Amore e polvere
Il Quartiere Spagnolo era forse quello ad aver subito più cambiamenti nella storia di Napoli. Detto anche “il quartiere senza sole”, doveva ormai la sua caratteristica principale alla selva di grattacieli ed altri edifici più o meno precari che erano stati costruiti in fretta per sopperire al vertiginoso aumento demografico degli ultimi anni. Dopo che le vie principali del centro storico cedettero all’avanzata del quartiere arabo adiacente, gli abitanti dei grattacieli “spagnoli” cominciarono a proclamarsi a buon diritto i soli discendenti degli antichi “napoletani veraci” presenti in città fin dall’antico regno borbonico. Erano i tempi dell’indipendenza, quelli del benessere (ma quanto di tutto questo era ormai entrato nella leggenda?), e anche gli anni da rievocare in occasione di una probabile, attesissima nuova era.
Nonostante i grattacieli, strutture in resistente fibra di vetro con l’inconveniente serale di esporre gli appartamenti alla piena visione di dirimpettai ficcanaso, i piani bassi e l’intrico di stradine erano rimasti a caratterizzare la zona come circa un secolo addietro. L’illuminazione elettrica era ormai continua, come il traffico pedonale (qualsiasi veicolo era stato vietato alle automobili) che immergeva ogni spazio libero a disposizione in un brulichio vivace e incessante: gente che andava su e giù per i vicoli per il solo piacere di incontrare vicini che altrimenti avrebbe solo potuto spiare attraverso i piani alti, scambiare pettegolezzi, informarsi sulle ultime, bizzarre decisioni del sindaco Tanzi.
Non uno spazio verde, non un negozio o un punto di svago. Il piano terra spagnolo era soltanto un caos di numeri civici che facevano impazzire gli impiegati delle Poste, strade numerate e anonime che all’inizio avevano confuso gli stessi abitanti del posto, all’epoca delle riforme che avevano mutato per sempre la fisionomia del quartiere. Almeno all’esterno. Accanto a ogni numero civico, si apriva un portone più o meno “vecchio stile” (i napoletani tenevano molto alla tradizione architettonica dei piani bassi), che conduceva a un complesso di ascensori ultramoderni e velocissimi, che in pochi secondi potevano sfrecciare sino al trentesimo piano dei grattacieli più alti. Era stata una decisione del sindaco, quella di dare la precedenza agli ascensori sullo stesso materiale costruttivo dei vertiginosi palazzi.
E la fibra di vetro, opportunamente testata in laboratorio, era apparso il materiale più pratico per il progetto di una vera e propria “Manhattan popolare e napoletana”; ciò che era racchiuso tra i pilastri portanti era qualcosa di cui solo le famiglie residenti avrebbero dovuto occuparsi. Pareti esterne “di vetro”, quindi. “Sono così scenografiche”, aveva detto Tanzi in un’intervista, “e di notte fanno brillare i palazzi come fasci di scintille”. Peccato che se un turista si fosse preso la briga di osservare oltre i vetri con un binocolo, avrebbe notato appartamenti fatiscenti, mura divisorie di compensato o cartongesso, stanze sovraffollate, servizi igienici appena sufficienti. E più si saliva in alto, più la pressione dell’acqua diminuiva.
Neanche l’Organizzazione aveva osato speculare su questi spazi, visto che durante il frenetico periodo di costruzione le telecamere di tutto il mondo erano state puntate sul Quartiere Spagnolo; di tanto in tanto si vedevano corde per il bucato lanciate da un piano all’altro, proprio come in qualcuna delle cartoline vintage che andavano a ruba presso i collezionisti. Ma più che altro erano trovate pubblicitarie per esporre volantini luminosi, o gli avvisi di locazione di appartamenti vicini.
A fare dei “napoletani veraci” un popolo a sé, contro l’imperante colonizzazione che partiva dai Paesi mediterranei, era soprattutto la religione. Ferventi cattolici sin dall’Antico Regno, gli “spagnoletani” avevano in realtà un culto originale fatto di fede “ufficiale” e papista, unita a folcloristici elementi di un’inveterata superstizione di cui andavano più che fieri, e che continuavano da secoli a tramandarsi da una generazione all’altra. Questo secondo aspetto era naturalmente ignorato, ma invisibilmente tollerato dai sacerdoti inviati dalla Curia Romana a ispezionare la fede dei suoi prediletti. La Nuova Chiesa di Roma aveva tutti gli interessi a garantirsi il forte appoggio morale dei napoletani e, visti i fermenti spiritualistici di così tante fedi religiose a minacciare l’Italia cristiana di quel periodo, il papa si era mostrato ancora una volta assai lungimirante.
