- E allora? – chiese Jamal, che cominciava a spazientirsi.
- Quando ho cominciato ad arrampicarmi, ho sentito la corteccia, e il fusto che crescevano, si è allungato tutto improvvisamente. Avevo appena cominciato che ho sentito Annina gridare, e io che penzolavo a testa in giù ad almeno dieci metri da terra!
- Esagerata! – concluse Jamal riuscendo infine ad afferrarla dopo un breve inseguimento.
- E invece è vero, non ti dico che fatica scendere. Quell’albero non è mai stato così alto, Jamal. Sul serio...
Ma i suoi baci le avevano già tappato la bocca. Non sapeva resistergli quando sentiva le sue labbra strette a quel modo contro le sue; era come se il suo fiato dolce la stordisse. Per quella volta gli avrebbe risparmiato la faccenda delle voci.
- Ma’, sono a casa! – gridò non appena si sbatté dietro la porta. Un profumo acre di cavolo bollito le punse il naso, e rimpianse di non aver mangiato qualcosa per strada. L’appartamento dei Varriale era uno delle tantissime, anonime e misere tane ricavate ai piani alti dei grattacieli spagnoli. Lisci e perfetti fuori, buoni solo ad allevare topi all’interno. In poco più di cinquanta metri quadrati trovavano posto la camera di Maria e Annina, la sorellina di sette anni appena compiuti, quella dei genitori con suo fratello Fabio, dodici anni, e infine la cucina-soggiorno che in più alloggiava zia Giacinta sul divano. Fu quest’ultima, zoppicando e biascicando qualcosa con la bocca sdentata, a darle il benvenuto.
- Come va la gamba, zia? – la salutò Maria con due baci.
- Benissimo! Grazie a te, cara! Grazie a te.
- Ma zia, non devi dire grazie a me...
Nulla poteva impedire a Giacinta di dirsi grata per sempre a sua nipote: a suo dire, infatti, l’aveva miracolata salvandola da un’osteoporosi che l’aveva quasi ridotta alla paralisi. Era bastato che una sera Maria le sfiorasse piano le ginocchia doloranti perché la donna sentisse l’osso irrobustirsi. E da allora i dolori erano scomparsi, e non solo. Aveva abbandonato il divano letto dove ormai era confinata da anni, cominciando a zoppicare felice per il piccolo corridoio in compagnia dei nipoti. Nessuno, tranne la miracolata stessa, faceva aperto riferimento al ruolo assai suggestivo svolto da Maria nell’improvvisa guarigione. E la ragazza aveva paura che se si fosse insistito su quel punto, un giorno suo padre sarebbe andato più in là di don Marino, e la testa gliel’avrebbe staccata davvero.
- Giusto in tempo per mettersi a tavola! - La salutò sua madre dal cucinino.
Perfetto. Non c’era traccia di suo padre; forse era ancora in qualche bar a ubriacarsi coi soldi che lei portava a casa. Gennaro Varriale aveva perso il lavoro come tanti, dopo i tafferugli militari degli ultimi anni; l’esercito aveva sequestrato la sua azienda per farne un deposito d’armi, e lui si era ritrovato a dipendere dalla figlia prostituta. E preferiva picchiare la moglie e maltrattare i figli più piccoli, piuttosto che farsene una ragione. Trovare un altro lavoro era ormai impossibile per un uomo ridotto così; ubriaco già un’ora dopo la sveglia.
A pranzo la zia riprese il discorso che le stava più a cuore, e che ovviamente non avrebbe mai osato tirare fuori in presenza di suo cognato:
- Hai detto tutto a don Antonio, non è vero, Mariuccia?
- Sì, e lui mi ha detto di non farmi più vedere.
- Come?! – esclamò Giacinta sputacchiando la zuppa contro il nipote che le stava seduto accanto, - Ma le hai detto del miracolo, no?
- Ma quale miracolo, zia! Le ho parlato delle voci, e lui ha detto che era il diavolo.
- No! Allora non hai saputo spiegarglielo! – insisteva l’altra sputando intorno sempre più zuppa.
Prima che scoppiasse un litigio, Rachele, la madre di Maria, fermò con un gesto sua sorella. Somigliava molto alla sua primogenita, nonostante avesse l’aria stanca e triste delle donne sfiorite troppo in fretta:
- Ascolta, Mariuccia. Forse la Madonna ci ha fatto un dono grande...
Maria spalancò gli occhi e arrossì di botto:
- Ti sei messa anche tu dalla sua parte, allora? Sai cos’è successo proprio stamattina con don Marino?
Seguì l’animato resoconto dell’incontro di quel giorno all’Olympus, e gli occhi di Rachele si riempirono di lacrime. Certo sua figlia non poteva perdere il lavoro per ciò che l’avrebbe resa una specie di “eletta da Dio”: eppure Giacinta non poteva sbagliarsi al riguardo, aveva penato tanto a convincerla...
- Questo, questo è l’unico dono di cui abbiamo bisogno in casa, mamma. E non è certo la Madonna che ce lo porta! – esclamò Maria furiosa e già troppo scura in viso, prima di sbattere la busta col suo compenso settimanale accanto alla zuppa lasciata a metà. Poi corse in camera sua e sbatté la porta senza che nessuno osasse richiamarla.
Si era quasi addormentata quando sentì la maniglia che girava piano. Fece per gridare qualche bestemmia che avrebbe fatto inorridire sua zia, ma la collera sbollì all’improvviso. Aveva intravisto le trecce di Annina, che non si decideva ad entrare.
