Senonché, le tariffe sono le tariffe, che ne posso io? “Dovevate mettere quel bonomo alla porta” m’ha detto. E, poiché io protestavo: “Cacciarlo fuori, proprio così! D’altra parte, io lo conosco il vostro Dumonchel: è un vecchio che ha dei mezzi ... La sua defunta moglie era due volte più ricca di lui. È giusto che la seppellisca decentemente! Voi, giovani preti...” È diventato rosso rosso e m’ha guardato dall’alto in basso:
“Mi domando che cosa avete nelle vene, oggi, voialtri giovani preti! Al mio tempo, si formavano degli uomini di chiesa - non aggrottate le sopracciglia, mi fate venir voglia di scappellottarvi - sì, degli uomini di chiesa, prendete la parola come volete, dei capi di parrocchia, dei padroni, insomma, uomini di governo. Tenevano un paese, quelli là, solo alzando il mento.
Oh! Lo so quello che state per dirmi: mangiavano bene, bevevano allo stesso modo, e non sputavano sulle carte.
D’accordo! Quando si affronta in modo conveniente il proprio lavoro, e lo si fa presto e bene, vi restano degli ozi; ed è meglio per tutti quanti.
Adesso, i seminari ci mandano dei chierichetti, dei piccoli vagabondi che si immaginano di lavorare più di tutti perché non vengono a capo di nulla.
Invece di comandare, piagnucolano.
Leggono mucchi di libri e non son mai stati capaci di capire - di capire, intendetemi! - la parabola dello Sposo e della Sposa.
Che cos’è una vera sposa, ragazzo mio, una vera donna, quale un uomo può augurarsi di trovarne una se è abbastanza stupido da non seguire il consiglio di San Paolo? Non rispondete, direste delle bestialità!
Ebbene, è una robustona, dura alla fatica, ma che tiene per le cose e sa che tutto sarà sempre da ricominciare, sino alla fine.
La Santa Chiesa avrà un bel darsi da fare: non cambierà questo mondo in altarino del Corpus Domini.
Avevo una volta - vi parlo della mia vecchia parrocchia - una sacrestana stupefacente, una buona suora di Bruges secolarizzata nel 1908, un cuore coraggioso. Gli otto primi giorni, strofina tu che strofino anch’io, la casa del buon Dio si era messa a luccicare come un parlatorio di convento; non la riconoscevo più, parola d’onore! Eravamo all’epoca del raccolto, devo dire; non veniva un gatto e quella satanica vecchietta esigeva che mi levassi le scarpe: io, che ho orrore delle pantofole! Credo persino che quelle le avesse pagate di tasca sua. Ogni mattina, beninteso, trovava un nuovo strato di polvere sui banchi, uno o due funghi del tutto freschi sul tappeto del coro, e delle tele di ragno ... ah, piccino mio!, delle tele di ragno da farci un corredo da sposa.
Mi dicevo: continua a strofinare, figlia mia, domenica vedrai. E la domenica è venuta. Oh! Una domenica come le altre, una festa senza scampanii, con la solita clientela. Inezie! Insomma, a mezzanotte ella dava la cera e strofinava ancora, a lume di candela. Qualche settimana dopo, per Ognissanti, venne una missione da fracassar tutto, predicata da due Padri redentoristi, due valentuomini.
La disgraziata passava le notti a quattro zampe, tra il suo secchio e la catinella – annaffia tu che annaffio io, - tanto che la muffa cominciava ad arrampicarsi su per le colonne e l’erba spuntava tra le giunture delle lastre. Non c’era mezzo di farle intender ragione, a quella buona suora! A darle retta, avrei messo alla porta tutti quanti perché il buon Dio avesse i piedi all’asciutto, capite? Le dicevo: “Mi rovinerete in medicine!” poiché tossiva, povera vecchia! Ha finito per mettersi a letto con una crisi di reumatismo articolare, il cuore non ha resistito e pluf! ecco la mia buona suora davanti a San Pietro. In un certo senso, è una martire, non si può sostenere il contrario. Il suo torto, certo, non è stato di voler combattere la sporcizia, ma d’averla voluta annientare, come se fosse possibile.
Una parrocchia è forzatamente sporca. Una cristianità è ancora più sporca.
Aspettate il grande giorno del Giudizio, e vedrete quel che gli angeli dovranno tirar via dai monasteri più santi, a palate - che vendemmia! - E allora, piccolo mio, questo prova che la Chiesa dev’essere una buona massaia, solida e ragionevole.
