Dopo aver parlato con Luca, Silvia se ne andò, e sulla via del ritorno il sistema nella sua testa sembrava aver convocato un’intera orchestra sinfonica: allarmi e notifiche a raffica, senza tregua. Se il cervello di Silvia fosse stato un computer, quei pop-up l’avrebbero già mandato in crash.
Se solo avesse potuto strappare via quella maledetta cosa dalla sua testa, l’avrebbe lanciata a terra, calpestata fino a ridurla in briciole, poi bruciata e infine scaricata nel water.
Sistema:
“Perché insisti con l’aborto?
Federico è vivo: non puoi decidere da sola il destino del bambino!
È immorale, crudele!
Approfitta di questa nuova possibilità! Per ricominciare da capo!”
Silvia, camminava lentamente sotto il porticato, con lo sguardo freddo mentre osservava tutto ciò che la circondava:
“Tu, Tu, un sistema che trascina le persone a caso in mondi come questo, vieni a farmi la morale? Ma ti senti? Non ne hai proprio il diritto.
L’aborto è crudele? Io invece penso che sia molto più crudele un sistema idiota che non lascia abortire. Ma guarda un po’: tanto non sei tu a doverlo far nascere, non sei tu a doverlo crescere, parli facile, stando lì bello comodo. Ma chi ti credi di essere? Se davvero sei così pieno di bontà, invece di sprecarla per un feto che nemmeno è nato, perché non ne usi un po’ per me che sono viva? Fai una buona azione, riportami a casa, no?”
Il sistema, cercò di mediare:
“Se temi che il figlio sarà irriconoscente verso la famiglia, potresti educarlo meglio?
Piccole deviazioni nel copione sono ammesse…”
Davanti a questa “graziosa concessione” del sistema, Silvia rimase impassibile. Neanche un’emozione, anzi, le veniva quasi da ridere.
“E a me che importa cosa diventerà in futuro? È dentro di me, e che io lo faccia nascere o no dipende solo dal mio umore. Se mi va, anche se fosse un verme, lo faccio nascere; se non mi va, anche se fosse destinato a diventare un eroe che salverà il mondo, non lo faccio nascere. E indovina? Adesso sono di pessimo umore, capito?”
Il sistema continuava:
“Stai ostacolando la nascita del prossimo erede, e persino alleandoti con Luca, il personaggio cattivo! Non è conforme! Devi correggerti!”
Silvia sorrise.
“Non lo farò. E tu… cosa puoi farmi?”
Il sistema restò in silenzio.
Non aveva mai incontrato una protagonista così ostinata e ribelle.
Gli altri, pur di tornare nel loro mondo, o sopportavano umiliazioni oppure eseguivano passivamente i compiti. Anche i più riluttanti, sotto le scosse elettriche, si piegavano rapidamente. Pochi osavano davvero sfidare il sistema, eppure, nemmeno riavviare il mondo della missione sembrava avere effetto su questa donna. Il sistema non sapeva davvero più cosa fare.
Sembrava di aver trovato un bug.
Il sistema non replicò.
Il sistema tacque, ma Silvia non perse occasione per provocarlo di nuovo, con un tono pieno di malizia:
“Tu non sai quanto sia divertente essere una cattiva persona. Io, adesso, mi sento proprio felice.”
Rientrò nella stanza di Federico.
Lui era lì, intento a parlare con Madama Bianchi, quest’ultima, sempre arcigna e prepotente con Clara, davanti al suo figlio era così gentile, così premurosa.
Ma appena girò lo sguardo e vide Clara entrare, il volto della signora cambiò all’istante:
“Dove sei andata? Non ti avevo detto di restare in stanza a occuparti di mio figlio? E tu invece? Sparita chissà dove a bighellonare!
Ti accolta in casa proprio per aiutare la sua salute, ma guarda un po’! Da quando sei entrata in casa, la sua malattia non è migliorata affatto. A che servi allora?”
Silvia abbassò lo sguardo e rimase in silenzio, con un’aria giustamente afflitta, come sarebbe stata adatta al personaggio di Clara.
Federico tossì, poi intervenne:
“Madre, lasciala stare. Silvia sta sempre chiusa qui dentro, uscire un po’ non le fa male.”
Madama Bianchi incrociò le braccia:
“Federico, non puoi viziarla così!”
Poi, rivolgendosi a Silvia:
“Senti? Hai sentito? Vai subito a prendere le medicine!”
Silenziosa, Silvia uscì dalla stanza.
Si sedette vicino al laghetto a osservare le carpe per un po’.
Poi, lentamente, si avviò a riportare i farmaci.
Ritornò e vide la porta chiusa.
Quando tornò, la signora non c’era più. Federico prese la medicina e la bevve, poi le prese la mano:
“Non dare peso a quello che dice mia madre. In questi anni ha sofferto tanto per crescermi da sola. Dobbiamo capirla. Io ormai non posso più prendermi cura di lei… dovrò contare su di te.”
Diceva le stesse cose anche nel copione originale. Ed è per questo che Clara era rimasta una nuora sottomessa per tutta la vita.
Silvia sorrise lievemente:
“Certo.”
Federico la strinse, dolce.
“Grazie…
Viviamo giorno per giorno.
Sai bene che la mia salute è precaria.
Un giorno potrei mancare…
Ma quel giorno, sappi che ho avuto una moglie eccezionale …”
Quel corpo malato, fragile…
Federico non sarebbe durato a lungo, neanche nel copione originale.
Dopo qualche settimana, la malattia lo avrebbe portato via.
Non fu Luca a causargli la morte, morì semplicemente per il peggioramento delle sue condizioni. Ma nel primo mondo, grazie alle lacrime e parole di Silvia, tutti crebbero che la colpa fosse di Luca.
Ora Silvia doveva ancora servire Madama Bianchi, anche se non era che avesse bisogno, ma da sempre, le suocere tendevano a sottomettere le nuore per affermare il proprio potere in casa.
Anche quando Clara non faceva nulla di male, veniva comunque rimproverata. Figuriamoci ora, che c'è Silvia e che non aveva affatto intenzione a comportarsi bene.
“Che ti succede oggi? Eh? Neanche qui da tanto e già mostri la tua vera faccia! Non sono mica morta, sai? A chi credi di poter rispondere così, eh?”
La signora gettò le posate e le puntò il dito contro: “Fuori! In ginocchio!”
Si inginocchiò.
Era arrivata in questo mondo da sola, senza nulla, solo rabbia e coraggio.
Ogni umiliazione, ogni sofferenza che aveva sofferto, li avrebbe fatto ripagare uno a uno.
Altrimenti, perché vivere?
Le persone devono assumersi le conseguenze delle proprie azioni.
Silvia guardava le gocce di pioggia cadere sulle pietre e sorrise freddamente.
Anche nella storia originale c’era una scena simile.
Clara, avendo fatto arrabbiare la signora, venne costretta a inginocchiarsi fuori per riflettere. Pioveva a dirotto e lei restò lì sotto per molto tempo, finché non arrivò Federico e la fece rientrare.
Forse fu proprio a causa di questo che prese freddo.
Da lì in poi, sempre malato, non guarì mai più. E alla fine morì.
Questa volta, prima di andare a servire la signora, Silvia aveva già preso una pillola abortiva.
Questa volta avrebbe assunto piccole dosi in più riprese, così nessuno si sarebbe accorto di nulla.
E quando il bambino sarà morto, tutti avrebbero pensato che era stata la suocera, con le sue angherie, a farlo perdere.
Chissà che faccia avrebbe fatto Federico, colui che voleva che la moglie sopportasse tutte le umiliazioni della madre, quando avrebbe saputo che il figlio tanto atteso era morto per colpa sua.
La pioggia batteva ogni cosa, i rivoli che colavano dai tetti sembravano fili d’acqua.
Silvia era inginocchiata nel mezzo della pioggia torrenziale, gelida fino alle ossa. Le domestiche sotto il portico ridevano e commentavano. La risata di Rosa risuonava nitida.
Silvia non badava a quelle risate. Pensava solo:
“Essere in questo mondo è come intraprendere un lungo viaggio.”
Questo mondo non aveva alcun significato per lei. Le persone in questo mondo nemmeno.
Solo quel sistema nella sua testa, che tentava di cambiarla, era fonte di rabbia.
Dopo molto tempo, finalmente arrivò Federico, sorretto dal maggiordomo e da due domestici. Anita e un’altra domestica reggevano l’ombrello, cercando di proteggerlo dalla pioggia.
Quando si avvicinò a Silvia, aveva solo le scarpe bagnate.
Tossì due volte e la guardò, esitando: “Clara…” poi sospirò: “Vado a parlare con mamma.”
Entrò in casa. Dopo un po’, tornò fuori insieme alla madre e mandò Anita a sollevarla.
Appena rientrati in casa, sotto gli ordini della signora tutti si affrettarono a cercare vestiti asciutti e acqua calda per aiutare Federico a cambiarsi.
Preoccupata, lo rimproverò:
“Sei troppo buono! Per una sciocchezza ti sei esposto alla pioggia. Clara sta benissimo! È abituata ai lavori pesanti, inginocchiarsi un po’ non le farà certo male!”
Poi si voltò verso Silvia:
“E tu che stai ancora lì impalata? Vattene a cambiarti e torna subito a prenderti cura Federico!”
Silvia lasciò la stanza come le era stato chiesto, con calma, senza una parola. Solo quando fu fuori, inghiottì un'altra pillola, le mani ferme, lo sguardo gelido.
Sì, Madama Bianchi. Potevi anche umiliare Clara, farla inginocchiare cento volte, ma il tuo adorato nipotino... lui sì che stava morendo davvero.
Quella notte, Federico tornò a consolarla, con le stesse parole di sempre: promesse, scuse, tenerezze superficiali. Silvia gli sorrise come sempre, docile, impeccabile. Per lei, Federico non era altro che un estraneo con cui condivideva il letto. Finché non le metteva i bastoni tra le ruote, non aveva alcun interesse a coltivare rapporti con lui.
Si sdraiò accanto a lui, fingendo di dormire, mentre nella sua mente il sistema tornava a farsi sentire:
【Federico si è preoccupato per te, è venuto a cercarti sotto la pioggia, e tu non provi nemmeno un po’ di gratitudine? Non pensi di dovergli nulla? Vuoi davvero uccidere suo figlio? Non ti senti in colpa? Puoi ancora fermarti, sei in tempo.】
Silvia, abituata ormai all'idiozia del sistema, si sentì comunque disgustata da tanta ipocrisia:
“Si preoccupa per me? Davvero questo per te è essere un bravo uomo? Che basse aspettative hai. Sai, mi stupisce: pretendete così tanto da una brava donna, che sia mite, paziente, ubbidiente, devota e pronta al sacrificio e poi vi basta così poco per definire un uomo buono.“
Inspirò profondamente, con calma.
“Se davvero Federico fosse un buon marito, un buon figlio, un buon padre, se riuscisse a essere tutto quello che voi pretendete da me... io potrei anche trattarlo bene. Anzi, cento volte meglio di quanto lui abbia mai trattato me.“
“Ma non sono nata per essere una serva. Non mi basta che un uomo mi parli con un tono gentile per essere riconoscente. La vecchia vuole che io mi inginocchi, e Federico? Federico vuole che io lo faccia con più grazia. No, non sono grata. Io voglio stare in piedi, non inginocchiata.“
“E tu non capirai mai. Se potessi capire davvero, io non sarei qui, intrappolata in questo mondo a lottare per respirare.“
Paradossalmente, in quel momento Silvia si sentì più lucida che mai. La rabbia era lì, certo, sempre presente. Ma non era più un incendio: era ghiaccio. Sentiva chiaramente le fitte nel basso ventre, ogni spasmo che si faceva più intenso. Accanto a lei, Federico emise un gemito di dolore i suoi malanni cronici lo tormentavano di nuovo.
Allungò una mano fredda, sfiorandola.
“Clara, ho sete. Mi porteresti un po’ di acqua?“
Silvia si sollevò e lo servì in silenzio. Mentre versava l'acqua, approfittò del momento per inghiottire un’altra dose di pillole. Federico, debilitato com'era, non se ne accorse. Tossì ancora, più volte. Se fosse stata davvero Clara, si sarebbe allarmata e avrebbe subito chiamato un medico.
Ma Silvia lo osservò impassibile.
Il mattino seguente, Federico peggiorò. Il medico di famiglia, dottor Ferri, arrivò in fretta e, dopo avergli fatto i controlli, si mostrò subito preoccupato. Prescrisse nuovi farmaci. Madama Bianchi, agitata e affranta, trasformò l’ansia in ira.
“Come hai fatto a non accorgerti che stava male? Dormivi mentre mio figlio soffriva? Ma sei viva o no?!“
Era il suo modo di reagire al dolore: trovare un capro espiatorio. E chi meglio della nuora sottomessa e muta?
Davanti a tutti, Silvia interpretò alla perfezione il ruolo della giovane sposa oppressa, silenziosa e remissiva. Il dottor Ferri, colpito dal pallore sul suo volto, provò ad alzare la voce in sua difesa:
“Anche la signora Clara non sembra in buona salute. Potrei visitarla, magari si è affaticata troppo assistendo il marito…“
Ma Madama Bianchi lo interruppe bruscamente:
“Lei? Cosa vuoi che abbia quella scansafatiche! Pensiamo a Federico, non perdere tempo con lei!“
Federico rimase a letto per giorni, sempre più debole. La febbre non calava, e Madama Bianchi, presa dal panico, si faceva ogni giorno più insopportabile. Ogni pretesto era buono per sfogarsi su Clara.
Un pomeriggio, Silvia portò una ciotola di medicina calda nella stanza. Ma quando la porse a Madama Bianchi, la donna si scottò le dita e rovesciò tutto sul pavimento.
“Vuoi bruciare me o avvelenare mio figlio?! Cosa aspetti, raccogli subito questa porcheria!“
Silvia si inginocchiò, la voce tremante:
“Non era mia intenzione… mi è solo scivolato…“
“Ah, rispondi pure adesso?!“ gridò Madama Bianchi, e senza pensarci le assestò un calcio.
Silvia perse l’equilibrio e andò a sbattere contro il bordo del letto. Rimase a terra, immobile.
Stava per inveire ancora, ma si bloccò. Vide qualcosa, una macchia rossa che si allargava sotto la gonna di Clara.
Sbiancò. “Tu…“
Silvia non disse nulla. Ma l’espressione sul suo volto era più eloquente di qualsiasi parola.
Il bambino era perso.
Federico, già gravemente malato, subì il colpo come una lama al cuore. Febbricitante, delirante, scoppiò in lacrime alla notizia.
Silvia, al suo capezzale, piangeva sommessamente, raccontandogli del dolore di aver perso il loro bambino, con una voce tanto triste quanto intensa.
Federico, affranto, riuscì solo a biascicare poche parole a sua madre prima di crollare:
“Perché non hai mai accettato Clara? Era mio figlio... forse l’unico che avrò mai avuto. Vuoi che la nostra famiglia finisca con me?“
Quelle parole furono come pugnali per Madama Bianchi. Cominciò a piangere senza controllo.
Poche ore dopo, Federico sputò sangue e perse conoscenza. Morì quella notte, con il volto contratto nel dolore e nella febbre. Era morto prima del previsto, secondo la storia originale. E per tutti, la causa fu chiara: la perdita del figlio, lo shock, il dolore insopportabile. Un colpo di grazia per un corpo già indebolito.
E la colpa? Tutti sapevano dove guardare.
La colpa era di Madama Bianchi.
L’aveva trattata troppo duramente. Aveva causato il trauma. Aveva distrutto ciò che restava della speranza.
Quando la notizia della morte di Federico si diffuse, Madama Bianchi crollò. Un urlo acuto squarciò la casa, e poi il silenzio. Era svenuta. Quando si riprese, le sue mani tremavano e il suo viso era irrigidito da una smorfia. Il medico parlò di segnali preoccupanti. Di lì a poco, la donna cominciò a manifestare i primi sintomi dell’ictus che, in precedenza, l’aveva colpita solo molto tempo dopo.
Tutto, ora, accadeva prima.
Silvia guardava gli eventi precipitare come fossero tasselli già noti di un domino.
Solo che stavolta, era lei ad averli spinti.