- E se ti prendessi qualche giorno di pausa?
- Ho avuto il posto all’Olympus solo due mesi fa! Gaia! Don Marino mi butterebbe per strada senza pensarci due volte.
Ancora per strada. Il polso di Maria ricominciò a tremare, così diede un’ultima occhiata allo specchietto e lo ripose con cura. La voce elettronica annunciò la fermata di piazza Vittoria; era inutile ora discutere di don Marino, visto che lo avrebbero avuto di fronte da un momento all’altro.
La passeggiata dalla stazione all’Hotel-Casinò Olympus, una delle meraviglie di Napoli, fu breve. Quella mattina la villa comunale sembrava pullulare di grida, schiamazzi, fruscii d’alberi tra la fitta vegetazione quasi tropicale, che ormai si era trasformata in una foresta a stento domabile da parte dei giardinieri pubblici. Più ci si ostinava a tener sgombri sentieri e panchine, più gli arbusti a foglia larga attecchivano nei posti più improbabili, i laghetti venivano prosciugati dalle piante acquatiche, fronde sempreverdi erano capaci di creare cortine di rami e germogli nel bel mezzo di un viale in una sola notte. E questo nonostante l’enorme diga occupasse tutto il lato costiero della villa, togliendo gran parte della luce agli alberi del lato Sud. Su questo lussureggiante giardino in crescita, la torre dell’Olympus si affacciava come un premuroso gigante in veglia. Con 450 metri d’altezza e non meno di ottanta piani in tutto, per un breve periodo l’albergo napoletano era stato il più alto in Europa, e simbolo della nuova prosperità della città partenopea.
La sua particolarità era che, non essendo solo un albergo, ma ospitando anche strutture pubbliche come palestre, bar, ristoranti, un mega-casinò e un’immensa discoteca, era una struttura aperta al pubblico, ventiquattro ore su ventiquattro. La maggior parte delle attrazioni erano localizzate in cima alla torre a base circolare che costituiva l’hotel vero e proprio. Qui un enorme disco in vetro-cemento e acciaio ospitava quasi per tre quarti la grandiosa “Party Hall”, dove si esibivano le famosissime ballerine dell’Olympus. Si trattava di ragazze in genere anonime e bellissime, reclutate dalla strada da don Marino Lombardi o da qualcuno dei suoi “talent-scout”, e trasformate in ballerine o acrobate nel corso di un breve e intenso programma di allenamento che andava dalla danza e dagli esercizi ginnici, alla postura e alla dialettica, fino alla mimica facciale studiata per conquistare i “clienti”.
Quando Maria si era trovata davanti don Marino per la prima volta, quasi l’aveva abbracciato, folle di gioia. Un posto all’Olympus per una che girava di notte per strada, sotto la continua minaccia di violenze o maniaci, era vera manna dal cielo, e anche sua madre aveva festeggiato con lei quel giorno. La ragazza aveva ragione. L’Olympus era un mondo a parte, un vero paradiso che doveva cercare di tenersi stretto il più a lungo possibile. Quanto era sciocca Gaia, che pure là ci lavorava da più tempo, a suggerirle di prendersi una pausa?
Quando furono all’ombra dell’hotel, le ragazze non entrarono dall’ingresso principale. Non quella volta. Ogni lunedì dividevano don Marino tutti i compensi e le quote che le ragazze accumulavano dai loro clienti nel corso della settimana; e non c’era quasi nessuno che osasse mentire sulle cifre. C’erano telecamere ovunque, si diceva persino in bagno, in ogni camera d’albergo, e alcune delle ragazze erano convinte che qualche volta gli stessi clienti erano spie di don Lombardi, mandate a verificare la loro “onestà”. I patti erano chiari: trasparenza e servitù assolute, in cambio di uno stipendio più che generoso, e di un lavoro abbastanza “leggero” in confronto a quelli impensabili e massacranti che i più poveri si riducevano a rincorrere in tutta la città.
Se a Maria fosse stata chiesta la cosa che più detestava nel suo nuovo, bellissimo lavoro, avrebbe risposto che era la concorrenza sleale delle colleghe. A parte Gaia, Patricia, o poche altre amiche, ogni ballerina riteneva di avere a casa potenziali sorelle o cugine migliori di molte di loro, e questo metteva in guardia tutte contro tutte, soprattutto in presenza di don Marino, che nel suo regno di p********e di lusso, travestiti, modelli e spie agiva come un orso a bagno nel suo miele preferito. Nulla gli sfuggiva, di tutto sapeva approfittare, cosciente anche che il direttore dell’Olympus aveva un gran bisogno degli introiti che lui gli faceva arrivare. L’albergo-meraviglia di Napoli fruttava molto, ma spendeva anche un fiume di soldi per tenere il passo con le altre fiorenti Las Vegas della città.
Eva le stava aspettando con le altre all’ingresso sul retro, un portone dorato che perdeva in magnificenza contro l’entrata principale solo per la mancanza di colonne illuminate, della mega insegna virtuale, e della schiera di attendenti alla reception.
- Ma dove cazzo vi eravate cacciate? Lo sapete che non si comincia se non siamo tutte!
Di loro venti, Eva era la nemica principale di Maria. Perché la temeva, e in un certo senso la invidiava; sapeva che se un giorno la testa di una delle due fosse dovuta cadere, Marino avrebbe scelto la sua. Maria era più bella, sapeva ballare meglio, era la più richiesta e faceva impazzire a letto qualsiasi uomo.
Un punto contro la seconda: forse stava diventando completamente pazza. E di questo si era già cominciato a spettegolare tra il personale dell’Olympus.
Alla fine della solita riunione tra banconote, addendi, quote percentuali e piccoli litigi con il notaio di Lombardi, quest’ultimo si chiuse da solo con Maria nel suo ufficio. Il suo strano comportamento di due sere prima aveva fatto mormorare un paio dei clienti più facoltosi del disco-bar, e questo era bastato a mettere in allarme il magnaccia.
Un suo ceffone incollò la schiena di Maria alla parete; mentre la ragazza tentava di riprender fiato, la mano di Lombardi le strattonò i capelli come se tentasse di strapparle la parrucca che indossava ogni sera:
- Niente più storie di madonne, allucinazioni o altre diavolerie, mi hai capito? Altrimenti ti ritrovi col culo per aria, a fare la puttana in provincia.
- Io non ho mai detto niente. – cercò di giustificarsi Maria, ma si pentì subito di quella scusa così banale.
- Niente dirai da adesso in poi, e meglio sarà per te. Tieniti i tuoi spiriti bollenti sotto le coperte, e soprattutto non farmi arrivare queste voci una seconda volta. Altrimenti...
La mano passò dai capelli al collo; bastò una lieve stretta e lei scoppiò a piangere come avrebbe fatto la sua sorellina.
- Glielo giuro... – e scappò via dall’ufficio. Non badò neanche a Gaia e a Patricia che erano restate fuori ad aspettarla; corse fino alla stazione, poi tornò indietro verso un bus che fermava in centro. Aveva bisogno solo di lui, per calmarsi; doveva vedere Jamal.
Se don Antonio avesse saputo che Maria, oltre ad avere visioni demoniache, si era anche innamorata di un arabo musulmano, l’avrebbe di sicuro messa in lista d’attesa per un esorcismo. In realtà non era così strano che una ragazza napoletana frequentasse un discendente d’immigrati. E poi Jamal non ricordava neanche più se i primi ad attraversare il Mediterraneo fossero stati i suoi bisnonni o qualche trisavolo in cerca di fortuna. Quello che più avrebbe disturbato qualche “spagnoletano” era che una figlia del Quartiere potesse avere in mente di contaminare con un matrimonio quel sangue puro ormai così raro e gelosamente conservato. Insomma, per qualche flirt si chiudeva un occhio, ma mai nulla che compromettesse l’onore cristiano così ampiamente predicato da don Russo nell’omelia domenicale.
E poi c’era la guerra imminente che aveva contrapposto Oriente musulmano e Occidente cristiano come due blocchi in collisione, pronti a franare l’uno sull’altro. La completa integrazione auspicata da Tanzi e dal Primo Ministro italiano stava diventando un sogno di sempre più difficile realizzazione, visto il crescente malcontento della popolazione nei confronti del fiorente quartiere arabo, che aveva ormai “usurpato” tutte le vecchie stradine del centro storico. Lì non c’erano grattacieli, il tempo sembrava essersi fermato a non meno di cinquant’anni prima, al tempo dell’ultima, grande e pacifica immigrazione. Si formavano i grandi stati nazionali musulmani, integralisti al limite del delirio mistico, e molti non avevano accettato un regime dittatoriale che cominciava a insospettire il mondo intero. La Nato si era vista minacciata, le scaramucce erano seguite sempre più accese, il Mediterraneo era diventato un mare di pirati, un vasto specchio d’acqua di nessuno in cui valeva il diritto del più forte. Senza diplomazia, senza giornalisti, senza alcuna pietà per gli “infedeli” cristiani o maomettani.
Ancora una volta, a Napoli, Tanzi andò contro corrente, e la città continuava ad avere il più grande insediamento musulmano europeo. Ma le cose stavano cambiando, e assieme al crollo dei favori per il sindaco (rieletto per la quarta ed ultima volta), cadevano anche le inibizioni dei “veraci” contro la guerra imminente. E non erano paure infondate: era a causa degli arabi che le forze militari americane avevano praticamente invaso il Sud Italia (e non pacificamente, stavolta), e che Napoli stava perdendo il suo ruolo egemone nel Sud Europa. La sua età d’oro, insomma, poteva essere prossima al tramonto.
Dopo mezz’ora di traffico nel bus stracolmo, Maria scese alla fermata dell’antica Piazza Nilo, ormai convertita in vero e proprio fulcro della comunità musulmana. Qui era stato allestito il “suq”, il mercato caratteristico delle città arabe, coi suoi odori penetranti, i colori vivaci e la folla sempre in movimento frenetico. Proprio accanto sorgeva la moschea locale, ricavata in una vecchia chiesa cristiana i cui officianti erano stati costretti alla cessione da parte del sindaco. La piccola cupola dorata era l’unica cosa che i musulmani avevano osato aggiungere, per paura di tirare troppo la corda del malcontento cattolico.
E ora Maria si trovava in un altro mondo. Somigliava tanto ai vicoli spagnoletani, ma qui c’era qualcosa di diverso: nessuno faceva caso a lei, in parecchi la salutavano come una vecchia conoscenza. Gli uomini seguivano ancora un codice di comportamento che impediva loro di prendersi quelle libertà con le “belle occidentali”, ostentate invece da certi ragazzotti napoletani. Forse era questo uno dei motivi per cui Maria si era innamorata di Jamal: non aveva cercato di lusingarla con le volgarità dei suoi clienti o dei ragazzi degli altri quartieri. Lui aveva aspettato paziente che lei scegliesse di essere “sua”, per poi unirsi a lei con tutta la passione di un ragazzo di appena ventitre anni che andava contro i suoi genitori. Non che lui fosse all’oscuro del lavoro di Maria, ma era riuscito a tolleralo perché sapeva che le serviva per sfamare la famiglia e i fratellini, e poi perché... non avrebbe mai avuto il coraggio di rinunciare a una delle ragazze più attraenti della città. Era una debolezza comprensibile, che qualsiasi ragazzo avrebbe avuto al suo posto.
Quando Maria raggiunse la falegnameria che gestiva assieme a suo fratello Fahmi, Jamal quasi si amputò tre dita con la sega elettrica. Le gettò le braccia al collo prima che lei avesse tempo di gridare spaventata.
- Se non fermi subito quella lama giuro che me ne vado adesso... – cercò poi di sorridere.
Eva, don Marino, il prete di Santa Maria delle Grazie, tutto era scomparso all’istante di fronte agli occhi grandi e scuri di Jamal. Lui la desiderava col cuore e con la mente, non solo col corpo; non gliene aveva già dato prova più di una volta? Accettando il suo lavoro all’Olympus, ad esempio. E poi col fatto che sapeva leggerle nel pensiero:
- Cosa c’è? Hai avuto ancora quegli incubi? – le chiese tra un bacio e l’altro. Forse si era reso conto che lei non ricambiava il suo sguardo, ma un punto imprecisato tra gli attrezzi da lavoro appesi alla parete.
- Aspetta, andiamo sul retro.
E qui raccontò a lui quello che non aveva avuto il coraggio di dire a don Antonio. C’era qualcuno che la seguiva da mesi, che la chiamava, le faceva vedere cose strane e incomprensibili.
- Tipo? – chiese lui a un centimetro dalle sue labbra, ipnotizzato dagli occhi verdi che brillavano nella penombra.
- Tipo l’altra sera stavo ballando nella sfera, e mi sono sentita incollare le mani alle corde dell’altalena. Era come se il mio corpo si stesse sciogliendo...
- Eri tanto sudata, non è vero? E il tuo sudore sa di buono.
Le leccò piano il collo, dietro la nuca, e lei non poté fare a meno di ridere per il solletico:
- Stupido! Ma perché non capisci mai quando dico sul serio?
- Sul serio? Anch’io faccio sul serio.
Mentre correva a chiudere la porta del retrobottega, Maria cambiò postazione per guadagnare qualche secondo sull’eccitazione dell’altro:
- Oppure un giorno che avevo accompagnato Annina in villa.
- Annina?
- Mia sorella. Guardavamo uno dei suoi amichetti arrampicarsi su un albero, e lui mi sfidò ad arrampicarmi più in alto di lui.