3. Io detto legge
Quando giunse sul set fotografico, Fiordaliso trovò il dottor Defeo ad attenderla. «Salve signorina Roccia» la salutò, «le ho telefonato diverse volte negli ultimi due giorni ma non mi ha mai risposto».
«Non ho visto le chiamate» mentì lei. Odiava quel nano pelato: bocciava ogni sua idea commerciale o di marketing, e non perdeva occasione per ricordarle di adottare un determinato abbigliamento quando prendeva parte alle riunioni del board. «No minigonne ascellari o scolli esagerati. No tute di lycra leopardate e trasparenze vedo non vedo» le diceva.
Lei ribatteva: «Si ricordi che l’azienda è mia ed è nata grazie alle mie tette e al mio culo. Quelli fanno vendere i prodotti My sexy flower». Fosse stato per lei, avrebbe licenziato all’istante Defeo e la carovana di direttori e manager che si portava al seguito, ma l’avvocato Colombo aveva detto di no, e lei si era adeguata. Era grazie a lui se aveva ottenuto un indennizzo milionario dalla piattaforma social che aveva diffuso in rete certi suoi video intimi. Sempre lui l’aveva aiutata a trasformare quei filmati da motivo di vergogna a strumento promozionale per la vendita di gadget erotici.
«Ho urgenza di parlarle in privato» disse Defeo. «Spostiamoci nell’ufficio dei grafici.» L’uomo aprì la porta della stanza dove tre ragazzi stavano lavorando su scatti realizzati in precedenza da Fiordaliso. Un suo sguardo fu sufficiente a far capire loro di sgomberare il campo.
Fiordaliso seguì Defeo. «Faccia alla svelta, il fotografo mi aspetta» disse.
«D’accordo, andrò dritto al punto. Le indagini di mercato hanno evidenziato che la fascia giovane di clienti di My sexy flower, che rappresenta la più grossa fetta di guadagni per noi, non si identifica con una testimonial che ha il doppio dei loro anni. Questo ha prodotto un calo nelle vendite al quale dobbiamo rimediare.»
«Non capisco. Quali indagini? Cos’è questa storia degli anni?»
Defeo si spiegò in modo più esplicito. «Signorina Roccia, non può più rappresentare i prodotti My sexy flower. Da oggi utilizzeremo delle modelle più giovani per gli scatti. Sono già pronte di là, sul set.»
«È uno scherzo? Non sarò più la testimonial della mia azienda?» strillò lei.
«Così ha deciso il board. Ciò non significa che lei non sia sexy e attraente, ma…»
«Se sono sexy e attraente come dice» lo interruppe Fiordaliso, «faccia cambiare opinione a quattro ragazzetti che sostengono il contrario. E comunque, per togliermi qualche anno c’è sempre la computer grafica, no?»
«Non si può comandare al mercato di cambiare idea. Quanto alla computer grafica, non basta più, mi spiace.» Gli addetti a quel faticoso lavoro facevano miracoli, ma Fiordaliso veniva paparazzata nella vita di tutti i giorni insieme al toyboy di turno. Quanti anni aveva non era più un mistero, né quale fosse il suo aspetto senza fotoritocco.
Lei afferrò un portapenne da una delle scrivanie e lo scagliò contro l’amministratore. «Io detto legge qui, non lei e nemmeno il mercato!» strillò. «Parlerò con Colombo del suo comportamento e la farò licenziare.» Uscì dall’ufficio e trovò l’intero staff a origliare dietro la porta. «Visto che avete ascoltato, sapete già cosa vi aspetta. Fate i bagagli perché licenzierò anche voi!» disse abbandonando il set.
All’ingresso della PetrolOil, Isa si fermò davanti all’eye-scanner per registrare il suo accesso e si accodò alla fila in attesa dell’ascensore. Guardò l’orologio, non era così in ritardo dopotutto. Le porte si aprirono, salì a bordo e si voltò verso la parete a specchio volgendo le spalle agli altri impiegati. Odiava gli spazi ristretti e provava imbarazzo se qualcuno la osservava insistentemente. Riflesso nello specchio, notò un ragazzo indicare la sua tracolla al collega a fianco. Quello rise.
Isa era molto affezionata alla sua borsa. Era di vero cuoio italiano che “più invecchia, più diventa bello” come aveva detto zio Joe quando gliel’aveva regalata. Nello specchio fece una linguaccia ai due.
Al settantottesimo piano scese e si diresse alla postazione di lavoro, un cubicolo che ospitava due scrivanie una di fronte all’altra. Ahmed sedeva già al proprio posto.
Quel ragazzo le era piaciuto fin dal primo giorno. Era stato gentile e galante con lei. L’aveva invitata a prendere un tè alla caffetteria del piano e le aveva offerto il pranzo durante la pausa. Di padre arabo e madre francese, Ahmed possedeva una perfetta combinazione di fascino mediorientale e allure aristocratica del Vecchio Continente. Questo era ciò che Isa aveva pensato di lui nelle due settimane in cui si erano frequentati al di fuori del lavoro. Poi, aveva scoperto il reale motivo dell’interesse nei suoi confronti.
Appoggiò la tracolla sul tavolo, si sfilò il giacchetto di jeans e sedette davanti al pc. Lui nemmeno la salutò.
Il giorno in cui lo aveva sentito parlare di lei con un altro ragazzo, era tornata a casa in lacrime. Come sempre, si era confidata con lo zio.
«Il tipo col ghutra a quadretti rossi ha detto: non hai vergogna a frequentare quella? È un’insulsa stagista e si veste come una sfigata» aveva raccontato a Joe. Ahmed ha risposto: «Mica mi piace. Lo faccio solo perché è figlia di un pezzo grosso, un tizio molto vicino all’emiro». E l’altro ha detto: «Lascia perdere, te le presento io delle ragazze giuste».
«Ecco cosa devi fare: digli sul muso cosa pensi di lui e poi ignoralo» le aveva consigliato lo zio.
A Isa non mancava certo il carattere: aveva seguito alla lettera il suggerimento dello zio, ma il risultato era stato pessimo. Adesso era costretta a trascorrere la giornata di fronte al ragazzo per il quale aveva una cotta e che non le rivolgeva più la parola.
Dopo qualche ora di lavoro, Isa si concesse una pausa per un tè e ripensò alla discussione avuta col padre la sera precedente. L’unico vantaggio dello stage alla PetrolOil che le aveva imposto, era stata la possibilità di utilizzare l’italiano, che di solito parlava solo a casa. La sua decisione di studiare medicina e viaggiare, però, era irremovibile. Se fosse stato necessario avrebbe attinto al suo fondo fiduciario personale per pagarsi gli studi, aveva detto allo zio a colazione.
«Non devi farlo, conta pure sul mio appoggio» aveva dichiarato lui.
«Se la pensi così, perché non hai preso le mie parti a cena con papà?» si era risentita.
«Perché mi diverto a vedervi litigare.»
«Sul serio?» aveva esclamato lei indignata.
Joe aveva riso. «Ma no, era uno scherzo e ci sei cascata come sempre.»
«Mannaggia a te!»
«Non sono intervenuto di proposito. Lo sai che lo scontro diretto con paparino non porta a niente. Lascia fare a me. Con calma e pazienza lo convincerò.»
Lei lo aveva baciato sulla fronte prima di correre al lavoro.