Chapter 5

2003 Words
Ogni simpatia lo esaspera, poiché sospetta che sia una specie di complicità col nemico interiore che a poco a poco divora la sua forza, il suo lavoro, la sua fortuna. Che dire a questi miserabili? Al letto di morte s’incontrano, così, dei vecchi sregolati la cui avarizia non è stata che un’aspra rivincita, un castigo volontario subìto per anni con inflessibile rigore. E persino sulla soglia dell’agonia una certa parola, strappata dall’angoscia, testifica ancora un odio di se stessi per il quale forse non c’è perdono. Credo che la decisione che quindici giorni fa ho presa, di fare a meno dei servizi della domestica venga interpretata piuttosto male. Ciò che complica molto le cose è che il marito di costei, il signor Pégriot, è entrato testé al castello in qualità di guardacaccia. Ha già prestato giuramento, ieri, a Saint-Vaast. Ed io che avevo creduto di manovrar bene, comprando da lui un piccolo fusto di vino! Ho speso così i duecento franchi di mia zia Filomena senza alcun profitto, perché il signor Pégriot non viaggia più, ormai, per la casa di Bordeaux alla quale ha passato lo stesso l’ordinazione. Suppongo che il suo successore godrà tutto il profitto della mia piccola liberalità. Quale sciocchezza! Sì, quale sciocchezza! Speravo che questo diario m’aiutasse a fissare il mio pensiero, il quale fugge sempre nei rari momenti in cui posso riflettere un poco. Secondo la mia idea, avrebbe dovuto essere una conversazione tra il buon Dio e me, un prolungamento della preghiera, una maniera per girare le difficoltà dell’orazione, che ancora troppo spesso mi sembrano insormontabili, a causa forse dei miei dolorosi crampi di stomaco. Ed ecco, invece, che mi rivela il posto enorme, smisurato, tenuto nella mia povera vita dai mille fastidi quotidiani da cui sovente mi capitava di credermi liberato. Sento bene che Nostro Signore si assume la sua parte delle nostre pene, anche futili, e che non disprezza nulla. Ma perché fissare sulla carta ciò che, al contrario, dovrei sforzarmi ogni volta di dimenticare? Il peggio è che in queste confidenze provo una dolcezza così grande che dovrebbe bastare a mettermi in guardia. Mentre scarabocchio sotto la lampada queste pagine che nessuno leggerà mai, ho il senso d’una presenza invisibile che non è certamente quella di Dio, ma piuttosto quella d’un amico fatto a mia immagine, benché distinto da me, d’un’altra essenza ... Ieri sera, questa presenza m’è divenuta di colpo così sensibile che mi son sorpreso a curvar la testa verso non so quale ascoltatore immaginario, con una subitanea voglia di piangere che m’ha fatto vergogna. D’altronde, è meglio spingere l’esperienza sino in fondo; voglio dire, almeno per qualche settimana. Mi sforzerò perfino di scrivere senza scelta quello che mi passerà per la testa (mi succede ancora d’esitare sulla scelta d’un epiteto, di correggermi); poi butterò le mie cartacce in fondo a un cassetto e le rileggerò un po’ più avanti, con la testa riposata. Stamane, dopo la Messa, ho avuto una lunga conversazione con la signorina Luisa. Finora la vedevo raramente agli uffizi della settimana, giacché la sua posizione di istitutrice al castello impone a lei - e a me - una grande riservatezza. La signora contessa la stima molto. Sembra ch’ella dovesse entrare nelle Clarisse, ma si è consacrata a una vecchia madre inferma che è morta soltanto l’anno scorso. I due ragazzini l’adorano. Disgraziatamente, la figlia maggiore, signorina Chantal, non le dimostra nessuna simpatia e sembra persino provar piacere a umiliarla, a trattarla come una domestica. Fanciullaggini, forse, ma che debbono provare crudelmente la sua pazienza; giacché dalla signora contessa so che appartiene a un’eccellente famiglia e ha ricevuto un’educazione superiore. Ho creduto di capire che il castello approva che io faccia a meno d’una serva. Nondimeno, si troverebbe preferibile che sostenessi la spesa d’una donna a giornata, non fosse che per salvare il principio, una o due volte alla settimana. Evidentemente, è proprio una questione di principio. Abito in un presbiterio comodissimo, la più bella casa del paese dopo il castello, e se mi lavassi da me la biancheria avrei l’aria di farlo apposta. Forse non ho nemmeno il diritto di distinguermi dai miei confratelli non più fortunati di me, ma che traggono un miglior partito dalle loro modeste risorse. Credo sinceramente che m’importi poco essere ricco o povero: solo, vorrei che i nostri superiori decidessero questa faccenda una volta per tutte. La cornice di felicità borghese in cui ci s’impone di vivere, conviene così poco alla nostra miseria! ... L’estrema povertà non fa nessuna fatica a restare dignitosa: perché dunque conservare queste apparenze? Perché far di noi dei bisognosi? Mi ripromettevo un po’ di consolazione dall’insegnamento elementare del catechismo, dalla preparazione alla santa Comunione privata, secondo il voto del santo Papa Pio X. Ancora oggi, quando sento il ronzìo delle loro voci nel cimitero e, sulla soglia, lo strepito di tutti quegli zoccoletti ferrati, mi sembra che il cuore mi si spacchi di tenerezza. Sinite parvulos. Sognavo di dir loro, in quel linguaggio infantile che ritrovo così presto, tutto ciò che debbo tenere per me, tutto ciò che non mi è possibile esprimere dal pulpito, dove mi si è tanto raccomandato d’esser prudente. Oh! Non avrei esagerato, beninteso! Ma insomma ero fiero di dover parlar loro di tutt’altro che di problemi, frazioni, diritto civico, o anche di quegli abominevoli insegnamenti di cose, i quali non sono in effetto che insegnamenti di cose, e niente di più. L’uomo, alla scuola delle cose! E poi mi liberavo da quella specie di timore quasi morboso che prova ogni giovane prete quando gli vengono alle labbra certe parole, certe immagini d’una scherzosità e d’un senso equivoci. Rompendo il nostro slancio, quel timore ci forza ad attenerci alle austere lezioni dottrinali, in un vocabolario così frusto ma così sicuro da non urtare nessuno e che almeno ha il merito di scoraggiare i commenti ironici a forza d’esser vago e noioso. A starci a sentire, troppo sovente si potrebbe credere che noi predichiamo il Dio degli Spiritualisti, l’Essere supremo, non so bene che cosa: nulla, in ogni caso, di somigliante a quel Signore che abbiamo imparato a conoscere come un meraviglioso amico vivente, che soffre delle nostre pene, che si commuove delle nostre gioie, parteciperà alla nostra agonia, ci riceverà nelle sue braccia, sul suo cuore. Ho subito sentito la resistenza dei ragazzi e ho taciuto. Dopo tutto, non è colpa loro se all’esperienza precoce delle bestie - inevitabile - ora si aggiunge quella del cinema settimanale. La parola amore, quando la loro bocca ha potuto articolarla per la prima volta, era già una parola ridicola, una parola sporca che avrebbero volentieri inseguito a sassate, ridendo, come fanno coi rospi. Ma le bambine m’avevano dato qualche speranza, soprattutto Serafita Dumouchel. È la migliore allieva del catechismo, allegra, pulitina, lo sguardo un po’ ardito benché puro. A poco a poco avevo preso l’abitudine di distinguerla tra le sue compagne meno attente, l’interrogavo spesso, avevo un po’ l’aria di parlare per lei. La settimana scorsa, mentre le davo il suo buon punto settimanale in sacrestia - una bella immagine - ho posato senza pensarvi le due mani sulle sue spalle e le ho detto: “Hai fretta di ricevere il buon Gesù? Il tempo ti sembra lungo?”. “No,” mi ha risposto “perché? Succederà quando succederà.” Ero interdetto, ma non troppo scandalizzato, d’altronde; perché conosco la malizia dei bambini. Ho continuato: “M’hai ben capito, però? Ascoltavi così bene!”. Allora il suo visetto s’è irrigidito e ha risposto, fissandomi: “è perché avete dei bellissimi occhi”. Naturalmente, non mi sono scosso. Siamo usciti insieme dalla sacrestia e tutte le sue compagne, che mormoravano, han taciuto bruscamente, poi sono scoppiate a ridere. È evidente che avevano combinato la cosa tra loro. In seguito mi sono sforzato di non cambiare atteggiamento; non volevo aver l’aria d’entrare nel loro gioco. Ma la povera piccina, senza dubbio incoraggiata dalle altre, mi perseguita con smorfie sornione, raggelanti, con espressioni da vera donna, e con un certo suo modo d’alzarsi la gonna per annodare il nastro che le serve da giarrettiera. Mio Dio, i bambini sono i bambini, ma perché l’ostilità di queste piccole? Che ho fatto loro? I monaci soffrono per le anime. Noi soffriamo per loro causa. Questo pensiero, che mi è venuto ieri sera, ha vegliato accanto a me tutta la notte come un angelo. È l’anniversario della mia nomina al posto di Ambricourt. Già tre mesi! Ho pregato bene, stamane, per la mia parrocchia, la mia povera parrocchia la mia prima ed ultima parrocchia, forse; poiché m’augurerei di morirvi. La mia parrocchia! Una frase, questa, che non si può pronunciare senza emozione - che dico! - senza uno slancio d’amore. E, tuttavia, questa frase richiama in me solo una confusa idea. So che la mia parrocchia esiste realmente, che siamo l’un dell’altra per l’eternità, che è una cellula vivente della Chiesa imperitura e non una finzione amministrativa. Ma vorrei che il buon Dio m’aprisse gli occhi e le orecchie, mi permettesse di vedere il suo viso, di sentire la sua voce. È un domandare troppo, forse? Il viso della mia parrocchia! Il suo sguardo! Dev’essere uno sguardo dolce, triste, paziente: immagino che somigli un poco al mio quando cesso di dibattermi, quando mi lascio trascinare da questo grande fiume invisibile che ci porta tutti, alla rinfusa, vivi e morti, verso la profonda Eternità. E questo sguardo sarebbe quello della cristianità, di tutte le parrocchie, o addirittura quello della povera razza umana? Lo sguardo che Dio ha visto dall’alto della Croce. “Perdonate loro perché non sanno quello che fanno ... ” (M’è venuta l’idea d’utilizzare questo passaggio, aggiustandolo un poco, per la mia spiegazione della domenica. Lo sguardo della parrocchia ha fatto sorridere; ed io mi sono fermato un secondo nel bel mezzo della frase, con l’impressione nettissima, ahimé, di recitare una commedia. Eppure Dio sa quanto ero sincero! Ma nelle immagini che hanno troppo scosso il nostro cuore c’è sempre qualcosa di torbido. Sono sicuro che il decano di Torcy m’avrebbe biasimato. All’uscita dalla Messa, il signor conte, con la sua buffa voce un po’ nasale, m’ha detto: “Ci avete dato un bel volo lirico!”. Avrei voluto sprofondare sottoterra.) La signorina Luisa m’ha trasmesso un invito a pranzo al castello, per martedì prossimo. La presenza della signorina Chantal mi metteva un po’ in imbarazzo; nondimeno stavo per rispondere con un rifiuto, quando la signorina Luisa m’ha discretamente fatto cenno di accettare. La domestica tornerà al presbiterio martedì. La signora contessa avrà la bontà di rimborsarla della sua giornata, una volta alla settimana. Ero così vergognoso dello stato della mia biancheria che stamane son corso fino a Saint-Vaast per comprarvi tre camicie, mutande, fazzoletti. Breve: i cento franchi del signor curato di Torcy sono stati appena sufficienti a coprire questa grossa spesa. Per di più, devo dare alla domestica il pasto del mezzogiorno; e una donna che lavora ha bisogno d’un nutrimento conveniente. Per fortuna, il mio Bordeaux mi servirà. L’ho messo ieri nelle bottiglie. M’è parso un po’ torbido, tuttavia è profumato. I giorni passano, passano ... Come sono vuoti! Arrivo ancora in fondo al mio quotidiano lavoro, ma rimetto continuamente all’indomani l’esecuzione del piccolo programma che mi son tracciato. Difetto di metodo, evidentemente. E quanto tempo passo sulle strade! La frazione più prossima è a tre buoni chilometri, l’altra a cinque. La mia bicicletta mi serve assai poco, perché non posso andarvi in salita, soprattutto a digiuno, senza orribili dolori allo stomaco. Questa parrocchia è così piccola, sulla carta! ... Ma se penso che una classe di venti o trenta alunni, d’età e di condizioni simili, sottomessi alla stessa disciplina, trascinati agli stessi studi, è conosciuta dal maestro solo nel corso del secondo trimestre - e anche poco! - mi pare che la mia vita, tutte le forze della mia vita, si perderanno nella sabbia. La signorina Luisa, adesso, assiste ogni giorno alla Messa. Ma appare e scompare così presto che a volte mi capita di non accorgermi della sua presenza. Senza di lei, la chiesa sarebbe stata vuota. Ieri ho incontrato Serafita in compagnia del signor Dumouchel. Mi pare che il viso di questa bambina si trasformi di giorno in giorno: prima era così cangiante, così mobile! Adesso vi trovo una specie di fissità, di durezza molto al disopra della sua età. Mentre le parlavo, m’osservava con un’attenzione così imbarazzante che non ho potuto impedirmi di arrossire. Forse dovrei avvertire i suoi genitori ... Ma di che? Su un foglio di carta, lasciato senza dubbio intenzionalmente in uno dei catechismi, e che ho trovato stamane, una mano maldestra aveva disegnato una minuscola vecchietta con questa iscrizione: “La favorita del signor curato”. Poiché ogni volta distribuisco i libri a caso, è inutile cercare l’autore di questa celia.
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