Don Antonio Russo era uno degli “inviati”, ma ormai pienamente integrato nel variopinto tessuto sociale della Napoli spagnola. Da più di dieci anni era il parroco di Santa Maria delle Grazie, uno degli ibridi baroccheggianti sorti dal delirio architettonico voluto da Augusto Tanzi, e che da una ristrutturazione di un’anonima chiesa presente sull’arteria 30 (vecchia via Roma/Toledo) era passata crescere in ogni direzione. Inglobò pian piano gli edifici adiacenti, fino a diventare il simbolo di un gusto iper-sincretistico completamente estraneo alla linearità dei palazzi di vetro. “Originale...”, fu la prima cosa che venne in mente a don Antonio quando ci mise piede la prima volta. In realtà faticò non poco a trovare la statua di Santa Maria, con tanto di corteo di Grazie, in un’enorme nicchia sulla facciata sommersa da colonne tortili, archi in altorilievo, statue a vari livelli dei parroci precedenti, ciascuno a braccetto col santo preferito. In fibra di vetro era il cupolone, unico elemento a richiamo degli edifici retrostanti, se si escludevano i quattro campanili agli angoli (con relative finte campane), ciascuno di una quindicina di piani e mai visitati da essere umano dall’epoca della conclusione dei lavori.
Quel lunedì di fine aprile era giorno di confessioni per don Antonio. Nel cortile interno della chiesa, oltre il labirinto di navate, cappelle e altarini secondari che avrebbe confuso ogni credente di fede men che salda, stavano disposti i confessionali con i banchi delle penitenze. Si faceva la fila, e quel giorno, come ogni lunedì, di penitenti ce n’erano a decine. Donne e bambini da poco reduci dalla prima comunione, per di più. E poi una ragazza, la sola che avesse messo piede in quel cortile claustrofobico da anni.
Pantaloni di pelle nera aderente, maglietta argento punteggiata d’aghi dorati sulla scollatura, e lunghissimi capelli castani. Bastò per fa storcere il naso a un paio di matrone della fila, che si affrettarono a richiamare l’attenzione delle altre devote.
- Che ci fa qui? Ma è proprio lei?
- Certo che deve avere un gran coraggio.
- Magari qualcuno dei suoi sta tirando le cuoia.
- Impossibile, ho incrociato proprio adesso Gennaro. Ubriaco e sboccato come sempre.
Maria non faceva caso a quei pettegolezzi a mezza voce, che pure rimbombavano da un lato all’altro del cupolone di vetro sovrastante. Piuttosto, pareva più occupata a lanciare occhiatacce alla ragazza che la seguiva, pochi metri dietro di lei.
- Aspettami lì, ti ho detto!
- Andiamocene, ma che ti è saltato in mente? Don Marino ci starà aspettando!
Don Marino non era un collega di don Russo, ma il loro magnaccia, e Maria faceva bene a preoccuparsi che Gaia, la sua migliore amica, non la seguisse. Quanto a scollatura e abiti succinti, era conciata anche peggio di lei. Fortuna che la chiesa era quasi vuota a quell’ora.
Maria si rivolse all’ultima signora della fila, quella che aveva visto in giro suo padre ubriaco qualche minuto prima, e che la stava fissando con tutta la superiorità di cui era capace sotto l’acconciatura tutta crocchie e boccoli. Era difficile, dopotutto, che quella ragazza non facesse parlare di sé; pareva un’adolescente, senza il trucco a sottolinearne gli occhi grandi, verde smeraldo, e il sorriso solare che pareva far parte della sua fisionomia. Un sorriso che, a detta di Gaia, le avrebbe cambiato la vita. “Se esistessero ancora i principi azzurri, e se il mio ragazzo potesse trasformarsi in uno sceicco”, era la solita risposta rassegnata di Maria.
- Posso parlare con don Antonio?
- C’è una fila, non vedi? – sbraitò la matrona grassoccia che aveva di fronte.
- Potrei parlargli? È urgente...
- No.
- Un minuto... prometto.
- Aspetta il tuo turno, da buona cristiana.
Il “cristiana”, ovviamente, era stato ironico, e sottolineato da un eloquente tremolio dei boccoli dell’interlocutrice.
- Silenzio! Insomma, un po’ di rispetto! – si udì all’improvviso la voce spazientita di don Antonio. Poi il prete uscì dal confessionale con la credente infastidita, mentre la lucina verde del “sotto a chi tocca” lampeggiava all’entrata della cabina. Il prete cambiò radicalmente l’espressione del volto severo e raggrinzito alla vista della ragazza. Ora dietro i pincenez scuri (ultima moda partenopea dei curati) si sarebbe potuto leggere solo una certa ostile curiosità, mista a rassegnazione per la croce di ogni buon pastore in cerca d’anime smarrite.
- Sei tornata, mi fa molto piacere. – si costrinse a mormorare per evitare lo scandalo che le donne intorno erano pronte a far scoppiare.
- La prego, padre. Mi conceda solo un minuto.
