CLARA Parte 5

1657 Words
Prima di uscire da casa Bianchi, Silvia si era cambiata: indossò i vecchi abiti della vera Clara, abiti semplici che la facevano passare inosservata. Anita pensò che volesse evitare di attirare l’attenzione della signora… ma in realtà, Silvia aveva un altro obiettivo, quello di comprare erbe abortive. Abortire sembrava facile a parole, ma era tutt’altro. Sforzi eccessivi o traumi fisici potevano provocare un aborto spontaneo, sì, ma erano metodi rischiosi e incerti. Ora che aveva l’opportunità di acquistare dei rimedi più sicuri, preferiva affidarsi a un medico. Così prese un risciò e andò in una zona più lontana, in una farmacia isolata. Per essere prudente, diede anche una mancia al dottore: in cambio, silenzio assoluto. Una volta acquistato il necessario, tornò verso la clinica vicino alla casa dei De Santis e chiamò un medico per visitare il padre. Tanto, pensò Silvia, non sarebbe morto: aveva solo le gambe rotte. Poteva pure aspettare ancora un po’. Mentre mostrava un’espressione ansiosa e preoccupata, portò il medico a casa del padre. Anita, rimasta ad aspettare, era già sul punto di perdere la testa: “Signora Clara! Finalmente! Il signor De Santis si è svegliato!” “Davvero?” disse Silvia con una voce accorata. Non c’era nemmeno bisogno di conferma: da fuori si sentivano già le sue urla laceranti. Se riesce a gridare così, vuol dire che non è poi messo così male, pensò Silvia. Forse sono stata troppo delicata? Entrò in casa col medico. Appena la vide, De Santis cominciò a sbraitare: “Tu… figlia ingrata!” Silvia si avvicinò con sguardo preoccupato: “Papà… con le gambe ridotte così, dovresti risparmiarti le forze. Lascia che il dottore ti dia un’occhiata.” (Continua pure a insultare, vecchio idiota, più parli più sbagli) De Santis, sdraiato sul letto, gridava: “Le mie gambe! Chi è stato a rompermi le gambe?!” Silvia si sedette accanto, con il volto teso e premuroso: “Hai forse giocato d’azzardo di nuovo? Sicuramente sono stati i creditori a picchiarti. Non ti ricordi nulla?” Sapeva che era troppo ubriaco per ricordare. Conoscendolo, era convinta che avrebbe finito per convincersi da solo di essere stato aggredito da chi gli voleva indietro i soldi. Come previsto, De Santis non ricordava nulla. Sudava freddo e tornò ad attaccare sua figlia: “È colpa tua! Ti ho cresciuta, ti ho dato da mangiare, ti ho fatto sposare un buon partito… e tu? Mi hai voltato le spalle! Se non fosse stato per te, non mi sarei ridotto così! Cura le mie gambe! Dammi soldi! Devo ripagare i debiti!” Anita, scioccata, lo fissava a bocca aperta. Perfino il medico scosse la testa con disappunto. Essendo un ambulatorio della zona, il medico sapeva bene come stavano le cose. Sentendo le urla e vedendo lo sguardo mesto di Clara, non poté che provare pena per lei. A quel punto, il dottore interruppe le grida del padre e si avvicinò a esaminargli le gambe. Appena toccò l’osso, De Santis urlò di nuovo, ma stavolta dal dolore, e non riuscì più a proferire parola. “Le ossa sono state frantumate. Dubito che potrà mai camminare di nuovo,” sentenziò il medico. Il vecchio si mise a piangere e a bestemmiare. Maledisse i presunti creditori, ma soprattutto, come sempre, sua figlia. Per lui, i veri responsabili erano irraggiungibili. Clara invece… era lì. Una facile valvola di sfogo. Per un uomo come lui, la colpa non è mai la sua. E quando non può prendersela con i forti, se la prende con i più deboli . Questo era De Santis. E questo, era ciò che Silvia si era aspettata. Nonostante fosse un fallito, De Santis aveva un talento innato nel soggiogare le donne. Per anni aveva ferito Clara con parole affilate, spezzando la sua volontà fino a renderla obbediente. Con quel disprezzo, la teneva sotto controllo e più urlava, più esprimeva la sua paura interiore. Umiliandola, richiamava il rispetto e la sottomissione che desiderava da lei. Se fosse stata la vera Clara, lo avrebbe perdonato. Ora però a casa era Silvia, con gesti gentili ma carichi di calcolo. Con delicatezza, sollevò la mano del padre: “Papà, anche se non puoi camminare, ci sarà sempre qualcuno che ti assisterà. Puoi contare su di me.” Assunse un’aria di premura infaticabile mentre domandava al dottore dettagli sanitari, e affidava ad Anita il compito di recuperare le medicine. Appena il medico se ne andò con Anita, Silvia uscì di casa senza esitazione. Andò a trovare una vicina, una vedova tagliente e tirchia, sempre pronta a sparlare degli altri. Quella donna, in passato, aveva guardato Clara con sospetto, quasi come se volesse tenerla alla larga dal figlio, condividendo dicerie sul padre giocatore e insinuando che Clara fosse qualcuno da evitare. Silvia si presentò, breve e persuasiva: “Marcella, siamo vicine da anni. Non sempre riesco a stare vicino a mio padre. Mi farebbe piacere se lei potesse occuparsi di lui per un po’. Mi darebbe grande sollievo.” La vedova, allettata dall’idea di guadagnare qualcosa, non esitò. Silvia tornò a casa in silenzio senza alcuna parola. Anita pensava fosse preoccupata per la salute del padre. Ma la verità era un’altra: Silvia soppesava le monete nella borsa., aveva già speso la maggior parte del denaro di Clara quel giorno. Inoltre, doveva anche decidere quando iniziare a prendere le pillole. Per comodità, non aveva chiesto un decotto, ma delle pillole preparate appositamente: servivano due o tre dosi per completare l’aborto. Doveva iniziare prenderle il prima possibile. Nel frattempo, la salute della signora Madama Bianchi non era delle migliori in quel periodo. Dopo la morte del suo unico figlio aveva pianto per molte notti, e con l’età avanzata il suo corpo non riusciva più a reggere. In più, lo scandalo tra Luca e Rosa l’aveva colpita duramente, tanto che ultimamente non si sentiva affatto bene. Quando gli anziani sono malati, tendono ad avere un brutto carattere. Lei avrebbe voluto chiamare Clara per farsi assistere nella malattia e magari sfogarsi un po’ su di lei, ma non si sa perché, da quando era scoppiata la questione di Luca, Clara sembrava diventata un’altra persona: non era più quella donna che si poteva tormentare impunemente, bensì una creatura fragile, costantemente malata. Anche se aveva ancora quell’aria da vittima rassegnata, il suo fisico non riusciva proprio a riprendersi: non poteva affaticarsi, né agitarsi troppo, bastavano due parole di rimprovero e sveniva. Quel suo atteggiamento così delicato la infastidiva moltissimo, ma sia il dottor Ferri che il maggiordomo, apertamente o tra le righe, la invitavano a trattare un po’. Così, per via della gravidanza, Madama Bianchi si era vista costretta a sopportarla, almeno temporaneamente. Eppure, si sa, quando una persona trattiene a lungo la rabbia, il corpo ne risente: la vecchia signora avvertiva dolori ovunque e, non appena vedeva Clara, un violento mal di testa la coglieva, facendole sembrare tutto ostile e sgradevole. A quell’età aveva già fatto l’esperienza di essere nuora, quindi sapeva bene come farla penare. Fece preparare un mucchio di strane decotti “nutrienti per la gestante” da far cucinare per Clara. Appena quelle pozioni le venivano portate davanti, Silvia non ne voleva nemmeno sapere, figurarsi berle. Una volta, durante un pasto insieme alla Madama Bianchi, vedendo l’aria disgustata di Clara, la sgridò con durezza:: “Bevi! È per il bene del mio nipote! Se non bevi, vuol dire che non ti interessa come cresce!” Silvia, con aria di scena e voce innocente, disse: “Madama, nessuno lo nega… è che proprio non riesco a mandarla giù.” La signora sbottò: “Che tu non ce la faccia o meno, devi bere tutto! È per mio nipote!” Silvia fingeva un forte malessere. Con grande “fatica” sollevò la ciotola e ne bevve due sorsi. Poi, all’improvviso, fece per vomitare, rigettando tutto ciò che aveva mangiato in precedenza; alcuni schizzi di quel decotto finirono “casualmente” nel piatto della vecchia signora. “Bleah—” Silvia si coprì la bocca con il fazzoletto, lo sguardo terrorizzato puntato su Madama Bianchi, che aveva il volto paonazzo per la rabbia. “Signora… non l’ho fatto apposta, giuro… bleah—” Il vomito da gravidanza è normale, no? Silvia premette il fazzoletto sulle labbra, nascondendo il sorriso che stava per scapparle “Non vuoi che mangi? Allora qua non mangia nessuno.” Madama Bianchi non fece nemmeno in tempo a rimproverarla, quando vide le lacrime scendere dagli occhi di Silvia: terrorizzata, indifesa, con la mano alla fronte come se stesse per svenire. Anche lei sentì un capogiro, a quel punto fu lei stessa a voler svenire. Con la faccia tirata e livida, si morse la lingua e disse soltanto: “Fuori! Subito! Vattene via!” Aspetta che partorisci, aspetta solo che quel bambino venga al mondo, poi vediamo chi ride! Già non aveva appetito. Ora, con quella scena, era completamente nauseata. Si alzò in silenzio e si fece accompagnare in camera per riposare. Tornata nella sua stanza, Silvia mandò subito Anita in cucina per farle portare un altro pasto, il maggiordomo aveva già dato ordini precisi: la signora Clara poteva scegliere di mangiare ciò che voleva. Del resto, chi sa imporsi… spesso ottiene di più di chi si sacrifica in silenzio. La Clara di prima, persino con il pancione, viveva come un’ombra. Subiva, taceva, e mascherava ogni dolore. Non si lamentava nemmeno quando veniva ignorata. Anche col maggiordomo, cercava di non “disturbare”. Ma Silvia no. Ormai Silvia, con i suoi capricci a intermittenza, faceva venire mal di testa alla Madama Bianchi così spesso che i servitori iniziarono a trattarla con estrema cautela. Persino il maggiordomo, preoccupato, interveniva più volte in cucina per assicurarsi che avesse sempre piatti su misura per lei. Chi mi provoca, paga. Sempre. Si affacciò al padiglione, guardando le carpe rosse che si affollavano sotto la ringhiera. Poi lanciò l'intera manciata di mangime in acqua. “Una giornata così bella... quasi perfetta per abortire.”
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