La mia brava suora non era una vera donna di casa: una vera donna di casa sa che una casa non è un reliquiario. Sono idee da poeta, tutte queste.” Lo aspettavo a questo punto. Mentre ricaricava la pipa, ho cercato maldestramente di fargli comprendere che l’esempio forse non era scelto benissimo, che quella religiosa morta di fatica non aveva niente di comune coi “chierichetti” e i vagabondi “che piagnucolano invece di comandare”. “Disingànnati” m’ha detto, senza dolcezza.” L’illusione è la stessa.
Solo, i vagabondi non hanno la perseveranza della mia buona suora, ecco tutto.
Al primo assaggio, col pretesto che l’esperienza del ministero smentisce il loro piccolo comprendonio, abbandonano tutto.
Son dei musi sporchi di marmellata.
Ma una cristianità non si nutre di marmellata, più di quanto se ne nutra un uomo.
Il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale. Ora, il nostro povero mondo rassomiglia al vecchio padre Giobbe, pieno di piaghe e di ulcere, sul suo letame.
Il sale, su una pelle a vivo, è una cosa che brucia. Ma le impedisce anche di marcire.
Con l’idea di sterminare il diavolo, l’altra vostra manìa è di essere amati, amati per voi stessi, s’intende.
Un vero prete non è mai amato, ricòrdatelo.
E vuoi che te lo dica? La Chiesa se ne infischia che voi siate amati, ragazzo mio. Anzitutto, siate rispettati, ubbiditi.
La Chiesa ha bisogno di ordine.
Fate dell’ordine per tutta la durata del giorno.
Fate dell’ordine pensando che il disordine il giorno dopo la vincerà di nuovo, perché è proprio nell’ordine, ahimé, che la notte butti all’aria il vostro lavoro del giorno.
La notte appartiene al diavolo.” “Di notte” ho detto io (sapevo di farlo andare in collera) “son d’uffizio i monaci regolari? ...”
“Sì,” m’ha risposto freddamente “ci fan della musica.” Ho cercato di sembrar scandalizzato.
“I vostri contemplativi! ... Non ho nulla contro di loro. Ognuno ha il suo lavoro. Musica a parte, sono anche dei fiorai.”
“Dei fiorai?”
“Precisamente.
Quando si è rifatta la casa, sciacquato i piatti, pelato le patate e messo la tovaglia sulla tavola, si ficcan dei fiori bianchi nel vaso, è cosa regolare.
Osserva che la mia piccola similitudine non può scandalizzare che gli imbecilli, poiché, beninteso, c’è una sfumatura ... Il giglio mistico non è il giglio dei campi.
D’altra parte, l’uomo preferisce un filetto di bue a un fascio di pervinche perché lui stesso è un bruto, un ventre.
Insomma, i tuoi contemplativi sono attrezzatissimi per fornirci dei bei fiori, dei fiori veri. Disgraziatamente, nei chiostri come altrove, spesso c’è sabotaggio: e troppo di frequente ci rifilano fiori di carta.” M’osservava di traverso senz’averne l’aria. In simili momenti mi sembra di vedere in fondo al suo sguardo molta tenerezza e - come potrei dire? - una specie d’inquietudine, d’ansietà.
Io ho le mie prove, lui ha le sue. A me costa molto, tacerle.
E se non ne parlo è meno per eroismo, ahimé, che per quel pudore che i medici, mi si dice, conoscono anche loro, a loro modo e secondo l’ordine di preoccupazioni loro proprio. Lui invece tacerà sempre le sue, qualunque cosa succeda, e, sotto la sua burbera schiettezza, resterà più impenetrabile di quei Certosini che ho incrociato nei corridoi di Z..., bianchi come ceri.
Bruscamente, m’ha preso la mano nella sua, una mano gonfiata dal diabete, ma che stringe subito senza tastare, dura, imperiosa.
“Mi dirai forse che non capisco niente dei mistici. Sì, me lo dirai, non far la bestia! Ebbene, al mio tempo, c’era al seminario superiore un professore di diritto canonico che si credeva poeta. Ti fabbricava macchine stupefacenti, con tutti i piedi, le rime, le cesure e tutto l’occorrente. Pover’uomo! Avrebbe messo in versi il suo diritto canonico. Gli mancava una sola cosa, chiamala come vuoi, l’ispirazione, il genio - ingenium che ne so io? Io, non ho genio.
Se supponessi che un giorno lo Spirito Santo mi facesse un cenno, pianterei lì la mia scopa e i miei strofinacci pensa un po’! - e me ne andrei a fare un giretto tra i serafini per impararvi la musica, a rischio di stonare un pochino, al principio.
Ma mi permetterai di sbellicarmi dalle risa in faccia alla gente che canta in coro prima che il buon Dio abbia alzato la bacchetta!”
Ha riflettuto un momento e il suo viso, che pure era voltato verso la finestra, mi è parso all’improvviso nell’ombra.
