava solo perché quella mattina non gli lasciava libero accesso al Polo Letterario dell’università. “Domenica prossima, domenica prossima a Piazza Plebiscito contro la servitù agli Americani, contro la sudditanza a Roma e contro il potere dell’Organizzazione!”, strillava una voce maschile al microfono. Era un ragazzo biondino appoggiato a uno dei cancelli del campus. Per fortuna avevano avuto l’accortezza di non sbarrarli; di tanto un tanto un professore riusciva a infilarsi all’interno, e per Ben quel piccolo varco nell’inferriata rappresentava ormai la differenza tra la vita e una morte lenta per asfissia... Un lato positivo c’era; erano tutti così appiccicati gli uni agli altri che era quasi impossibile, se fosse stato attento, guardarsi in faccia per più di qualche istante. E poi l’attenzione di tutti era calamitata dal presidente del consiglio studentesco, il famoso Massimo De Simone. Era lui che sbraitava al microfono, declamando, sorridendo, lanciando sguardi alle ragazze più vicine che andavano in visibilio senza neanche, magari, comprendere quello che l’altro gridava loro a squarciagola. Ben ne aveva sentito parlare spesso da Virginia, e da come lei si riferiva a De Simone, sulle prime aveva pensato che si trattasse di uno dei cantanti neo-melodici del momento. Poi era venuto fuori che era il paladino del momento per la causa indipendentista; un paladino solo per gli universitari fuori corso, si intende. Neanche il quotidiano locale ne aveva mai fatto cenno. E allora, la folla di quella mattina? Negli ultimi giorni il consiglio ne aveva fatta di strada; era quasi sicuro che Virginia avesse saltato la lezione al Polo Giuridico per starsene a pochi metri dal suo idolo urlante. Qualche altra spinta e Ben fu a un passo dai cancelli... e da Massimo. “Un nuovo Stato, una nuova libertà, l’indipendenza che ci venne tolta ormai duecentocinquant’anni fa senza il consenso di nessun meridionale... per volere dei Nordici, per volere di Roma!”; un applauso scrosciante stordì le orecchie di Benedetto Gastaldi proprio nel momento in cui cercava di infilarsi nel campus dietro una giovane insegnante parecchio disorientata. - Tieni, questo è per te, non mancare! Prima di costringersi a voltarsi verso Massimo, Ben si ritrovò in mano uno dei volantini che lui e i suoi stavano gettando in giro a mo’ di coriandoli. “Lui sì che piace”, si trovò a pensare suo malgrado. Se fosse mai esistito sulla Terra un ragazzo esattamente opposto a lui, quello era Massimo De Simone. Aveva ancora teso il braccio con cui gli aveva passato il volantino, e per un solo secondo i loro sguardi si incrociarono. Cioè, quello di Ben incrociò l’altro, perché Massimo era già alle prese con un altro tizio dietro di lui a cui passava un altro dei suoi insulsi bigliettini. Capelli ricci e biondi, abbastanza lunghi e forse mai neanche pettinati, occhi espressivi color ambra, sorriso da star; dopotutto a un cantante idolo delle teenager ci assomigliava di sicuro. Era tanto impegnato a ricevere ovazioni dai suoi adulatori che non aveva neanche notato il “marchio” di Ben. O forse neanche gliene era importato nulla; gli aveva dato il volantino solo per mostrargli che in fondo lui era talmente al di sopra di tutti che non distingueva più neanche tra belli e brutti, tra esseri superiori e creature ripugnanti, tra angeli della morte e studentesse urlanti. No, non riusciva proprio a non odiarlo. Forse l’aveva fatto fin dalla prima volta in cui aveva ascoltato Virginia che ne tesseva le lodi, ma ora che l’aveva visto, e che gli era apparso esattamente come se lo immaginava, bello e superbo, e così in alto in qualsiasi graduatoria di “adone napoletano”, sentiva l’invidia ribollirgli nel sangue. Non era proprio a causa sua... era per Virginia. Lei gli diceva che in un ragazzo era importante il lato interiore, ma quello non era che “uno” dei fattori di successo con le ragazze: se una mela era gustosa e nutriente, ma con una buccia marrone e tutta macchie e bitorzoli, chi si sarebbe arrischiato a morderla, anche a saperla squisita? Ben appallottolò il volantino senza neanche leggerlo e lo gettò nel primo tritacarte che incontrò lungo i viali del campus. Per fortuna nel piccolo cortile tra le quattro torri non c’era quasi nessuno; erano tutti ancora fuori, e questo permise a Ben di tirare un respiro di sollievo e di godersi quell’inaspettata pausa dagli sguardi degli studenti più giovani. L’immagine di De Simone si affievolì come la sua voce sempre più lontana; ancora un po’ e sarebbe riuscito a metterci una pietra sopra. Non aveva forse esaurito la sua dose giornaliera di malumore? Quando riusciva a starsene per conto suo, tutto cambiava; era più facile anche dimenticarsi della sua stessa faccia. Degli occhi cadenti, degli zigomi assenti, delle orecchie ridotte a due moncherini e della bocca troppo larga. Chi diceva che era così importante farsi degli amici? Un giorno avrebbe fatto a meno anche di Virgi, di sicuro. Si sarebbe spremuto le meningi e qualcosa sarebbe pur venuto fuori... qualcosa. Come due settimane prima, quando aveva avuto quello strano incubo “ad occhi aperti”. Era seduto in camera sua al computer, fantasticando con un nuovo programma di grafica; e all’improvviso i vetri delle due finestre di fronte a lui si erano oscurati, aveva sentito battere le imposte, ululare il vento. Insomma, tutte cose da film horror. Era andata via la luce fuori e lui si era ritrovato in un buio perfetto. Certo, era stato fantastico, ma il guaio era che era bastato sbattere le palpebre un paio di volte per tornare ad essere il nerd sfigato, appassionato di grafica “gothic”. Dieci secondi di visione in tutto: era a momenti come questo quelli a cui Ben si aggrappava per sostenere la sua “teoria della complementarità”. Episodi abbastanza vividi e realistici da farlo cadere in una sorta di temporaneo delirio di onnipotenza, come se tutto provenisse da lui, ma anche così fugaci e imprevedibili da fargli dubitare un attimo dopo della sua sanità mentale. E forse non era neanche l’unico a dubitarne. Un giorno Irma, la sua vecchia balia, gli aveva detto che era stata la debolezza psichica di sua madre, Elena, a trasmettergli quelle fantasie “diaboliche” per la testa. Come se nella sua vita Elena Gastaldi occupasse un qualche ruolo; aveva smesso di avere con lei un normale rapporto madre-figlio da quando si erano presentati i primi sintomi della sua depressione. Una specie di noia di tutto e tutti che l’aveva presa più di cinque o sei anni prima, quando Ben era nel pieno delle sue crisi adolescenziali. Pazienza, si disse Ben passeggiando all’ombra dei pochi alberi che lo separavano dalla torre del Polo Letterario-filosofico; si concesse di sfilarsi il giubbetto e di tirarsi via la frangia che ormai cominciava ad appiccicarglisi alla fronte umida di sudore. Vuoto era anche l’ingresso dove fece scivolare la carta magnetica nel controllore automatico. Le porte di uno degli ascensori si aprirono silenziose, e lui poté godersi, rara occasione, il piccolo ed accogliente vano tutto da solo.
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