Chapter 6

1345 Words
Capitolo V L’unica soluzione per salvarlo, e per scoprire le cause dei suoi deliri, era portarlo via, a casa di Emma. L’anziana donna apparteneva a un’associazione di contrasto a ogni forma di tortura, lo sapeva da anni. Quando le aveva parlato del giovane, lei si era fatta attenta e dopo qualche giorno aveva detto che avrebbero dovuto preparare un piano per farlo uscire di là a ogni costo. Per la prima volta da quando la conosceva, le aveva raccontato con chiarezza quello a cui per tanti anni aveva solo alluso come fossero favole per bambini. A quella rivelazione fatta da un altro non avrebbe mai creduto, ma Emma non poteva mentirle. E presto, quando fosse stato il momento, le avrebbe parlato anche di lei. La scomparsa di Alberto doveva sembrare una fuga: avevano pensato a tutto. Nel reparto degli speciali di notte nessuno stava di guardia: era inutile. Sotto, l’infermiera e il custode alla porta dormivano tranquilli. Fino al cambio turno non avrebbero scoperto nulla. Doveva portarlo via, aveva insistito, non c’era altra soluzione. Altrimenti tra calmanti, elettroshock e isolamento lo avrebbero distrutto. Nazzari aveva incominciato a porsi domande inquietanti quando si era accorta che lì dentro la percentuale di deliri schizofrenici a carattere terrifico era sproporzionatamente alta. Arrivavano da tutto il paese e sovente anche dall’estero. Questo lei non se lo spiegava. Era entrata in quella clinica subito dopo la specializzazione in psichiatria, superata a pieni voti, era sempre stata studiosa. Nella sua assunzione forse c’entravano le donazioni del papà professore, ma lei era veramente brava e che male c’era se aveva trovato lavoro anche grazie a suo padre? Non aveva certo detto niente a nessuno per appoggiarla: non era il tipo. E poi glielo aveva promesso che non l’avrebbe raccomandata. Orfeo Nazzari era docente di economia aziendale, ma in realtà si occupava di finanza per conto proprio e anche per numerosi clienti molto altolocati. La sua disponibilità economica era praticamente illimitata e la clinica contava molto sui finanziamenti del professore. Lei aveva presentato la domanda di assunzione e il suo curriculum. Bella gatta da pelare per i selezionatori. Una dei marchesi Nazzari: la figlia del professore! Il risultato non sarebbe cambiato: i suoi titoli non li aveva nessuno e le raccomandazioni non sarebbero comunque servite. Si era sempre chiesta, però, perché dalle altre sedi, dove aveva fatto domanda, nessuno avesse risposto. La Mater Misericordiae era una clinica psichiatrica privata, aveva sede in una grande villa in Via Dandolo, a Roma, circondata da un bel parco e affondata nel verde. Lascito alla Chiesa, a suo tempo, del prozio di suo padre, uomo pio e timorato di Dio. In quella struttura si occupavano di ogni patologia, da quelle più semplici, che rendevano molto e davano buoni risultati, a quelle più complesse. Di queste però ne accettavano meno: i posti letto erano sempre scarsi e le attese lunghe. Quelli che entravano se lo potevano permettere. A lei, ultima arrivata, piena di entusiasmo, questo non piaceva. E poi c’era l’unità «Disturbi dissociativi e schizofrenia». Per una struttura come la loro, due piani per questi malati le sembravano tanti. Ma era una tradizione della clinica. Quei malati passavano di lì da decenni. Non le tornava il numero dei casi che arrivavano da ogni parte del mondo, anche perché non le risultava che fossero così specializzati e all’avanguardia per quel tipo di disturbi. E nonostante tutta quella fama internazionale, mai una riunione, mai un convegno, mai una ricerca sull’argomento. Eppure appena veniva segnalato un caso, dovunque fosse, lo inoltravano da loro. Qualche volta avevano dovuto fare liste di attesa specifiche e pregare i richiedenti di pazientare. Allora fioccavano le proteste e le pressioni, come se non ci fosse che la Mater Misericordiae. Se, però, non si otteneva un qualche risultato rapidamente, il primario trasferiva i pazienti ad altra sede. Succedeva soprattutto quando le allucinazioni e lo sdoppiamento della personalità riguardavano un particolare scenario fantastico: i malati non miglioravano e venivano portati altrove; a volte dall’oggi al domani, senza tante spiegazioni. Tutti questi pazienti venivano presto ricoverati nelle stanze speciali e tutti erano sedati pesantemente e subivano frequentissime sedute di psicoterapia, che a lei sembravano veri e propri interrogatori. Moltissimi erano ancora trattati con elettroshock. Questo lo trovava senza giustificazione, fuori da ogni moderno protocollo e disumano. Aveva accresciuto la sua angoscia la confidenza di un collega, che prima di andare in pensione le aveva raccontato, in gran segreto, che i pazienti venivano trasferiti a Viterbo, nella città vecchia, in un’altra clinica privata gestita da un ordine religioso, dove la terapia definitiva era una lobotomia. Quella pratica così traumatica, come rimedio delle situazioni psichiatriche legate a ingestibili emozioni e allucinazioni, era stata quasi abbandonata a partire dalla metà dell’altro secolo. Non aveva voluto credergli, ma il dottor Soriani, così si chiamava il collega, che l’aveva presa a ben volere già dal suo arrivo e l’aveva aiutata nei primi mesi, aveva chiuso il suo sfogo dicendo: «Credi quello che vuoi, ma io sono felice di andare in pensione e di non dipendere più dal primario e da quell’avvoltoio di Volpiani. Continuerò a venire per i pazienti, ma come volontario e nessuno mi potrà dire più niente. Tu comunque fa’ attenzione e non ti esporre: sono persone pericolose. Se hai bisogno, io sono qui». Pensò che probabilmente l’anziano collega fosse inviperito con i dirigenti per qualche motivo e che esagerasse con i racconti dell’orrore e con i complotti. Di fatto, qualcuno di quei pazienti era rientrato in stato catatonico, ma a lei non era permesso occuparsene, con tutto quello che aveva da imparare e da fare come ultima arrivata, come le aveva detto il primario più volte, quando aveva chiesto spiegazioni. Non aveva insistito, ma con il tempo il disagio e i sospetti erano aumentati. Non osava indagare con colleghi e personale, neanche con Soriani, che aveva visto alcune volte aggirarsi di notte in clinica, anche all’ultimo piano. Non si fidava, ma voleva fare qualcosa. Quando era arrivato Alberto e dopo breve tempo l’avevano esclusa dalle sedute di psicoterapia, si era confidata con Emma, la sua tata, unica persona in cui aveva una fiducia assoluta. E così Emma le aveva svelato anche il resto. Ecco, ora era completamente sveglio e lui poteva tornare a gestirlo. Guardò la Nazzari: carina era carina. Piaceva anche a lui, ma era un effetto alone: sentiva quello che sentiva l’altro, anche se poi poteva influenzarlo benissimo. Però questa volta il giudizio era condivisibile: gran bella donna davvero, istintivamente elegante e raffinata, e certo non per il vecchio titolo nobiliare. E poi adesso voleva portarlo fuori e questa era la cosa più importante. Da solo non poteva farcela a scappare, quindi gli conveniva assecondare il gioco. Era chiuso lì dentro da mesi: ormai poteva considerarsi un veterano di quel luogo. Secondo i medici, quando parlavano di Alberto, miglioramenti e peggioramenti si erano alternati. Per il momento non aveva subito sedute di elettroshock, e anche di trasferimento non se ne era ancora parlato, ma poteva essere vicino, dipendeva dal primario e forse ancora di più da don Volpiani, che, lo aveva capito, era molto influente. In realtà ne era sicuro: appena avevano la conferma dei loro sospetti, il paziente partiva per Viterbo. Doveva fuggire con la Nazzari quella notte stessa, visto che ne aveva l’occasione, e doveva avere tutta la collaborazione di Alberto. Ne aveva visti di tentativi di fuga di altri come lui, ma tornavano tutti con l’aria ebete, tenuti sotto le ascelle dagli energumeni in divisa azzurra, strisciando le punte dei piedi; poco dopo venivano trasferiti. Era impossibile scendere al primo piano ed evitare il guardiano all’ingresso. La porta girevole era bloccata e solo il mastino in divisa poteva azionare da dietro il bancone il meccanismo. E poi tutto era inutile: appena il bracciale registrava una posizione vietata del soggetto, si attivava. Tutti georeferenziati e addio fuga. «La dottoressa deve aver escogitato qualche cosa per quelli di sotto e deve aver pensato anche al bracciale: non è affatto stupida, per essere quello che è.» Lei, mentre guardava Alberto e gli dava il tempo di decidere, ripassava: tutti mi hanno vista uscire, nessuno rientrare e nascondermi, i thermos sono sulla consolle dell’infermiera di notte e del guardiano, le telecamere di sorveglianza non funzionano da giorni. Possiamo farcela e non potranno risalire a me.
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