CLARA Parte 6

1983 Words
Silvia congedò Anita con la scusa di farla riposare, e una volta rimasta sola, tirò fuori il piccolo involucro di stoffa. Conteneva le pillole abortive comprate di nascosto giorni prima. Ne servivano due o tre dosi da circa nove grammi l’una per avere effetto. Negli ultimi tempi, tutti credevano che lei prendesse i farmaci che il medico prescriveva, ma la realtà era ben diversa. Anita era facile da ingannare, e Silvia li aveva sempre buttato via non appena lei si distraeva. Stava per prendere la prima dose, quando, come un brutto incubo, il sistema tornò a farsi vivo. 【ATTENZIONE: ALLARME ROSSO — Il bambino è un personaggio chiave, la sua nascita è OBBLIGATORIA】 Silvia fece roteare la pillola tra le dita, poi rispose con calma: “E visto che sta nella mia di pancia, nascerà solo se lo decido io. Altrimenti, no.” Forse il sistema, dopo tutto questo tempo, aveva capito che le minacce non funzionavano. Stavolta infatti cambiò tono, cercando di risultare persuasivo: 【Perché vuoi abortire? Il bambino è innocente…】 “Innocente?! Ma senti chi parla. Mi hai scaraventata qui senza il mio permesso, e tu, vieni a parlarmi di innocenza?” “Il corpo e mio. Se vuoi tanto far nascere il bambino, scendi tu in campo, partorisci tu.” Silvia rise tra sé, chiedendosi se quel sistema idiota fosse sparito per qualche aggiornamento software. Ora sembrava più “umano”… o forse dietro c’era davvero qualcuno in carne e ossa? Pensava che questo stupido sistema fosse solo un sistema locale di rieducazione femminile secondo la morale feudale, e invece no: è pure globalizzato, in linea con le leggi sull’aborto degli americani. Da ciò si capisce che, in fondo, il mondo è una grande famiglia: i stronzi sono uguali ovunque. 【Questo bambino è figlio di Federico e Clara. È l’ultima speranza della famiglia Bianchi. Abortar—】 “Ah, quindi sai che questo figlio non è mio, ma di Clara. Bene. Allora perché vuoi che sia io a partorirlo e crescerlo?” “Che faccio, la madre surrogata? La balia? Gratis?” “E poi, ‘speranza della famiglia’? Quella creatura, da grande, sarà solo un cretino qualunque. Non farà nulla di buono. Non lascerà alcun segno. Il mondo è pieno di idioti come lui. Uno in meno non cambia nulla.” Il sistema sembrò incepparsi. Non rispondeva più con logica, solo con ripetute notifiche d’allarme. 【ATTENZIONE: la tua vita agiata di adesso è solo grazie al fatto che sei incinta, se abortisci, perderai ogni privilegio. Nessuna protezione. Niente status.】 Silvia scoppiò a ridere. “Tu pensi che questa sia una “vita agiata”? Hai davvero standard bassi. Io, da quando mi hai buttata in un posto del genere, non ho mai avuto intenzione di vivere bene. Quello che voglio è che loro non possano vivere bene! Quando mi hai scelta, non ti eri preparato mentalmente a questo scenario?” “Ti sei dimenticato che mi hai scaraventata te in questo schifo di posto? Io non ho mai voluto una vita comoda. Voglio una vita che mi diverta. Anche se fa male, purché sia MIA.” “Quindi senti bene: o mi rimandi da dove sono venuta, oppure stai zitto. Perché ogni volta che parli, mi fai venire voglia di strangolarti. Capito?” E con un gesto rapido, mandò giù la pillola. Un istante dopo, sentì la scossa elettrica del sistema. Ma era preparata. Si era già appoggiata al letto. Appena il tremore passò, rise piano, nella mente: “Su, dai, dammene un’altra. Così magari non ho neanche bisogno di prendere le altre dosi. Sarebbe divertente: aborto causato non da me, ma dal tuo shock elettrico. Così il fallimento sarà TUTTO tuo.” Se il sistema avesse avuto una faccia, a quel punto sarebbe stato più pallido di Madama Bianchi di quando le aveva vomitato nel piatto. Silvia finalmente si sentì un po’ sollevata, per la prima volta. Il dolore iniziava a farsi sentire, ma lei sorrise. Se la storia di Clara era tutta costruita attorno a questo bambino, allora tanto valeva toglierlo di mezzo. Che succede a un copione… se sparisce il protagonista? Silvia rimase seduta per qualche minuto, aspettando che il dolore passasse. Poi si alzò, tirò fuori la lettera che aveva conservato: quella che Luca aveva scritto. Una lunga, struggente dichiarazione d’innocenza: negazioni delle accuse, ricordi d’infanzia, giuramenti scritti col sangue, una lettera molto commovente per chi la leggeva. Silvia cambiò la busta e lasciò “accidentalmente” la lettera nello studio, proprio dove Madama Bianchi si recava spesso per ascoltare i rapporti degli amministratori. Quel giorno, infatti, era previsto un incontro. Come previsto, la lettera fu trovata e letta nel pomeriggio. Ma il risultato superò ogni aspettativa: la signora chiamò direttamente uno i zii più anziani della famiglia e due figure più rispettate della famiglia, e mise in scena un vero e proprio tribunale familiare. Luca, pur essendo un figlio adottivo, era ben conosciuto da tutta la famiglia. Tra coloro che erano arrivati, lo zio Terzo era particolarmente vicino a Luca: si può dire che fossero amici, perciò aveva sempre avuto da ridire sul modo in cui la matriarca aveva trattato Luca, ritenendo che fosse stata troppo dura. Col tempo, persino la Madama Bianchi aveva iniziato a dubitare. La lettera scritta con il sangue… le promesse… le emozioni… Aveva aperto una crepa nel suo cuore già provato. Come al solito. Madama Bianchi era così anche nel romanzo originale: anche quando si era arrivata alla finale della storia, aveva già frainteso Clara cento volte, e cento volte aveva scoperto la verità. Ma bastava che qualcuno dicesse qualcosa, e lei ricominciava a sospettarla, senza fine. Era come un pendolo. Sempre oscillante. Ultimamente, Clara l’aveva fatta impazzire. E adesso, con il suo spirito vendicativo in fermento, aveva deciso di andare fino in fondo. In questo periodo, Silvia aveva fatto arrabbiare parecchio Madama Bianchi, al punto da farle venire il mal di testa e costringerla a restare a letto per diversi giorni. Ora che il suo risentimento si era accumulato ed era stato acceso, decise di convocare un anziano della famiglia per “chiarire la verità” riguardo alla faccenda con Clara. Anche se parlavano di chiarimenti, quando Silvia fu accompagnata in salone dal maggiordomo e vide l’espressione della vecchia signora, capì subito che il verdetto era già stato scritto. Madama Bianchi aveva lo sguardo di chi ha deciso una sentenza. “In ginocchio!” urlò la donna. Il maggiordomo, esitante, sussurrò: “Madama… Clara è incinta…” “E allora?! Anche io ho partorito mio figlio, e ho servito la famiglia senza lamentarmi! Clara invece è piena di lamenti e pretese!” “Hai commesso un crimine, e vuoi rimanere in piedi?!” Silvia si inginocchiò senza esitare. Aveva già preso la seconda dose di pillole. Il crampo nel ventre sarebbe presto diventato parte dello spettacolo. Il suo volto si contrasse in una maschera di timore e dolore: “Madama… che cosa ho fatto?” Madama Bianchi gettò la lettera davanti a lei: “Guarda! Luca ha detto tutto! Tu l’hai accusato ingiustamente! L’hai infangato! L’hai fatto arrestare! E ora è morto! MORTO! Come posso io affrontare i miei antenati nell’aldilà dopo questo scempio?!” Silvia sollevò la busta con mani tremanti. Oh? Così Luca è morto? Beh, questo era nuovo. Le voci sulle condizioni nelle carceri erano vere a quanto pare. Adesso tutto aveva senso, capì il motivo del gran trambusto: alla fine dei conti, i morti hanno sempre l’ultima parola. Madama Bianchi, che di solito è tutta preghiere e incensi, ora era terrorizzata. Pensava di aver sbagliato con Luca, e che, se non gli ridava una reputazione pulita, il suo fantasma sarebbe tornato a tormentarla. Certo, le sue lacrime potevano essere di rimorso… oppure di terrore. Silvia continuò a piangere, perfetta nella parte: “Io… io l’ho fatto per proteggere la famiglia… non avevo altra scelta. Non c’era nessuna relazione tra noi. L’ho fatto solo per…” Fece una pausa. Era il momento giusto per lasciare spazio a un’esplosione. “SERPENTE! STREGA!” “Hai portato la sfortuna nella mia casa! Hai ucciso mio figlio Federico, ora Luca… Cosa vuoi, farmi fuori anche a me?!” Silvia (mentalmente): esatto. E anche il tuo adorato nipotino, già che ci siamo. Lo zio Terzo intervenne, con tono solenne: “Che disgrazia per la casa Bianchi… accogliere una donna così maligna. Luca… povero Luca… dobbiamo onorarlo almeno nella morte.” Silvia prese fiato, poi guardò tutti e dichiarò: “Signori, zii, Madama… ho sacrificato la mia reputazione per la verità. Luca non era innocente. Federico è morto per colpa sua. L’ha provocato, l’ha spinto alla morte. E io ho fatto la cosa giusta.” Madama Bianchi tornò a mostrare il suo lato più ottuso: “Ancora bugie! Ho già sbagliato una volta a darti retta. Ora vuoi continuare a manipolarmi?” Silvia lasciò che le lacrime le rigassero il volto con la giusta lentezza. “Ho servito con dedizione la casa Bianchi fin dal primo giorno. Ho curato Federico senza risparmiarmi. Una donna senza marito è come un’erba senza radici… Se non avessi avuto un motivo tremendo, perché mai avrei gettato fango sul mio stesso nome?” “L’ho fatto solo perché non sopportavo l’idea che Federico morisse… senza giustizia.” Poi distolse lo sguardo da Madama e si rivolse al vecchio Zio Augusto, il più anziano e rispettato tra i presenti. Un uomo di oltre settant’anni, barba bianca, viso severo ma giusto. Silvia lesse la dinamica in un lampo e non esitò: si inginocchiò e diede un colpo di testa a terra. “Zio Augusto, la prego! Posso sopportare ogni punizione su di me, ma non posso tollerare che l’uomo che amavo sia stato ucciso innocentemente, Luca ha un cuore marcio, ma ha avuto la fortuna che solo io abbia visto cosa ha fatto a Federico. Cos’altro potevo fare, se non accusarlo io stessa? Federico… è morto con gli occhi ancora aperti...” La sua voce tremava, gli occhi rossi, il corpo fragile — sembrava davvero una donna spezzata dalla vita e dalla colpa. Lo Zio Augusto si accarezzò la barba e sospirò: “Se quello che dici è vero… allora Luca ha avuto ciò che meritava. Ma… mancano le prove.” La frase non aveva ancora finito di suonare nell’aria che Silvia strisciò in ginocchio verso Madama Bianchi: “E lei, Madama? Lei piange per Luca… ma Federico era suo figlio! È morto ingiustamente! E se sapesse che l’uomo che lo ha ucciso viveva ancora… Che lei lo teneva accanto a sé… come credete che si sentirebbe?” Era un colpo basso. Ma efficace. Anche se Luca non l’aveva letteralmente ucciso, ora tutti lo credevano colpevole. Silvia continuava a recitare il ruolo della vittima fragile, che difendeva il marito. E funzionava. Perfettamente. “Va bene…”, mormorò alla fine Madama Bianchi, con ancora un po’ di esitazione e gli occhi umidi. “Vedremo... più avanti…” Silvia si alzò, con un’aria colpevole e piena di rimorso. Le si avvicinò piano. “La prego, mi perdoni... non volevo ingannarla. Ma lei si fidava troppo di Luca, e io… io avevo paura. Avevo paura che lei non mi avrebbe creduto. E se davvero avesse lasciato la casa nelle mani di quel serpente… che ne sarebbe stato della casa Bianchi? Che colpa terribile avremmo che avuto!” Quelle parole furono come spilli nel petto. Le sue mani tremarono. Il sangue le salì al volto. “Taci! Con queste parole vuoi farmi passare per l’unica colpevole?!” E con rabbia alzò la mano e la colpì. Silvia non cercò nemmeno di proteggersi. Gridò, barcollò all’indietro, andò a sbattere contro un mobile e poi crollò a terra. Subito sentì una fitta lancinante al ventre. Il dolore aumentò. Sapeva cosa stava arrivando. Il suo vestito, sobrio e chiaro, si macchiò lentamente… di rosso.
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