Il sorriso era scomparso. Se Gaia le fosse stata di fronte, avrebbe visto per la prima volta una Maria preoccupata, serissima, forse terrorizzata. Ma come diceva il suo innamorato, quegli occhi erano troppo belli per esprimere la paura, o l’odio.
- Beh, temo che dovrai aspettare. Devo ancora ascoltare...
- Ma è importantissimo, sento delle voci... mi fanno paura. Mi chiamano dappertutto, e non so chi possano...
- Oh, ma benedetta ragazza, non sono cose da dirsi qui... – quasi l’implorò lui spazientito, non osando voltarsi verso il piccolo pubblico di timorate di Dio, tutte a bocca aperta.
- E che ti dicono le voci? – ebbe il coraggio di chiedere un ragazzino, subito sonoramente schiaffeggiato dalla madre.
- Vogliate perdonare... – si limitò a rispondere don Antonio, facendo cenno infine a Maria di accomodarsi nel confessionale.
Lasciando da parte la grata che nascondeva i “peccatori anonimi”, Maria si inginocchiò di fronte a un piccolo vetro che le permise di incrociare lo guardo arcigno del prete che aveva di fronte.
- Non ti ho detto di pregare, e pregare, e pregare tanto quando si ripresentassero queste allucinazioni?
- Ma l’ho fatto. Sa quanto anche mia zia ci tiene... – si sentì in dovere di giustificarsi l’altra.
- Ora lasciamo perdere tua zia. – e don Antonio gettò un altro sospiro rassegnato. – Dimmi, che hai sentito stavolta?
- Stavolta? Ma non avevamo mai parlato di voci... ora si sono messi a gridare il mio nome...
- Chi?
- Gli angeli di Dio...
- I demoni dell’inferno! Benedetta ragazza! È quello che fai, quello che... sei che ti porta a questo! Lo vedi che succede ad allontanarsi dall’integrità che Nostro Signore ci comanda? - cominciò il sacerdote col tono di aver ripetuto le stesse cose a centinaia di anime perdute, in mille situazioni differenti.
- Ma questo non c’entra col mio lavoro...
- C’entra eccome. – Poi qualcosa nell’aria disperata della ragazza lo spinse a fermarsi. – E allora, queste voci?
Maria gli confidò una versione “aggiornata” di quello che le stava accadendo negli ultimi mesi. Allucinazioni confuse, ombre, visioni distorte, e infine quelle creature che la chiamavano per nome. Solo il suo nome.
- C’erano tante voci, e mi sentivo osservata, guidata a fare qualcosa che non ricordo...
- E dimmi, stavi sognando o cosa?
- Stavo ballando.
- Ballando. – ripeté l’altro meccanicamente, perdendo di colpo tutta la curiosità e il senso di pietà per la povera pazza.
- Ma voglio dire, sentivo un’energia particolare, e poi ho rivisto quelle forme.
- Maria Varriale, giusto?
- Certo. – rispose la ragazza, turbata a sentir pronunciare il proprio nome nel mezzo del racconto del suo incubo peggiore.
- È tua zia che ti ha mandato qui, non è vero?
- Lei dice che è l’unico modo perché non accada più. Chiedere aiuto a Dio.
- E dimmi, tua zia sa anche che Dio non può aiutare né p********e, né drogati, né bugiardi se prima non si ravvedono e smettono di frequentare certi posti?
- Io... io non sono...
- Drogata! – gridò di nuovo Maria all’entrata della metropolitana. Stavolta ci mise molta più forza e rabbia, perché agli sportelli un controllore si avvicinò a dare un’occhiata.
Gaia le strinse il polso e l’aiutò a inserire il biglietto nella macchina:
- Lo sanno tutti che tu non prendi quelle cose, Maria. Non lo faresti neanche se te le mettessero sotto il naso, gratis.
- E ci hanno provato, credimi. – sottolineò l’altra, cercando di calmarsi e tirando fuori uno specchietto dalla minuscola pochette. Macchiò le dita di fard e cominciò a spalmarselo nervosamente sugli zigomi mentre il treno partiva. Nessuno fece caso a lei; ogni ragazzina sopra i sedici anni proveniente dai quartieri centrali (e non arabizzati) vestiva e si muoveva allo stesso modo. E nonostante tutto Maria riusciva ad essere originale anche dove il rischio di ripetersi lasciava ben poco spazio alla creatività. Aveva vent’anni ormai, e ogni giovane donna, a quell’età, ha il privilegio di sentirsi unica al mondo.
- Io gli spiego che sta diventando tutto insopportabile, e che ho bisogno d’aiuto. E lui quasi se la ride. Col cavolo che ci torno, nonostante quello che può dire zia Giacinta. O mamma.
- Ma lasciala perdere tua zia. Sta diventando vecchia, e si è rimbambita a forza di rosari. – tentò di consolarla Gaia. Fece una pausa e aggiunse: