Senonché, diàmine! ... Quando ho visto quella vecchia caserma lebbrosa che odorava di brodo grasso, brr! ... E tutti quei bravi ragazzi così magri, poveri diavoli, che persino visti di faccia avevan sempre l’aria d’essere di profilo ... Insomma, con tre o quattro buoni camerati, non di più, scuotevamo forte i professori, facevamo un po’ di baccano, delle sciocchezze, infine. Al lavoro e alla sbobba eravamo i primi, per esempio; ma, tolti da ciò, veri e propri diavoletti.
Una sera, tutti dormivano, ci siamo arrampicati sui tetti, e lassù dàgli a miagolare ... C’era di che svegliare tutto il quartiere.
Quel disgraziato del nostro direttore dei novizi si faceva il segno della Croce, ai piedi del letto; credeva che tutti i gatti del circondario si fossero dati appuntamento alla Santa Casa per raccontarvisi degli orrori.
Una farsa stupida, non dico di no.
Alla fine del trimestre quei signori m’han rimandato a casa; e con certe note! Tutt’altro che zuccone, bravo ragazzo, d’indole buona, e questo e quello: ma, in sostanza, non ero buono che a pascolare le mucche.
Io! Io che non sognavo che d’essere prete ... Essere prete, o morire! Il cuore mi sanguinava talmente, che il buon Dio permise che mi venisse la tentazione di distruggermi. Proprio così.
Il mio signor padre era un uomo giusto. Mi condusse da Monsignore, nella sua carretta, con un biglietto d’una prozia superiora delle Dame della Visitazione a Namour. Anche Monsignore era un uomo giusto.
Mi fece entrare subito nel suo studio.
Mi sono buttato ai suoi ginocchi, gli ho detto la mia tentazione, e la settimana successiva m’ha spedito al suo seminario maggiore, una scatola poco moderna ma solida.
Posso dire d’aver visto la morte davvicino: e quale morte! Cosicché, da quel momento, ho deciso di tenere i piedi sulla terra, di fare lo scemo.
Fuori servizio, come dicono i militari, niente complicazioni.
Il mio Bambino Gesù è troppo giovane per interessarsi già molto di musica o di letteratura.
Probabilmente, farebbe persino una smorfia a coloro che si contentassero d’arrovesciar gli occhi, invece di portare della paglia fresca al suo bue, o di strigliare l’asino.”
M’ha spinto fuori della stanza, per le spalle.
L’amichevole pacca delle sue larghe mani per poco non m’ha fatto cadere sulle ginocchia. Abbiamo poi bevuto insieme un bicchiere di ginepro.
E, di colpo, m’ha guardato fisso negli occhi, con un’aria di sicurezza e di comando. Era come un altro uomo, un uomo che non ha da render conto a nessuno, un signore.
“I monaci sono i monaci” ha detto; “io non sono un monaco.
Non sono un superiore di monaci.
Ho un gregge, un vero gregge, non posso ballare davanti all’arca col mio gregge, con del comune bestiame.
Vuoi dirmi a che cosa somiglierei? è un bestiame né troppo buono né troppo cattivo: buoi, asini, bestie da traino e da lavoro.
E ho anche dei caproni. Che cosa devo farne, dei miei caproni? Non c’è modo d’ucciderli né di venderli. Un abate mitrato ha solo da dar la consegna al Fratello portinaio.
In caso d’errore, si sbarazza dei caproni con un gesto.
Io non posso farlo: dobbiamo approfittare di tutto, noi, persino dei caproni. Caproni o pecore, il padrone vuole che gli rendiamo ogni bestia in buono stato.
Non metterti in capo d’impedire al caprone di puzzar di caprone: perderesti il tuo tempo, rischieresti di cadere nella disperazione.
I vecchi confratelli mi prendono per un ottimista, un Roger Bontemps; i giovani della tua specie per un orco; mi trovano duro con la mia gente, troppo militare, troppo coriaceo. Gli uni e gli altri ce l’hanno con me perché non ho il mio piccolo piano di riforma come ce l’hanno tutti, o perché lo lascio in fondo alla mia tasca. “Tradizione!” brontolano i vecchi. “Evoluzione!” cantano i giovani.
Io credo che l’uomo è l’uomo, e che oggi non vale molto di più che ai tempi dei pagani. D’altra parte, la questione non è di sapere che cosa vale, ma chi lo comanda.
Ah! Se si fosse lasciato fare agli uomini di Chiesa! Nota ch’io non mi riferisco al medioevo, come lo vedono i confettieri: le persone del tredicesimo secolo non passavano per santini; e se i monaci erano meno bestie bevevano anche più di oggi, non si può dire il contrario.
Ma stavamo per fondare un impero, ragazzo mio, un impero di fronte al quale quello dei Cesari non sarebbe stato che creta: una pace, la Pace romana, la vera.
Un popolo cristiano, ecco che cos’avremmo fatto, tutti assieme. Un popolo di cristiani non è un popolo di colli torti.
La Chiesa ha i nervi solidi, il peccato non le fa paura, al contrario.
Lo guarda in faccia, tranquillamente, e persino, secondo l’esempio di Nostro Signore, lo prende a proprio carico, se lo assume.
Quando un buon operaio lavora come si conviene sei giorni della settimana, si può bene concedergli una ribotta, il sabato sera.
Guarda, voglio definirti un popolo cristiano, definendo il suo opposto.
Il contrario d’un popolo cristiano è un popolo triste, un popolo di vecchi. Mi dirai che la definizione non è troppo teologica.
D’accordo.
Ma ha di che far riflettere le persone che sbadigliano alla Messa della domenica.
Certo che sbadigliano! Non vorrai che in una misera mezz’ora per settimana la Chiesa possa insegnar loro la gioia! E anche se conoscessero a memoria il catechismo del Concilio di Trento, probabilmente non sarebbero più allegri.
“Da che proviene che il tempo della nostra prima infanzia ci appaia così dolce e radioso? Un marmocchio ha le sue pene come tutti; è, nel complesso, così disarmato contro il dolore, la malattia!
L’infanzia e l’estrema vecchiaia dovrebbero essere le due grandi prove dell’uomo.
Ma è dal sentimento della propria impotenza che il fanciullo trae umilmente il principio della sua stessa gioia.
Si rifugia in sua madre, capisci? Presente, passato, avvenire, tutta la sua vita, la vita intiera è compresa in uno sguardo; e questo sguardo è un sorriso.
Ebbene, ragazzo mio, se avessero lasciato fare a noialtri, la Chiesa avrebbe dato agli uomini questa specie di suprema sicurezza. Rifletti che ognuno avrebbe avuto ugualmente la propria parte di seccature: la fame, la sete, la povertà, la gelosia ... Non saremo mai abbastanza forti da metterci il diavolo in tasca, puoi pensarlo! Ma l’uomo avrebbe saputo che è il figlio di Dio, ecco il miracolo! Avrebbe vissuto, sarebbe morto con quest’idea nella capocchia; e non un’idea imparata nei libri, no.
Giacché essa avrebbe ispirato, grazie a noi, i costumi, gli usi, i divertimenti, i piaceri, sino alle più umili necessità.
Ciò non avrebbe impedito all’operaio di raspare la terra, al dotto di zappare il suo tavolo coi logaritmi e nemmeno all’ingegnere di costruire i suoi trastulli per persone grandi. Senonché, noi avremmo abolito, avremmo strappato dal cuore d’Adamo il sentimento della sua solitudine. Con la loro nidiata di dèi, i pagani non eran poi così stupidi: intanto, erano riusciti a dare al povero mondo l’illusione d’una grossolana intesa con l’invisibile. Ma il trucco, adesso, non varrebbe un chiodo.
Fuori della Chiesa, un popolo sarà sempre un popolo di bastardi, un popolo di trovatelli. Evidentemente, resta ad essi ancora la speranza di farsi riconoscere da Satana.
Illusi! Possono aspettarlo a lungo, il loro piccolo Natale nero! Possono metterle nel camino, le loro scarpe! Ecco che il diavolo già si stanca di deporvi mucchi di meccanismi giù di moda appena inventati: ormai non vi mette più che un minuscolo pacchetto di cocaina, d’eroina, di morfina, una qualunque sudiceria di polvere che non gli costa cara.
Poveracci! Logoreranno persino il peccato. Per divertirsi non basta volerlo.
La più piccola bambola da quattro soldi delizia una bimbetta per tutta una stagione, mentre un vecchio bonomo sbadiglierà davanti a un giocattolo da cinquecento franchi. Perché? Perché ha perduto lo spirito d’infanzia.
Ebbene, la Chiesa è stata incaricata dal buon Dio di mantenere nel mondo questo spirito d’infanzia, questa ingenuità, questa freschezza.
Il paganesimo non era il nemico della natura, ma soltanto il cristianesimo la ingrandisce, l’esalta, la mette alla misura dell’uomo, del sogno dell’uomo.
Vorrei aver qui uno di quei dottoroni che m’accusano d’oscurantismo; gli direi: “Non è colpa mia se porto un vestito da beccamorto.
Dopo tutto, il Papa si veste ben di bianco, e i cardinali di rosso.
Avrei diritto a passeggiare vestito come la Regina di Saba, perché io porto la gioia. Ve la darei per niente, se me la domandaste.
La Chiesa dispone della gioia, di tutta la parte di gioia riservata a questo triste mondo. Quel che avete fatto contro di essa, l’avete fatto contro la gioia.
V’impedisco forse, io, di calcolare la processione degli equinozi o di disintegrare gli atomi? Ma a che cosa vi servirebbe fabbricare la vita stessa, se avete perduto il senso della vita? Non avreste più che da farvi saltare le cervella davanti alle vostre storte.
Fabbricate vita finché volete! L’immagine che date della morte avvelena poco a poco il pensiero dei miserabili; oscura, scolora lentamente le loro ultime gioie.
La cosa andrà ancora bene finché la vostra industria e i vostri capitali vi permetteranno di fare del mondo una fiera, con meccanismi che girano a velocità vertiginose, nel fracasso dei bronzi e nell’esplosione dei fuochi d’artificio.
Ma aspettate, aspettate il primo quarto d’ora di silenzio.
Allora, la sentiranno la parola: non quella che hanno rifiutato, che diceva tranquillamente: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”, ma quella che sale dall’abisso: “Io sono la porta chiusa per sempre, la strada senz’uscita, la menzogna e la perdizione”.”
Ha pronunciato queste ultime parole con una voce così cupa che io debbo essere impallidito - o piuttosto diventato giallo, che è, ahimé, il mio modo d’impallidire, da mesi - poiché m’ha versato un secondo bicchiere di ginepro e abbiamo parlato d’altro.
La sua allegria non m’è parsa falsa e nemmeno affettata, giacché credo che sia la sua stessa natura.
La sua anima è allegra, ma il suo sguardo non è riuscito a mettersi subito d’accordo con essa. Al momento della partenza, poiché io m’inchinavo, m’ha fatto col pollice un piccolo segno di Croce sulla fronte, e m’ha infilato in tasca un biglietto da cento franchi: “Scommetto che sei senza un soldo.I primi tempi sono duri.
Me li renderai quando potrai.
E ora vattene, e agli imbecilli non dire mai nulla di noi due”.
“Portare della paglia fresca al bue, strigliare l’asino”: queste parole mi son tornate alla mente stamane, mentre pelavo le patate per la minestra.
L’assessore m’è giunto dietro la schiena ed io mi sono alzato bruscamente dalla seggiola senz’aver avuto il tempo di scuoter via le bucce; mi sentivo ridicolo.
D’altra parte, egli mi portava una buona notizia: il municipio accetta di far scavare il mio pozzo, e ciò mi farà economizzare i venti soldi alla settimana che do al chierichetto che mi va a prendere l’acqua alla fontana.
Ma avrei voluto dirgli una parola sulla sua osteria; poiché egli adesso si propone di dare un ballo ogni giovedì e ogni domenica: chiama quello del giovedì il “ballo delle famiglie” e vi attira persino delle ragazzette della fabbrica che i giovani si divertono a far bere. Non ho osato. Ha un modo di guardarmi, con un sorriso in complesso benevolo, che m’incoraggia a parlare come se ciò che sto per dire non avesse comunque nessuna importanza. D’altra parte, sarebbe più conveniente andarlo a trovare a casa sua. Lo avrei, il pretesto d’una visita; ché sua moglie è gravemente ammalata e non lascia la propria camera da settimane.
Non passa per una cattiva persona, lei, e un tempo, mi si dice, era anche molto esatta agli uffizi.
“Portare della paglia fresca al bue, strigliare l’asino ...”, sta bene. Ma i lavori semplici non sono i più facili, al contrario.
Le bestie non hanno che pochi bisogni, sempre gli stessi, mentre gli uomini! So bene che si parla volentieri della semplicità dei campagnoli.
Io, che sono figlio di contadini, li credo piuttosto orribilmente complicati.
A Béthune, al tempo del mio primo vicariato, i giovani operai del nostro patronato, appena rotto il ghiaccio, mi stordivano con le loro confidenze, cercavano incessantemente di definirsi, si sentivano straripare di simpatia per se stessi.
Un contadino si ama raramente, e se mostra un’indifferenza tanto crudele a chi lo ama, non è perché dubiti dell’affezione che gli si ha: la disprezza, piuttosto.
Senza dubbio, non si affaticherebbe molto per correggersi.
Ma non lo si vede nemmeno farsi delle illusioni sui difetti e sui vizi che sopporta con pazienza per tutta la vita, avendoli giudicati irriformabili in anticipo, preoccupato solo di tenere in rispetto quelle bestie inutili e costose, di nutrirle con poca spesa.
E poiché, nel silenzio di codeste vite contadine sempre segrete, succede che l’appetito dei mostri va sempre crescendo, l’uomo invecchiato non si sopporta più che a fatica.