- Sei arrabbiata? – chiese una vocina premuta contro lo stipite.
- No, no che non lo sono. Su, vieni qua.
La sorellina entrò subito, chiuse la porta e si gettò sul letto di Maria. Lei la strinse forte e inspirò il buon odore dei capelli:
- Prometto che non griderò più a tavola, ok?
- Non me ne importa se gridi. Ma è vero quello che dice la zia?
- Perché? Che dice la zia, sentiamo. – chiese Maria alzando gli occhi al soffitto.
- Che tu fai le magie...
Magie! Quasi la sorella maggiore scoppiò a ridere.
- Io non faccio magie, capito?
- Hai guarito la zia.
- Magari fossi stata io, Anni, magari.
Che succedeva? Si era sorpresa a desiderare l’impossibile, adesso? Se davvero tutto quello che le stava accadendo non era frutto di suggestioni, come le aveva suggerito Jamal, né delle tentazioni demoniache di cui l’aveva accusata quel prete, ci doveva pur essere una ragione. E lei non stava certo diventando pazza. Non doveva pensarci neanche a una cosa del genere, soprattutto per la bambina che le stava accanto.
- Profumi di legno, lo sai? – le sussurrò appena, addormentandosi.
Maria sorrise, e pensò alla bocca di Jamal. Jamal dagli occhi di brace, l’uomo che riuscirebbe a farla sentire al sicuro anche tra mille demoni che le urlassero addosso il suo nome. Maria, Maria, Maria. Maia.
Lei era Maia, la spogliarellista dell’Olympus, la ragazza visionaria che stava cominciando a far mormorare di sé, in bene o in male. In fondo era sola, con le sue magie. Se qualcuno d’invisibile la stava chiamando davvero, doveva essere talmente potente da indicarle qualcosa che al momento lei neppure immaginava.
“Qualcuno che ha a che fare con questo.”
Tra veglia e sonno, riuscì a sollevare il braccio che aveva lasciato ricadere fuori dal letto, e guardò la mano stretta a pugno a una certa distanza. Questo è quello che avrebbe voluto mostrare a Jamal, al prete superstizioso e persino a Marino Lombardi: questo è quello che avrebbe convinto ancor di più sua zia a dire che era lei, “l’eletta”.
Allargò appena la morsa delle unghie sul palmo, e dalla mano cominciò a scorrere una piccola cascata di polvere dorata, come l’arena di una spiaggia o la sabbia del deserto. Brillò contro la luce che filtrava dai pannelli cartacei appiccicati al vetro delle pareti, e non si arrestò finché non formò un monticello sul tappeto. Era come se più terra scendeva dalla sua mano, più la ragazza si indeboliva; era quasi come se... quello fosse stato il suo sangue.
Sua madre trovò le sorelle abbracciate e decise di lasciarle in pace; non notò la sabbia perché era dall’altro lato del letto, e comunque Rachele non osò neanche entrare nella stanza, per paura di far rumore. Fu Maria a svegliarsi diverse ore dopo, appena dopo il tramonto; ringraziò il cielo per aver aperto gli occhi in tempo, perché si era scordata di mettere la sveglia, e il suo turno all’Olympus cominciava alle dieci in punto. Annina era scomparsa, e quasi si aspettava che fosse svanita anche la sabbia: invece se la trovò sotto i piedi proprio mentre cercava di orientarsi nella stanza al buio.
- Che disastro!
Faticò un bel po’ a gettare tutto nel water, un po’ alla volta, in modo che nessuno potesse farle domande indiscrete sulla provenienza di quella polvere. Neanche si chiese cosa fosse in realtà, o da che parte di lei (di lei?) fosse sbucata fuori. Aveva troppe cose a cui pensare, quella sera.
Gaia fermò l’auto nel parcheggio sotterraneo dell’Olympus, area dipendenti. Maria fu la prima a scendere, completamente trasformata rispetto alla ragazzina sensuale che era stata quella stessa mattina. Ora era una donna che mostrava almeno dieci anni in più; era truccata alla perfezione, e le scarpe col tacco davano un controllo e uno studio maggiori alla sua andatura. Ma la trasformazione era appena iniziata.
- Allora, pronte per il nuovo round? – Gaia incitò le sue due amiche, dopo che l’ascensore si chiuse alle spalle di Patricia.
- Pronte! – si fecero coraggio tutte insieme.
I preparativi delle ballerine iniziarono nella sala trucco situata appena sopra la grande Party Hall circolare; il costumista aveva scelto per Maria un vestito aderentissimo rosso fuoco, con ampie zone scoperte ai fianchi, sulla schiena, sui seni. Da lontano, con un po’ di fantasia, tutti avrebbero potuto immaginarla nuda. Mentre si sistemava la parrucca oro e argento che completava la metamorfosi, Patricia la osservava estasiata:
- Stasera sei un incanto!
- Stasera Maia farà scintille. – rispose lei, e lanciò un sorriso di ringraziamento anche a Dante, il costumista che le rispose con un bacio lanciato con le dita.
Non badò neanche agli sguardi invidiosi delle altre quando si sistemò nella sfera di cristallo che l’avrebbe fatta brillare in alto, sopra la discoteca, sotto gli occhi di tutti. Era la più bella, quella sera, e se ne sarebbero resi conto tutti.
- Maia, la perla di Napoli! – l’annunciò dagli amplificatori don Marino, fermando per un istante la musica assordante del Party Hall, e già prima che si levassero i fischi d’ammirazione dei clienti, si augurò di non dover avere mai nessuna ragione per licenziarla.