Chapter 7

1345 Words
Capitolo VI La guardava con aria spaventata e non voleva decidersi a uscire: in fondo, pur essendo una prigione, quella stanza ad Alberto dava sicurezza. «Andiamo in un posto tranquillo, dove potrai riposare. Non ti darò nessun farmaco, se non me lo chiedi tu. E vedrai che nessuno verrà a farti del male!» lo incoraggiò la giovane. «Allora spicciati! Smettila di ciondolare e incomincia a camminare!» lo apostrofò l’altro da dentro. Non lo sopportava così esitante e impaurito. Un po’ era colpa sua, lo aveva trattato sempre con freddezza e risentimento. Quasi che la colpa di quella situazione fosse sua e non del caso. Lo sapeva che cosa lo infastidiva di più, ma non voleva ammetterlo. Aveva bisogno di lui per sopravvivere, per esistere, ma nello stesso tempo aveva il desiderio di soggiogarlo, schiavizzarlo, annullarlo. Una volontà distruttiva, da non assecondare: non era autolesionista fino a quel punto. «Un buon parassita, pensava, deve usare l’ospite, non distruggerlo.» «Tu non mi distruggerai!» ribatteva Alberto, in quel momento. «Stai buono, che abbiamo da fare cose più importanti delle nostre beghe! Per ora dobbiamo essere alleati, perché è imperativo uscire da questo posto. Quindi facciamo le mosse giuste e cerchiamo di sembrare normali!» Ad Alberto venne da ridere: grande consolatrice l’ironia. «Ludovici, ti ho portato dei vestiti. Preparati.» Gli aveva passato la biancheria, un paio di pantaloni felpati blu, un dolcevita granata e un maglione dello stesso blu dei pantaloni. Un paio di scarpe alte con la suola spessa, un giaccone di pelle. Gli porse anche un camice da medico, un po’ più grande della sua taglia, da indossare sopra il maglione «Accidenti come siamo eleganti! Metti questo al polso: non la togliere mai, finché non te lo dico io» e gli porse una guaina schermante. La dottoressa sporse la testa e le spalle nel corridoio, dove si continuava a sentire solo il ronzio del condizionatore e non si vedeva nessuno. La porta della stanza speciale si richiuse silenziosamente alle loro spalle. Fino al mattino dopo nessuno avrebbe controllato e, a volte, il personale prima del giro faceva colazione e si fermava a chiacchierare, tanto di là nessuno poteva scappare e con tutti quei sedativi i bisogni dei malati erano molto ridotti. Quindi, di tempo ne potevano guadagnare un bel po’ prima che qualcuno desse l’allarme. Lo teneva per mano, come un bambino, ma il contatto con quella pelle calda e asciutta dava ad Alberto una sensazione tutt’altro che infantile. Anche l’altro sentiva le stesse sensazioni, trasmesse dal sistema nervoso periferico ed elaborate da quello centrale e non gli spiacevano affatto. Non presero l’ascensore. L’accesso alle scale era chiuso da una porta antifuoco, con apertura elettronica. La Nazzari introdusse la tessera e la pesante porta si aprì, dopo un breve, acuto segnale, con un lieve sbuffo. Le scale erano illuminate solo dalle luci di sicurezza e il marmo degli scalini, con la striscia antiscivolo di gomma, attutiva il rumore dei passi. Anche al piano di sotto, la dottoressa si fermò a spiare il corridoio. Proprio davanti alla porta c’era la postazione vetrata dell’infermiera. Dormiva alla scrivania con la testa appoggiata a un braccio. «Aspettatemi qui!» Entrò, estrasse dallo zainetto un thermos, identico a quello appoggiato sulla scrivania dell’infermiera, accanto a un bicchiere vuoto. Lo vuotò nel lavandino, lasciando poco liquido sul fondo e ripose l’altro nello zaino, senza fare alcun rumore. Ma il respiro profondo e tranquillo di Fiona, corposa donna dell’Est Europa, faceva capire che ci sarebbe voluto altro che un fruscio per svegliarla. La Nazzari sorrise, riguadagnò velocemente la porta e ricominciarono a scendere. Alberto e l’altro erano concentrati e silenziosi. Un’ansia crescente li pervadeva, stavano per uscire di lì, per essere di nuovo liberi. Anche se nessuno dei due lo voleva, si sentivano per la prima volta uniti. Era stata l’esperienza dell’angoscia dei mesi passati là dentro, della paura dell’elettroshock, di essere trasferiti nell’altra clinica, di cui avevano sentito parlare e da cui si ritornava con gli occhi spenti e la bava che colava dalla bocca. Nessuna possibilità di comunicare. Era orribile. All’altro sembrava di udire urla disperate provenire da quei corpi. Quando glielo raccontava, Alberto provava un terrore indicibile, non sapeva spiegare perché, ma la paura per quegli occhi spenti e per quei movimenti lenti e senza scopo era palpabile. Erano improvvisamente diventati come due prigionieri di nazionalità diverse, che non si comprendevano e si detestavano. Eppure erano costretti a fuggire insieme dalla prigionia e da un nemico comune: uniti dall’orrore e dalla speranza della libertà. L’altro guardava il giovane, stupito di provare un sentimento positivo così forte nei suoi confronti. Ma la voce sommessa della dottoressa lo distolse da quelle riflessioni. «Adesso entriamo al piano terra, stai zitto e tieniti il camice sulle spalle: non si sa mai. Se Vincenzo è sveglio, speriamo che ti prenda per un praticante e non dica niente.» Tutto taceva: la fila delle piccole luci di sicurezza segnava il cammino verso la porta girevole. Non si vedeva il guardiano alla sua postazione: forse era nel piccolo retro dove aveva messo una branda per le notti tranquille e aveva anche un fornellino per farsi il caffè e scaldarsi il tè. La direzione non doveva sapere ufficialmente della branda, perché un guardiano non dorme: vigila. Ma la cosa andava bene a tutti: lui un po’ dormiva e l’amministrazione gli pagava solo metà dell’indennità notturna. Lui non protestava e nessuno gli chiedeva niente dei suoi segreti. Vincenzo Diotiaiuti era napoletano e come faceva il caffè lui non lo faceva nessuno. Glielo scroccavano tutti, anche il primario e qualche volta eccezionalmente anche quella faccia da morto di don Volpiani. Sarà stato anche per questo forse che chiudevano un occhio sulle sue pause notturne. Lui, a onor del vero, le interrompeva a intervalli irregolari con il suono dolce e carezzevole del suo cellulare. «Così» aveva confidato a Irma, la caposala del primo piano «se qualcuno vuole entrare o uscire di nascosto e mi controlla, non può sapere quando sono sveglio e quando dormo.» Ma la dottoressa sapeva benissimo dei suoi furtivi sonnellini. Avrebbero creduto che fosse rimasto addormentato, povero Vincenzo, e forse non avrebbero pensato al Roipnol nel tè buono e profumato preparato da Emma. Non ne aveva messo molto, tutti e due avrebbero dovuto risvegliarsi prima dell’arrivo del turno del mattino. «Non è sveglio, non è sveglio!» e infatti nessuno era apparso alla guardiola. Vincenzo era sdraiato sulla branda con un braccio piegato sugli occhi e russava veramente forte. Una ciocca dei suoi capelli ricci e corvini gli era scivolata sulla fronte. «Dorme troppo profondo. Avrò sbagliato la dose? Povero ragazzo, se non si risveglia in tempo, lo licenzieranno… ma tanto lui vuole fare il cantante e non gli dispiacerà dopo tutto che l’abbia aiutato a scegliere. Me lo avrà detto cento volte che se ne voleva andare di qui!» si consolò, per assolversi, mentre furtivamente ripeteva lo scambio dei thermos. Alberto era schiacciato contro la parete con il suo camice sulle spalle e il cuore che gli soffiava nelle orecchie. Era proprio l’emotività di quel corpo che gli dava più fastidio, ma aveva deciso di non punzecchiarlo più, almeno per il momento. La dottoressa scivolò di nuovo fuori nella guardiola, azionò il meccanismo della porta girevole e disattivò l’allarme, che altrimenti avrebbe suonato appena qualcuno si fosse mosso sul marciapiede esterno. Il giardino invece non era allarmato e il cancello di ingresso si poteva aprire dall’interno senza chiavi. Nessuno se ne preoccupava, tanto dall’edificio i ricoverati non potevano certo fuggire e di entrare alla Mater Misericordiae di nascosto nessuno aveva certo voglia, con le storie di matti furiosi che circolavano nel quartiere, ingigantite dalla paura istintiva del popolo per i pazzi. La porta si aprì senza rumore e i due corsero fino al cancello. Aveva smesso di piovere. Mentre Luisa armeggiava con la serratura, Alberto si voltò ancora una volta verso la clinica. Era immersa nell’ombra: solo le luci di servizio ai piani. All’ultimo c’era una finestra illuminata. Gli parve di vedere da dietro i vetri la sagoma nera di don Volpiani. Fu un attimo, le tende si richiusero e la luce scomparve. Sentì un brivido e si irrigidì. «Fregatene» esplose dentro di sé «quel bastardo non ci ha visti. Stanne certo, altrimenti sarebbe già suonato l’allarme e noi saremmo fottuti. Non fare il bambino!» «Io non faccio il bambino, ma quel maledetto…» Prima che potesse concludere: «Vieni Alberto, presto, usciamo. Ho la macchina posteggiata laggiù in fondo!» Si misero a correre. «Come è bella Roma di notte!» pensò l’altro, mentre si lasciava portar via.
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