Chapter 2

2038 Words
La mia parrocchia è una parrocchia come tutte le altre. Si rassomigliano tutte. Le parrocchie d’oggi, naturalmente. Lo dicevo ieri al curato di Norenfontes: “Il bene e il male debbono equilibrarsi; senonché, il centro di gravità è collocato in basso, molto in basso. O, se lo preferite, si sovrappongono l’uno all’altro senza mescolarsi, come due liquidi di diversa densità”. Il curato m’ha riso in faccia. È un buon prete, affabilissimo, molto paterno, che all’arcivescovado passa addirittura per un ingegno forte, un po’ pericoloso. I suoi motti di spirito formano la gioia dei presbitèri, ed egli li sottolinea con uno sguardo che vorrebbe essere vivacissimo e che in fondo io trovo così frusto, così stanco da mettermi voglia di piangere. La mia parrocchia è divorata dalla noia, ecco la parola. Come tante altre parrocchie! La noia le divora sotto i nostri occhi e noi non possiamo farci nulla. Qualche giorno forse saremo vinti dal contagio, scopriremo in noi un simile cancro. Si può vivere molto a lungo con questo in corpo. L’idea m’è venuta ieri, sulla strada. Cadeva una di quelle piogge sottili che si inghiottono a pieni polmoni e che vi scendono sino al ventre. Il villaggio m’è apparso bruscamente dalla parte di Saint-Vaast, così ammucchiato, tanto miserabile sotto l’odioso cielo di novembre. L’acqua gli fumava sopra da tutte le parti. Sembrava essersi coricato là, nell’erba ruscellante, come una povera bestia stracca. Com’è piccolo, un villaggio! E quel villaggio era la mia parrocchia. Era la mia parrocchia, ma io non potevo far nulla per essa; la guardavo affondare tristemente nella notte, scomparire ... Ancora qualche momento, poi non l’avrei più vista. Non avevo mai sentito tanto crudelmente la sua solitudine e la mia. Pensavo a quel bestiame che sentivo tossire nella nebbia e che il piccolo vaccaro, tornando dalla scuola con la sua cartella sotto il braccio, tra poco avrebbe menato, attraverso le pasture imbevute d’acqua, verso la stalla calda, odorante ... E lui, il villaggio, sembrava aspettare anch’esso - senza grande speranza dopo tante notti passate nel fango, un padrone da seguire verso qualche improbabile, qualche inimmaginabile asilo. Oh! So bene che queste sono idee pazze, che non posso nemmeno prenderle del tutto sul serio, sogni ... I villaggi non si levan su, alla voce d’uno scolaretto, come le bestie. Che importa? Ieri sera, credo che un santo l’avesse chiamato. Mi dicevo dunque che il mondo è divorato dalla noia. Naturalmente, bisogna riflettervi un po’ sopra, per rendersene conto; la cosa non si sente subito. È una specie di polvere. Andate e venite senza vederla, la respirate, la mangiate, la bevete: è così sottile, così tenue che sotto i denti non scricchiola nemmeno. Ma basta che vi fermiate un secondo, ecco che vi copre il viso, le mani. Dovete agitarvi continuamente, per scuotere questa pioggia di ceneri. Perciò, il mondo s’agita molto. Si dirà forse che il mondo con la noia ha familiarità da molto tempo, che la noia è la vera condizione dell’uomo. È possibile che il suo seme sia stato sparso dappertutto e che essa sia germinata qua e là, sul terreno favorevole. Ma quel che io mi chiedo è se gli uomini hanno mai conosciuto questo contagio della noia, questa lebbra: una disperazione abortita, una forma turpe della disperazione, che è senza dubbio come la fermentazione d’un cristianesimo decomposto. Evidentemente, questi son pensieri che serbo per me stesso. Tuttavia non me ne vergogno. Credo persino che mi farei capire benissimo, troppo bene, forse, per la mia quiete: voglio dire, per la quiete della mia coscienza. L’ottimismo dei superiori è davvero morto. Coloro che lo professano ancora, l’insegnano per abitudine, senza credervi. Alla minima obiezione vi prodigan sorrisi d’intesa, chiedono grazia. I vecchi preti non s’ingannano, in proposito. A dispetto delle apparenze e se si resta fedeli a un certo vocabolario, immutabile d’altronde, i temi dell’eloquenza ufficiale non sono più gli stessi: i nostri vecchi non li riconoscono più. Un tempo, per esempio, una tradizione secolare voleva che un discorso episcopale non terminasse mai senza una prudente allusione - convinta, certo, ma prudente - alla prossima persecuzione e al sangue dei martiri. Oggi queste predizioni si fanno molto più rare. Probabilmente perché la realizzazione ne appare meno incerta. Ahimé! C’è una frase che comincia a correre per i presbitèri, una di quelle frasi spaventose, definite “da fante”, che non so come né perché ai nostri anziani son parse assai lepide, ma che i ragazzi della mia età trovano brutte, tristissime. (è stupefacente, d’altronde, quante idee sordide il gergo delle trincee è riuscito a esprimere in immagini lugubri; ma era veramente il gergo delle trincee?) Si ripete dunque volentieri che “non bisogna cercar di capire”. Mio Dio! Eppure noi siamo qui proprio per questo! Mi rendo conto che vi sono i superiori. Senonché, chi li informa, i superiori? Noi. E allora quando ci vantano l’ubbidienza e la semplicità dei monaci, l’argomento non mi commuove molto ... Siamo capaci tutti di pelare patate o di curare i porci, purché un maestro dei novizi ce ne dia l’ordine. Ma in parrocchia non è così facile come in una semplice comunità, offrire atti di virtù! Tanto più che essi li ignorerebbero sempre; e d’altra parte non vi capirebbero nulla. L’arciprete di Bailloeil, dopo che è andato a riposo, frequenta assiduamente i padri Certosini di Verchocq. Quel che ho visto a Verchocq è il titolo d’una sua conferenza alla quale il signor decano ci ha quasi fatto obbligo d’assistere. In essa abbiamo sentito cose interessantissime, persino appassionanti, quanto al tono, poiché quell’incantevole vecchio ha conservato le piccole innocenti manie dell’antico professore di lettere, e cura la propria dizione come le proprie mani. Si direbbe che spera e teme nello stesso tempo l’improbabile presenza, tra i suoi ascoltatori in sottana, di Anatole France, e che gli domandi grazia per il buon Dio, in nome dell’umanesimo, con sguardi sottili, sorrisi di complicità e contorcimenti del dito mignolo. Sembra insomma che quella specie di civetteria ecclesiastica nel 1900 fosse di moda. Noi abbiamo cercato di far buona accoglienza a delle frasi “taglienti”, che non tagliavano un bel nulla. (Probabilmente, ho una natura troppo grossolana, troppo frusta; ma confesso che il prete letterato m’ha sempre fatto orrore. Frequentare i begli spiriti, insomma, è come pranzare in città, ma non si va a pranzo in città in barba a quelli che muoiono di fame.) Breve: il signor arciprete ci ha raccontato molti aneddoti che, secondo l’uso, egli definisce “tratti”. Credo d’aver compreso. Per disgrazia, non mi sentivo commosso quanto avrei desiderato. I monaci sono incomparabili maestri di vita interiore, nessuno ne dubita, ma per la maggior parte succede di quei “tratti” come per i vini locali: bisogna berli sul posto. Non sopportano il viaggio. Fors’anche ... debbo dirlo? Fors’anche quel piccolo numero d’uomini riuniti, viventi fianco a fianco giorno e notte, creano l’atmosfera favorevole, a propria insaputa ... I monasteri li conosco un po’ anch’io. Ho visto dei religiosi subire umilmente, faccia a terra e senza vacillare, la rampogna ingiusta d’un superiore impegnato a spezzare il loro orgoglio. Ma in quelle case, che non son turbate da nessun’eco esterna, il silenzio raggiunge una qualità, una perfezione veramente straordinarie: il più piccolo fremito vi è percepito da orecchi d’una sensibilità divenuta squisita ... E vi sono silenzi da sala di capitolo che valgono un applauso. (Invece, un’ammonizione episcopale ... ) Rileggo senza piacere queste prime pagine del mio diario. Certo, ho molto riflettuto, prima di decidermi a scriverlo; ma ciò non mi rassicura un gran che. Per chiunque abbia l’abitudine della preghiera, la riflessione troppo spesso non è che un alibi, un modo sornione di confermare se stessi in un proposito. Il ragionamento lascia agevolmente in ombra quello che ci auguriamo di tenervi nascosto. L’uomo di mondo che riflette, calcola le sue probabilità, sta bene! Ma per noialtri, che abbiamo accettato una volta per tutte la spaventevole presenza del divino in ogni istante della nostra povera vita, che peso possono avere le probabilità? Un prete, a meno di non perdere la fede - e cosa gli resta allora, giacché non può perderla senza rinnegarsi? - non potrà mai avere dei propri interessi la chiara visione, così diretta - si vorrebbe dire così ingenua, così semplice - dei figli del secolo. Calcolare le nostre probabilità, a che serve? Contro Dio non si gioca. Ricevuto la risposta di mia zia Filomena, con due biglietti da cento franchi. Esattamente il necessario per quanto più mi urge. Il danaro scivola tra le mie dita come sabbia; è spaventoso. Debbo confessare che sono molto sciocco! Ecco, per esempio: il droghiere di Heuchin, signor Pamyre, che è un brav’uomo (due suoi figli sono preti), m’ha accolto subito con molta amicizia. D’altronde è il fornitore titolare dei miei confratelli. Non mancava mai d’offrirmi, nel suo retrobottega, vino chinato e biscotti. Chiacchieravamo a lungo. I tempi sono duri, per lui: una delle sue figlie non ha ancora dote e i suoi due altri ragazzi, allevati alla facoltà cattolica, costano cari. In breve, prendendo la mia ordinazione, un giorno m’ha detto gentilmente: “Aggiungo tre bottiglie di vin chinato, vi darà un po’ di calore”. Stupidamente, ho creduto che me le offrisse. Un poveretto, che passa a dodici anni da una casa miserabile al seminario, non conoscerà mai il valore del danaro. Credo persino che negli affari ci sia difficile rimanere rigidamente onesti. È assai meglio non rischiar di giocare, anche innocentemente, con quello che la maggior parte dei laici considera non un mezzo, ma uno scopo. Il mio confratello di Verchin, che non è sempre tra i più discreti, ha creduto di dover alludere, col signor Pamyre, sotto forma di scherzo, a questo piccolo malinteso. Il signor Pamyre ne era sinceramente addolorato: “Il signor curato” ha detto “venga tutte le volte che gli garba: brinderemo sempre insieme con piacere. Ce ne vuole, per arrivare a una bottiglia, grazie a Dio! Ma gli affari sono gli affari, non posso dar per nulla la mia mercanzia”. E la signora Pamyre avrebbe aggiunto, sembra: “Noialtri commercianti, abbiamo anche noi i nostri doveri di stato”. Ho deciso stamane di non prolungare l’esperienza oltre i dodici mesi che verranno. Al prossimo 25 novembre butterò nel fuoco questi fogli e cercherò di dimenticarli. Questa risoluzione, che ho preso dopo la Messa, non mi ha rassicurato che per un momento. Non si tratta d’uno scrupolo, nell’esatto senso della parola. Non credo di far niente di male annotando qui, giorno per giorno, con assoluta franchezza, gli umilissimi, gli insignificanti segreti d’una vita d’altra parte senza mistero. Quello che fisserò sulla carta non insegnerebbe un gran che al solo amico col quale mi capita ancora di parlare a cuore aperto; e quanto al resto, sento bene che non oserei mai scrivere ciò che quasi ogni mattina confido al buon Dio senza vergogna. No, questo non somiglia allo scrupolo, ma è piuttosto una specie d’irragionevole timore, simile a un avvertimento dell’istinto. Allorché mi son seduto per la prima volta davanti a questo quaderno da scolaro, ho cercato di fermare la mia attenzione, di raccogliermi come per un esame di coscienza. Ma quanto ho visto, con quello sguardo interiore, di solito così calmo, così penetrante, che trascura il particolare e va subito all’essenziale, non è la mia coscienza. Esso sembrava scivolare sulla superficie d’un’altra coscienza, sin’allora per me sconosciuta: uno specchio torbido dove all’improvviso ho creduto di veder sorgere un viso. Quale viso? Forse il mio? ... Un viso ritrovato, dimenticato. Di sé, bisognerebbe parlare con rigore inflessibile. Ma, al primo sforzo per afferrarsi, da dove vengono questa pietà, questa tenerezza, questo rilassamento di tutte le fibre dell’anima; e questa voglia di piangere? Ieri sono stato a far visita al curato di Torcy. È un buon prete, puntualissimo, che di solito mi sembra un po’ terra terra: un figlio di ricchi contadini che conosce il valore del danaro e m’impressiona molto con la sua esperienza mondana. I confratelli parlan di lui per il decanato di Heuchin ... I suoi modi con me sono molto illusori, perché le confidenze gli ripugnano e sa scoraggiarle con un grosso riso bonario, assai più fine, d’altronde, di quanto non sembri. Mio Dio, come mi augurerei d’avere la sua salute, il suo coraggio, il suo equilibrio! Credo però che abbia dell’indulgenza per quella che volentieri chiama la mia esagerata sensibilità; giacché sa che non ne traggo della vanità, ah no! Da molto tempo non cerco nemmeno più di confondere con la vera pietà dei santi - forte e dolce - l’infantile paura che provo per le sofferenze altrui. “Poco bella la vostra cera, ragazzo mio!” Devo dire ch’ero ancora sottosopra per la scena che qualche ora prima m’aveva fatto il vecchio Dumonchel in sacrestia. Dio sa se non vorrei dar per nulla, col mio tempo e la mia fatica, i tappeti di cotone, i drappi rosicchiati dalle tarme, e i ceri di sego, pagati carissimi al fornitore di Sua Eccellenza, ma che appena accesi si struggono con un rumore di padella che frigge.
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