Ma era americano e aveva al dito un brillante che da solo gli sarebbe bastato di garanzia, se anche egli non avesse avuto l'abitudine di pagare il barman o le sue perdite al bridge, traendo dalle tasche dei pantaloni manate di biglietti da cento e da cinquanta.
Traversò il salone e si avvicinò al pianoforte a coda, contro cui si appoggiava un giovanotto biondo, esile, che indossava una giacca marrone, quasi rossa, sopra un paio di larghi pantaloni d'un grigio cilestrino e che non portava panciotto sulla lussuosa camicia di seta avorio. Anche la cravatta era notevole, a righe gialle e rosse, su fondo nero.
Aveva un'aria stanca e quasi languida: ma a bene osservarlo si rimaneva colpiti dalla straordinaria finezza dei suoi lineamenti, dal tagliente profilo del volto e dall'insospettata energia fredda e quasi crudele dei suoi occhi azzurri. E si cominciava a sospettare che, dietro quel suo languore cascante, si celasse una pronta agilità da felino e una forza di membra non comune.
— È un Bernstein da concerto? — chiese l'uomo magro, quando gli fu dinanzi, e indicò il pianoforte.
— Può darsi.
Parlavano inglese entrambi; ma il baronetto aveva l'accento di Oxford e l'altro la cadenza e l'orribile pronunzia dei bassifondi newyorkesi.
— Giocate, oggi?
— Secondo con chi.
— Attendete Pearl Selsirca?
Un lampo d'ira passò negli occhi azzurri; ma fu rapido e il giovane abbozzò un leggero sorriso.
— Può darsi.
— Se vi dicessi che anch'io attendo… miss Pearl? — Aveva detto «miss» con un sogghigno. Di nuovo la fisionomia del baronetto si oscurò.
E questa volta egli non sorrise. Si sollevò anzi un poco e diede l'impressione di voler reagire con violenza; ma subito ricadde nel suo languore apatico.
— Non mi interessa — disse, e fece un breve gesto con la mano, come per scacciare un insetto.
— Non credete che in seguito vi interesserà?
L'uomo non attese risposta e, con un rapido voltafaccia, si allontanò dal pianoforte.
Nel dirigersi verso il bar, si incontrò con un omaccione pesante, che usciva dall'ultimo salottino. I loro sguardi s'incrociarono. L'americano distolse subito il suo e passò rapido; ma un accenno di sorriso motteggiatore gli era apparso sulle labbra.
Giuoco
Alle 17, di quel venerdì 13 gennaio 1939, nel bar del Londra erano in azione due tavoli di «ponte» e nell'ultimo salottino un terzo.
Quando, alla notte, donna Maria Viscardi Negroni dovette rispondere alle precise domande del commissario De Vincenzi della Questura Centrale, ella dichiarò che a quei tre tavoli, nel pomeriggio, avevano giocato le seguenti persone.
Primo tavolo del bar: Romilde Veronelli, Fanny Grolli, Anthony Blitz, commendatore Virgiliano Cohen.
Secondo tavolo del bar: contessa Marga Merani, Pearl Selsirca Adaire, baronetto Donald Hendel, Gibbs Brocksley.
Unico tavolo del salottino: Viola Manning, Antonietta Viscardi Negroni, marchese Arturo Acrisles, Fabius Pigeon.
E per un caso, non strano del resto, ché gli appassionati del «ponte» sono tenaci nel resistere a sedute interminabili, quelle medesime persone si trovavano al Londra anche alla sera, seppure disposte a formazioni e a tavoli diversi, sicché i compagni erano cambiati e una di quelle persone, alla sera, non giuocò. Vero è che alle 23 e minuti come dichiarò il medico, precisando sulla base di un accurato esame del corpo — a quella persona sarebbe stato impossibile giocare, perché era morta.
Preliminari della sera.
