Chapter 6

2001 Words
Ho un bel dirmi che questo genere di noie è moneta corrente negli istituti meglio condotti. Ciò non mi tranquillizza che a metà. Un maestro può sempre confidarsi col suo superiore, prendere tempo. Qui invece “Soffrire a causa delle anime”: mi sono ripetuto per tutta la notte questa frase consolante. Ma l’Angelo non è tornato. La signora Pégriot è arrivata ieri. M’è parsa così poco soddisfatta dei prezzi fissati dalla signora contessa, che ho creduto di dovervi aggiungere cinque franchi di tasca mia. Sembra che il vino sia stato messo in bottiglia troppo presto, senza le precauzioni necessarie, dimodoché l’ho guastato. Ho ritrovato la bottiglia in cucina, appena incominciata. Questa donna ha evidentemente un carattere ingrato e modi penosi. Ma bisogna essere giusti: io do goffamente, con un ridicolo imbarazzo che deve sconcertare le persone. Così ho di rado l’impressione di far piacere; probabilmente perché lo desidero troppo. Credono ch’io dia con rincrescimento. Martedì, riunione dal curato di Hébuterne, per la conferenza mensile. Soggetto trattato dal signor abate Thomas, laureato in storia: “La Riforma, sua origine, sue cause”. Veramente, lo stato della Chiesa al sedicesimo secolo fa fremere. Mentre il conferenziere proseguiva nella sua esposizione, forzatamente un po’ monotona, osservavo i visi degli ascoltatori scorgendovi solo l’espressione d’un’educata curiosità, come se ci fossimo riuniti per sentir leggere qualche capitolo della storia dei Faraoni. Questa indifferenza apparente, un tempo m’avrebbe esasperato. Adesso, credo che sia il segno d’una grande fede, fors’anche d’un grande orgoglio incosciente. Nessuno di quegli uomini potrebbe credere la Chiesa in pericolo, per qualsiasi ragione. E certo la mia fiducia non è minore; ma probabilmente è d’un’altra specie. La loro sicurezza mi spaventa. (Mi dispiace un poco d’aver scritto la parola orgoglio, e tuttavia non posso cancellarla, non trovandone un’altra che meglio convenga a un sentimento così umano, così concreto. Dopo tutto, la Chiesa non è un ideale da realizzare: esiste, ed essi vi sono dentro.) Alla fine della conferenza, mi sono permesso di fare una timida allusione al programma che mi sono tracciato. Ne ho soppresso la metà degli articoli, ma non c’è voluta molta fatica a dimostrarmi che la sua esecuzione, anche parziale, esigerebbe delle giornate di quarantotto ore e un’influenza personale che sono lontano dall’avere e che non avrò forse mai. Per fortuna, l’attenzione si è distolta da me e il curato di Lumbres, specialista in queste materie, ha trattato in modo superiore il problema delle casse rurali e delle cooperative agricole. Sono rientrato abbastanza tristemente, sotto la pioggia. Il poco vino bevuto mi causava spaventosi dolori di stomaco. È certo che dall’autunno dimagrisco enormemente; la mia cera dev’essere sempre più cattiva, ché ormai mi si risparmia ogni riflessione sulla mia salute. Se le forze dovessero mancarmi! Ho un bel fare: m’è difficile credere che Dio mi adoprerà veramente, a fondo; che si servirà di me come degli altri. Sono colpito, ogni dì più, dalla mia ignoranza dei particolari più elementari della vita pratica che tutti sembrano conoscere senza averli imparati, con una specie d’intuizione. Evidentemente, non sono più bestia del tale o del tal altro, e, a condizione d’attenermi a formule ricordate facilmente, posso dare l’illusione d’aver compreso. Ma tante parole che per ognuno hanno un senso preciso mi sembrano, al contrario, distinguersi appena tra loro, al punto che mi càpita d’usarle a caso, come un cattivo giocatore arrischia una carta. Nel corso della discussione sulle casse rurali, avevo l’impressione d’essere un bambino fuorviato in una conversazione di persone grandi. È probabile che i miei confratelli non siano un gran che più istruiti di me, a dispetto dei riassunti da cui siamo inondati. Ma sono stupefatto di vederli così presto a loro agio appena si affronta questo genere di questioni. Quasi tutti sono poveri, e ci si rassegnano coraggiosamente. Le questioni di danaro, con tutto ciò, sembrano esercitare lo stesso su loro una specie di fascino. I loro visi prendono subito un’aria di gravità, di sicurezza che mi scoraggia: m’impone il silenzio, quasi il rispetto. Temo assai che non sarò mai pratico, che l’esperienza non mi formerà mai. Per un osservatore superficiale, io non mi distinguo molto dai miei confratelli, sono un contadino come loro. Ma discendo da una stirpe di poverissima gente, cottimisti, braccianti, serve di fattoria: ci manca il senso della proprietà, l’abbiamo certamente perduto nel corso dei secoli. Su questo punto, mio padre somigliava a mio nonno il quale a sua volta somigliava a suo padre, morto di fame nel terribile inverno del 1854. Una moneta da venti soldi bruciava loro la tasca: correvano a cercare un camerata per far baldoria. I miei condiscepoli del seminario inferiore non prendevano abbaglio su ciò: mamma aveva un bel mettersi la sua gonna più bella, la sua più bella cuffia; mostrava sempre quell’aria umile, furtiva, quel povero sorriso dei miserabili che allevano i figli degli altri. E almeno non mi mancasse che il senso della proprietà! Ma temo di non saper comandare, più di quanto io sappia possedere; e questo è più grave. Non importa! Succede, che degli allievi mediocri, maldotati, accedano ai primi posti. Non vi brillano mai, beninteso. Io non ho l’ambizione di riformare la mia natura; ma vincerò le mie ripugnanze, ecco tutto. Se debbo dedicarmi soprattutto alle anime, non posso conservare quest’ignoranza delle preoccupazioni, in complesso legittime, che tengono un posto così grande nella vita dei miei parrocchiani. Il nostro istitutore, che pure è un parigino, fa ben delle conferenze sull’avvicendamento delle colture e sui concimi. Sgobberò duramente attorno a tutti questi problemi. Bisognerà anche ch’io riesca a fondare una società sportiva, secondo l’esempio della maggior parte dei miei colleghi. I nostri giovani si appassionano per il foot-ball, la boxe o il Giro di Francia. Dovrò rifiutar loro il piacere di discuterne con me, sotto il pretesto che questo genere di distrazioni - anch’esse legittime, sicuro! - non sono di mio gusto? Il mio stato di salute non m’ha permesso di compiere il servizio militare, e sarebbe ridicolo voler partecipare ai loro giochi. Ma posso tenermi al corrente, non fosse che attraverso la lettura della pagina sportiva dell’ècho de Paris, giornale che il signor conte mi presta abbastanza regolarmente. Ieri sera, scritte queste righe, mi sono messo in ginocchio e ho pregato Nostro Signore di benedire la risoluzione che avevo presa. Di colpo, m’è venuta l’impressione d’un crollo dei sogni, delle speranze, delle ambizioni della mia giovinezza; e mi son messo a letto tremante di febbre, per non addormentarmi che all’alba. La signorina Luisa, stamane, è rimasta col viso affondato nelle mani per tutto il tempo della Santa Messa. All’ultimo Vangelo ho osservato che aveva pianto. È duro essere soli, più duro ancora dividere la propria solitudine con degli indifferenti o degli ingrati. Da quando ho avuto la cattiva idea di raccomandare all’amministratore del signor conte un mio vecchio compagno del seminario inferiore che viaggia per una grande casa di concimi chimici, l’istitutore non mi saluta più. Sembra che anche lui sia rappresentante di un’altra grande ditta di Béthune. È sabato prossimo, che andrò a pranzo al castello. Poiché la principale o, forse, la sola utilità di questo diario sarà di conservarmi fedele all’abitudine d’una intera franchezza verso me stesso, debbo confessare che non ne sono spiacente, ma piuttosto lusingato. È un sentimento di cui non arrossisco. I castellani non avevano buona stampa, come suol dirsi, al seminario superiore; ed è certo che un giovane prete deve conservare la propria indipendenza di fronte alla gente di mondo. Ma su questo punto, come su tanti altri, io rimango un figlio di poverissima gente, la quale non ha mai conosciuto la speciale gelosia e il rancore del proprietario contadino, alle prese con un suolo ingrato che logora la sua vita, verso l’ozioso il quale, da quello stesso suolo, non trae che delle rendite. È parecchio tempo che non abbiamo più nulla a che fare coi signori, noi. Da secoli apparteniamo precisamente a quel proprietario contadino: e non c’è padrone più difficile da contentare, più duro. Ho ricevuto una lettera dell’abate Dupréty, singolarissima. L’abate Dupréty è stato mio condiscepolo al seminario inferiore, poi ha terminato i suoi studi non so dove e, secondo le ultime notizie, era vicecurato d’una piccola parrocchia nella diocesi di Amiens poiché il titolare del posto, ammalato, aveva ottenuto l’assistenza d’un collaboratore. Ho conservato un ricordo vivacissimo di lui; quasi tenero. Allora ce lo mostravano come un modello di pietà, benché io lo trovassi, tra me e me, troppo nervoso, troppo sensibile. Durante il nostro terzo anno il suo posto era vicino al mio, nella cappella, e spesso lo sentivo singhiozzare, col viso affondato nelle piccole mani sempre macchiate d’inchiostro, e così pallide. La sua lettera è datata da Lilla (dove mi par di ricordare che un suo zio, antico gendarme, aveva un commercio di spezie). Mi stupisco di non trovarvi alcuna allusione al ministero che, verosimilmente, ha abbandonato, senza dubbio per causa di malattia. Lo dicevano minacciato di tubercolosi. Suo padre e sua madre ne sono morti. Da quando non ho più domestica, il postino ha preso l’abitudine d’infilare la posta sotto la porta. Ho trovato per caso la busta sigillata, al momento d’andare a letto; momento sgradevolissimo per me, e che ritardo più che posso. I mali di stomaco generalmente sono sopportabili, ma alla lunga non si può immaginare nulla di più monotono. La fantasia a poco a poco ci lavora sopra, la testa entra nel gioco e occorre molto coraggio, per non alzarsi. D’altra parte, cedo raramente alla tentazione di farlo, perché è freddo. Ho dunque aperto la busta con il presentimento d’una cattiva notizia; peggio ancora: d’una catena di cattive notizie. Si tratta evidentemente di predisposizioni fastidiose, ma non importa: il tono di quella lettera mi spiace. La trovo d’una gaiezza sforzata e - nel probabile caso che il mio amico non sia più capace, almeno momentaneamente, di assicurare il proprio servizio - quasi sconveniente. “Tu solo sei in grado di comprendermi,” dice. Perché? Ricordo che era assai più brillante di me e che mi disprezzava un poco. Non l’amavo che di più, naturalmente. Poiché mi chiede d’andarlo a trovare d’urgenza, presto saprò che pensarne. Questa prossima visita al castello m’occupa molto. Da una prima presa di contatto può forse dipendere la riuscita dei grandi progetti che mi stanno a cuore e che la ricchezza e l’influenza del signor conte mi permetterebbero sicuramente di realizzare. Come sempre, la mia inesperienza, la mia stupidità, e anche una specie di ridicola sfortuna, complicano a loro piacere le cose più semplici. Così, il bel soprabito che riservavo per le circostanze eccezionali, adesso è troppo largo. Per di più, la signora Pégriot, su mia richiesta, d’altronde, l’ha smacchiato, ma così maldestramente che la benzina vi ha fatto degli spaventosi cerchi. Sembrano quelle macchie iridate che si formano sui brodi troppo grassi. Mi costa un po’ andare al castello con quello che porto abitualmente e che è stato parecchie volte rammendato, soprattutto nei gomiti. Temo d’aver l’aria di mettere in mostra la mia povertà. Che cosa non si potrebbe credere! Vorrei anche essere in condizione di poter mangiare appena quel tanto da non attirare l’attenzione. Ma è impossibile preveder qualcosa: è talmente capriccioso, il mio stomaco! Al più piccolo allarme, al lato destro si fa sempre sentire lo stesso dolorino. Ho l’impressione d’una specie di scatto, d’uno spasimo. Istantaneamente, la bocca mi diventa secca, non posso inghiottire più nulla. Sono delle vere e proprie indisposizioni, queste. Ma le sopporto abbastanza bene. Non sono delicato, io, rassomiglio a mia madre. “Tua madre era in gambe,” ama ripetere mio zio Ernesto. Credo che per la povera gente questa definizione significhi una donna di casa infaticabile, mai ammalata, e che non costa cara nemmeno quando muore. Il signor conte somiglia certamente più a un comune contadino che a uno qualsiasi di quei ricchi industriali che m’è capitato d’avvicinare un tempo, durante il mio vicariato. In due parole m’ha messo a mio agio. Di qual mai potere dispongono, queste persone del gran mondo, che sembrano appena distinguersi da tutti quanti eppure fanno ogni cosa a modo proprio? Di solito, il più piccolo segno di riguardo mi sconcerta; stavolta invece si è potuto giungere sino alla deferenza senza farmi dimenticare un solo momento che tanto rispetto era rivolto soltanto al carattere di cui son rivestito. La signora contessa è stata perfetta. Aveva un abito da casa, semplicissimo; e sui capelli grigi una specie di mantiglia che m’ha ricordato quella che portava alla domenica la mia povera mamma. Non ho potuto impedirmi di dirglielo, ma mi sono spiegato così male che mi domando se mi ha capito. Si è riso molto, assieme, della mia sottana.
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