I suoi tratti s’erano persino induriti come se egli attendesse da me - e da se stesso, forse, dalla sua coscienza un’obiezione, una smentita, non so che cosa ... Però si è quasi subito rasserenato. “Che vuoi, piccolo mio, ho le mie idee sull’arpa del giovane David. Era un giovane di talento, certo, ma tutta la sua musica non l’ha preservato dal peccato o che i poveri scrittori benpensanti i quali fabbricano “Vite di Santi” per l’esportazione, immaginano che nell’estasi un bonomo sia al riparo, che ci si trovi al caldo e al sicuro come nel seno di Abramo.
Al sicuro! ... Oh! Naturalmente, non c’è nulla di più facile che arrampicarsi lassù: vi ci porta Dio.
Si tratta solo di mantenercisi e, all’occorrenza, di saperne discendere. Osserverai che i santi, quelli veri, si mostrano molto imbarazzati, al ritorno.
Appena venivano sorpresi nei loro lavori d’equilibrio, cominciavano col supplicare che si conservasse loro il segreto: “Non parlate con nessuno di quel che avete visto ...”.
Avevano un po’ vergogna, capisci? Vergogna d’essere i beniamini del Padre, di aver bevuto alla coppa della beatitudine prima di tutti quanti! E perché? Per niente. Per favore.
Questa sorta di grazie! ... Il primo moto dell’anima è quello di fuggirle.
Si può intenderla in parecchi modi, credimi, la parola del Libro: “è terribile cadere nelle mani del Dio vivente!”.
Ma che dico? Tra le sue braccia, sul suo cuore, il cuore di Gesù! Tu hai la tua piccola parte nel concerto, suoni il triangolo o il cimbalo, poniamo, ed ecco che ti pregano di salire sul palco, ti dànno uno Stradivario e ti dicono: “Avanti, ragazzo mio, vi ascolto”.
Brr! ... Vieni a vedere il mio oratorio, ma prima pulisciti i piedi, per via del tappeto.” Io non m’intendo molto di mobilia, ma la sua camera m’è parsa magnifica: un massiccio letto di mogano, un armadio a tre porte molto scolpito, poltrone coperte di velluto e sul caminetto un’enorme Giovanna d’Arco in bronzo.
Ma il curato di Torcy non desiderava mostrarmi la sua camera.
M’ha condotto in un’altra nudissima, ammobiliata soltanto con una tavola e un inginocchiatoio. Al muro una bruttissima litografia, simile a quelle che si vedono nelle sale d’ospedale e che rappresenta un Gesù Bambino, ben paffuto e molto roseo, tra l’asino e il bue. “Vedi quel quadro?” m’ha detto. “è un regalo della mia madrina.
Avrei certo il mezzo di pagarmi qualcosa di meglio, di più artistico, ma preferisco ancora quello lì. Lo trovo volgare e persino un po’ stupido, e ciò mi rassicura.
Noi, piccolo mio, siamo delle Fiandre, un paese di grandi bevitori, di grandi mangiatori; e ricchi ... Non vi rendete conto, voi, poveri brunotti del Boulonnais, nelle vostre bicocche di paglia e d’argilla, della ricchezza delle Fiandre, delle terre nere! Non bisogna chiederci troppe di quelle parole che capovolgono le pie dame, ma quanto a mistici ne mettiamo in linea lo stesso mica male, ragazzo mio! E non già dei mistici malati di petto. La vita non ci fa paura: un buon sangue rosso e greve, molto spesso, che batte alle nostre tempie quando si è pieni di ginepro sino al bordo o quando la collera ci monta al naso, una collera fiamminga da metter giù stecchito un bue: un sangue rosso e greve con una punta di sangue blu spagnuolo, quanto basta per renderlo infiammabile.
Be’, insomma, tu hai i tuoi fastidi, io ho avuto i miei; probabilmente non sono gli stessi. Ti può capitare di coricarti in barella, io vi son rotolato dentro, e più d’una volta, puoi credermi.
Se ti dicessi ... Ma te lo dirò un altro giorno; per il momento, m’hai l’aria troppo malridotta: rischierei di vederti cader svenuto.
Per tornare al mio Bambino Gesù, figùrati che il curato di Poperinghe, del mio paese, d’accordo col vicario generale, una testa forte, decisero di mandarmi a Saint-Sulpice.
Saint-Sulpice, secondo la loro idea, era il Saint-Cyr del giovane clero, Saumur o la Scuola di guerra.
E poi, il mio signor padre (tra parentesi, dapprima mi è sembrata una celia, ma sembra invece che il curato di Torcy non designi mai suo padre in un altro modo: un’abitudine del tempo antico?), il mio signor padre era ricco e si sentiva in obbligo con se stesso di far onore alla diocesi.