Un nuovo giocatore
Donna Maria aveva lasciato l'albergo alle venti e trenta, quando finalmente tutti i giocatori se ne erano andati, e vi era tornata alle ventuno e quindici. Un boccone in fretta, alla sua Pensione di corso Vittorio Emanuele, e poi di nuovo alla battaglia in trincea.
La sua trincea era costituita dal salone, dal bar e dalle tre salette del Londra.
Il giuoco serale sarebbe cominciato alle ventuno e trenta; ma lei aveva telefonate da fare, richiami da lanciare, «tavoli» da preparare. Non è facile predisporre i «tavoli», vale a dire destinare i quattro che debbono giocare assieme a ogni tavolo. I giocatori di «ponte» sono difficilissimi da accontentare. Vanno a simpatie; ognuno di essi ha il proprio metodo e le proprie preferenze; sono sempre pronti a dar la colpa della perdita al compagno e a far nascere discussioni e litigi, che soltanto l'educazione mantiene, quando ci riesce, in limiti onesti. E poi, naturalmente, non tutti sono esperti nel giuoco allo stesso modo e chi li unisce deve saperli scegliere di pari forza o quasi, chè le sorti della partita si equilibrino.
Ma donna Maria aveva tatto, abilità, conoscenza dei suoi clienti e molta pazienza, sicché quel mestiere lo faceva a meraviglia.
Seduta nel bar, ella attendeva e intanto allineava sulla carta i nomi dei giocatori, dividendoli per tavolo. Sapeva già che quella sera sarebbero venuti tutti coloro che avevano giocato al pomeriggio e qualcun altro, sicché avrebbe potuto fare almeno quattro tavoli. Per un venerdì non c'era male e lei ne era soddisfatta. Peccato che la sua serenità non fosse completa, chè al pomeriggio ella aveva sentito una certa pesantezza d'atmosfera, una certa tensione fra i giocatori. Nulla di preciso e di concreto, nessun fatto particolare, e pure donna Maria avrebbe giurato che le cose non andavano lisce. Il barman, dietro il banco, faceva i suoi conti. Molti giocatori lasciavano da pagare tavolo e consumazioni. Luciano si fidava e faceva credito. Anche per vari giorni. Qualcuno, si sa, ogni tanto scompariva, lasciandogli per tutto ricordo un fogliettino col suo nome e qualche cifra. Ma erano infortuni sul lavoro, che Luciano prendeva con filosofia, cercando di rifarsi come poteva su coloro che rimanevano e che pagavano.
— Luciano!
— Signora?
— Come ti sembra che siano andate le cose, oggi? Il barman si strinse nelle spalle.
— Come sempre, signora. Nessun incidente, mi pare. Chi ha perduto ha pagato. La Grolli è stata anzi più tranquilla del solito.
— Ne sei sicuro, Luciano? — fece donna Maria con speranza. — Oh, certo è così?…
Le sue dovevano essere ubbie. E se anche il conte Merani non era venuto a prendere sua moglie come gli altri giorni, e se anche la contessa aveva dovuto smettere di giocare per una mezz'ora, pregando lei di sostituirla, perché aveva fatto la sua improvvisa comparsa il marchesino Acrisles, figlio del vecchio Acrisles, con cui la contessa si era appartata nel salone, donna Maria era sciocca a pensare che qualcosa dovesse e potesse turbare la serena vita di quel luogo di scientifico divertimento, dove non doveva regnare altra preoccupazione che quella delle «dichiarazioni» e degli «attacchi», dei «doppio» e dei «ridoppio»…
E riprese ad allineare nomi, quattro a quattro.
Fu in quel momento che il nuovo giocatore entrò.
Il più straordinario giocatore che donna Maria potesse immaginare.
Era un omino alto non più di un metro e mezzo. Con un pesante pastrano color mattone e un tubino nero sul cranio.
Sporse prima il capo attraverso la porta del bar e poi avanzò, togliendosi il cappello e tenendo dinanzi a sé un bastone col manico d'osso, quasi ad aprirsi il varco o a proteggersi.
Donna Maria e Luciano rimasero senza fiato.
L'omino aveva il volto da faina, rugoso e arguto, il naso aguzzo, gli occhi piccini e brillanti. Ma quel che subito colpiva era la sua cravatta: una larga cravatta a fiocco d'un incredibile colore cremisino.
Quando fu presso il tavolo sul quale donna Maria faceva i suoi calcoli, egli s'inchinò e disse con voce chiara, sonora, che però si lacerò a un tratto in uno stridore squillante per tornare subito al tono normale, come se quell'acuto fosse stato uno scherzo:
— Vladimiro Curti Bò… Curti Bò in due parole…
E s'inchinò di nuovo.
Donna Maria lo guardava e non trovava il modo di parlare.
— Voi non mi conoscete, signora… O, forse, sì? Avete sentito qualche volta parlare di Curti Bò?… Di Vladimiro Curti Bò?… Il mio nome, oh Dio, è alquanto noto…
Tacque, si volse a guardare il barman, ordinò:
— Un cognac… Martell tre stelle, per favore… autentico?…
E sedette. Donna Maria continuava a guardarlo.
— Avrete già compreso, signora, perché io sia venuto qui stasera, nevvero?… Perché mai si può venire a trovarvi, se non per chiedervi di essere accolto fra i vostri fedeli? E io ve lo chiedo. Sono un appassionato del giuoco del ponte. È un giuoco che richiede l'impiego di ogni nostra facoltà di astuzia, di calcolo, di memoria, di intuizione?… L'unico giuoco al quale Vladimiro Curti Bò avrebbe potuto dedicarsi… E ci si è dedicato?… Da poco, è vero; ma posso dire senza falsa modestia che oramai ne sono padrone e che non mi periterei di misurarmi con Culberston, se Culberston fosse quel grande giocatore che dicono, mentre non lo è, dato che si è fatto battere da Claudette Colbert, stella di Hollywood…
Donna Maria aveva ritrovato i suoi spiriti. Un nuovo cliente e null'altro. Altre 4,50, forse giornaliere, sulle quali far calcolo per l'avvenire. Un maniaco, evidentemente. Alquanto comico; ma non lo erano un po' tutti comici, i suoi clienti?
— Qui viene sovente a giocare Pearl Selsirca Adaire, che è stata anche lei una stella di Hollywood…
— Ah! — fece l'omino. — Questo mi amareggia! — E bevve di un sorso il cognac. — Oh, giovinotto, siamo lontani dal Martell 1830… Dicevamo, signora? Ah, sì… di Pearl Selsirca Bene… Voi farete in modo ch'io possa non giocare mai con lei… Ma per il resto, mi rimetto a voi… I compagni che mi darete io li accetterò col sorriso sulle labbra e la gioia nel cuore, sicuro che nessuno di essi chiuderà prematuramente una mia dichiarazione di due fiori, né mai mi uscirà nel forte del «morto», quando il «morto» è alla mia sinistra…
— Accomodatevi nel salone — disse donna Maria cortesemente. — Voi mi capitate all'improvviso e io dovrò trovarvi tre compagni…
— Oh, sì!…
E l'omino se ne andò saltellando e poco dopo stava in contemplazione dell'orologio che aveva per ornamento un'aquila con due spade fra le zampe e che era appeso assai basso alla parete del salone, tanto che egli pure poteva ammirarlo agevolmente.
La partita comincia
Da un quarto d'ora, i giocatori erano al loro posto.
Tre tavoli nel bar, nessun tavolo nei salottini. I tavoli erano tre, come nel pomeriggio, chè il quarto tavolo sognato da donna Maria se ne era andato in fumo.
Il salone era illuminato e la porta di accesso all'atrio era chiusa.
In quel piccolo albergo di gran lusso, dove i clienti venivano contati e sempre gli stessi e le cui abitudini erano note alla casa, il salone, il bar e i tre salottini formavano un'ala a parte, esclusivamente dedicata al giuoco del ponte. Per accedere al salone e ai salottini non c'era altra porta che quella dell'atrio. Per andare al bar, si sarebbe di rigore potuto passare anche dalla porta che dava sopra un largo e breve corridoio sul quale si aprivano gli usci dei gabinetti di toletta e che sbucava poi di fianco, all'atrio, dalla parte delle cabine telefoniche; ma nessuno mai se ne serviva, se non appunto i giocatori quando si recavano ai gabinetti di toletta.
Quella sera, nel salone, era rimasto il vecchio marchese Acrisles, il quale non aveva voluto giocare, affermando di essere stanco e di rimanere volentieri a leggere sdraiato in una poltrona.
Donna Maria di quella rinuncia era stata lieta, perché così aveva potuto mettere al posto del marchese la nuova recluta capitatale, l'ineffabile omino Curti Bò.
Nel bar, attorno ai tavoli senza giocare, c'era il marchesino Enrico Acrisles, che stava seduto di fianco a Pearl Selsirca Adaire e il conte Ottaviano Merani, appollaiato sopra un alto sgabello, accanto al banco del bar, con un whisky davanti. Per convenienza e anche perché era un uomo simpatico e di gradevole compagnia, donna Maria gli si era seduta di fronte.
Al di là del banco, Luciano si teneva pronto ad accorrere alle chiamate dei giocatori. Donna Maria e il conte parlavano, rivolti a osservare il giuoco dei tre tavoli. Merani ostentava di non guardare al tavolo dove giocava sua moglie, e donna Maria seguiva soprattutto il giuoco di Curti Bò, nuovo venuto e che lei era curiosa di poter giudicare.
Curti Bò aveva prodotto una vivissima impressione, naturalmente, e la grossa nera bovina Grolli lo aveva subito voluto per compagno. L'omino sulle prime aveva dato un balzo indietro, atterrito dalla furia avida e assorbitrice di quel donnone che, con le chiome nere ricciute e lucenti, gli occhi rotondi ch'ella strabuzzava scoprendo la cornea nivea, la larga bocca dalle labbra procaci e così rosse da sembrare insanguinate, gli sorrideva, gridandogli:
— Il signor Curti Bò giocherà con noi!…
Ma poi si era avvicinato al tavolo e, dopo qualche minuto, aveva finito per sedervicisi con un improvviso gesto di decisione, come se si fosse di colpo convinto che la donna non lo avrebbe ingoiato.
E, adesso, giocava, avendo per compagna Marga Merani e per avversari la Grolli e Anthony Blitz. Il loro tavolo era nel primo angolo del bar, verso la porta di accesso al salone.
Accanto a quella porta, di fronte al banco, in un altro tavolo, giocavano Viola Manning, Pearl Selsirca Adaire — strana bellezza zingaresca, dal volto ovale e quasi scarno, dai grandi occhi neri, che le invadevano, aiutati dal kohl, quasi tutte le guance, fino agli zigomi; strettamente fasciata in un abito di velluto rosso e con le braccia cariche di braccialetti e di brillanti che le formavano due grandi manopole luminose — il baronetto Donald Hendel e Fabius Pigeon.
Il terzo tavolo era situato nell'angolo opposto, di lato al banco, in una rientranza del muro, là dove si apriva la porta, che dava ai gabinetti di toletta. Ad esso giocavano: Romilde Veronelli, Antonietta Viscardi Negroni, il commendator Virgiliano Cohen e Gibbs Brocksley.
Sedici persone, esattamente, respiravano, fumavano, vivevano in una stanza larga poco più di cinque metri per sei. E di quelle sedici, dodici, con un ventaglio di carta in mano, non pensavano più se non alle sequenze dei cuori e delle picche, dei quadri e dei fiori.
— Un fiori.
— Un quadri.
— Un picche.
— Quattro picche.
— