2. Da Raperonzolo a Lady Oscar

1353 Words
2. Da Raperonzolo a Lady Oscar Guido era sveglio da ore, ma non si era ancora deciso a scendere a fare colazione. La sera prima aveva avuto l’ennesima, accesa discussione con la figlia e preferiva non incontrarla, perché l’incazzatura non gli era ancora passata. Isa aveva detto che, terminato lo stage alla PetrolOil, si sarebbe iscritta a medicina, che lui lo volesse o meno. La sua ambizione era diventare chirurgo e lavorare per Medici Senza Frontiere, Save the Children o qualche altra Ong. Guido rifiutava l’idea che finisse in chissà quale parte del mondo. Non voleva che lasciasse gli Emirati Arabi. Nemmeno Dubai, fosse stato per lui. «Hai presente che potresti ritrovarti sotto una tenda nel bel mezzo di una guerra, un’epidemia o un terremoto?» le aveva detto. «Lo so» aveva risposto lei secca. «Se, dopo lo stage, resti alla PetrolOil avrai una carriera assicurata. Nel commerciale sei brava, parli arabo, inglese e perfino l’italiano. E quell’azienda è oggi il principale fornitore di energia dell’Italia.» «Non voglio passare la vita a vendere petrolio e sono contro ogni tipo di guerra.» «Che c’entra la guerra?» «È grazie all’invasione russa del ’22 se gli Emirati hanno ottenuto il quasi monopolio della fornitura di greggio in Europa. Per me è una questione di principio.» Uscite del genere, lasciavano Guido spiazzato. La guerra in Ucraina, cui aveva fatto riferimento Isa, risaliva a vent’anni prima. Si era chiesto quante ragazze dell’età di sua figlia conoscessero la vicenda, le ripercussioni che aveva avuto sull’economia mondiale, e avessero un’opinione in merito. Isa era intelligente, curiosa di tutto e possedeva uno spiccato spirito critico. Peccato non avesse il pallino della finanza come lui, gli sarebbe piaciuto che lavorasse al suo fianco per l’emiro Al Maktoum. Joe aveva seguito il battibecco fra i due senza intervenire e Guido gliene era stato grato. Le loro posizioni di solito erano distanti quanto quelle fra lui e Isa. Lui imponeva regole, Joe aiutava la nipote a violarle; lui la rimproverava, l’altro la giustificava. Questo aveva fatto sì che Isa fosse sempre più in sintonia con lo zio e meno con lui. Guido si affacciò alla finestra che dava sull’ingresso e vide la figlia lasciare la villa in auto. Controllò il nodo della cravatta allo specchio, prese la giacca e la ventiquattrore e scese al piano terreno. Joe sedeva al tavolo in veranda, ancora con i resti della colazione che aveva consumato Isa. «Buongiorno, hai visto la nostra bambina prima che uscisse?» gli chiese prendendo posto. «Sì.» «Avete riparlato della folle idea di fare la crocerossina?» «No, abbiamo mangiato e basta. Non mi sembrava in vena di riprendere il discorso.» Guido versò un goccio di latte nel caffè e chiese di nuovo: «Davvero Isa non ha perorato la sua causa con te?» «No» rispose Joe fissando il profilo del mare all’orizzonte. «Non ci credo. Quando vuole ottenere qualcosa si rivolge sempre a te.» «Non è vero.» Guido bevve un sorso di caffè. «Hai approvato perfino per quell’abitino troppo corto che aveva indossato per andare al lavoro.» «Di che parli?» «Di quel vestito che tu trovavi grazioso e io le ho detto di togliersi, o non le avrei permesso di uscire di casa.» «Vaneggi. Comunque, cos’hai contro gli abiti corti?» «Niente. Ma Isa è sempre stata una ragazza da jeans, tute e sneakers. Non capisco l’improvviso cambio di look.» Joe sapeva che l’aveva fatto nel tentativo di riconquistare Ahmed, ma della sua cotta per quel ragazzo Guido non era al corrente e, considerata l’esagerata gelosia che nutriva per la figlia era meglio così. «Mi passi il coso?» indicò il piattino del burro. Guido glielo porse. Joe imburrò un toast. «Ho detto a Isa che per me può studiare quello che preferisce.» L’altro riappoggiò la tazza sul piattino con rabbia. «Allora ne avete parlato.» «Sì, e le ho garantito il mio appoggio.» Sopra al burro, Joe spalmò la marmellata. «Sant’iddio, Isa non deve lasciare gli Emirati. Deve stare qui con noi. Chiaro?» «È una donna, ormai. Un giorno ci lascerà comunque. Si sposerà e allora le servirà il suo…» Joe fece una pausa in cerca della parola che non gli veniva. «Il suo coso di nascita. Hai capito, no?» «Il certificato?» «No, quell’altro.» «L’estratto?» «Sì. Ecco, prima di allora sarebbe giusto dirle come stanno le cose.» «Per carità. Di matrimonio ne riparleremo quando si fidanzerà con un bravo ragazzo che io e te esamineremo, valuteremo, approveremo, eccetera.» La cameriera venne a chiedere se gradivano altro caffè. «E se nel frattempo scoprisse da sola chi è sua madre?» chiese Joe. «Shht!» lo zittì Guido. «Non davanti al personale.» Disse alla donna che erano a posto e attese che si allontanasse: «Sei impazzito? Che diamine t’è preso stamattina? Prima non mi dici la verità, poi farnetichi. Sua madre è Isabella Luciani, tua sorella. Punto. E adesso è meglio che vada a lavorare, mi stai facendo uscire dai gangheri». Guido si alzò sbattendo la sedia e se ne andò. Joe scrollò le spalle con noncuranza e tornò a fissare l’orizzonte. A bordo del suo Maggiolino Volkswagen, Isa lasciò l’isola artificiale di Jumeirah, percorse la gigantesca rotatoria di Dubai Pearl lasciandosi il mare alle spalle e si diresse verso il ponte sul Khor. Quella mattina il traffico era molto intenso, lei era in ritardo e i semafori intelligenti non erano in vena di collaborare. Incolonnata insieme ad altre auto, osservò il mezzo a guida autonoma alla sua sinistra. Due bambini di circa sei anni, in divisa collegiale, sedevano sul sedile posteriore. Pensò a quante volte, da bambina, aveva chiesto al padre di lasciarla andare alla Wellington con una di quelle auto. Farsi scarrozzare per la città senza un adulto alla guida sarebbe stato molto divertente, ma papà sosteneva che la tecnologia era fallace, e che non ci si poteva fidare di computer che chiunque avrebbe potuto hackerare. Zio Joe, ex-tecnico informatico da poco in pensione, era entusiasta di quei nuovi dispositivi. Una volta, all’insaputa di Guido, aveva affittato uno di quei mezzi a guida autonoma e regalato a Isa e a un gruppetto di sue amiche un giro di Dubai. La fila di auto finalmente si mosse. Lei premette l’acceleratore e ripartì. Nonostante non si trovasse mai d’accordo col padre, aveva adorato da subito l’insolita cabriolet color champagne. «Si tratta di uno degli ultimi esemplari di quel modello, prima che la Volkswagen passasse alla produzione di sole auto elettriche e senza conducente. È un cimelio, quasi un’auto d’epoca. Non sai quanto ho faticato per trovarla» aveva detto Guido. Quell’affermazione aveva reso Isa particolarmente orgogliosa del suo “rottame”, come lo avevano battezzato i suoi compagni di college. Si sentiva privilegiata a essere l’unica a possedere quell’auto in tutta Dubai. Quando voleva rilassarsi, abbassava la capote e sfrecciava per le strade che costeggiavano il deserto con il vento fra i capelli. Superata la marina, puntò verso il quartiere di Al Kifaf. In lontananza riusciva già a scorgere il grattacielo sede della PetrolOil. Più vi si avvicinava, più si sentiva come Raperonzolo, la principessa prigioniera in una torre della favola che zio Joe le aveva letto tante volte da bambina. Per fortuna lo stage sarebbe terminato nel giro di qualche settimana e, da Raperonzolo, Isa si sarebbe trasformata in Lady Oscar, la donna forte e indipendente che comandava le guardie del Re. Nonostante i numerosi progressi, il sesso femminile in Arabia era ancora costretto a sottostare a regole che per gli uomini non valevano e ad adattarsi a ruoli professionali di second’ordine: un altro motivo per cui Isa ambiva a fare il medico e a lavorare in tutto il mondo, inclusa quell’Europa di cui era figlia, ma dove non aveva mai messo piede. Di nuovo ferma in colonna, posò lo sguardo sull’auto che l’affiancava, una super sport a nano filamenti solari che somigliava a un’astronave. Ne aveva viste solo nei documentari in olovisione, mai dal vivo. Alla guida c’era una ragazza più o meno della sua età. Le sorrise, sollevò il pollice e disse: «Complimenti, gran bella macchina». Quella lanciò a lei e al Maggiolino uno sguardo di disprezzo, lo stesso disprezzo che da qualche tempo Isa leggeva negli occhi di Ahmed.
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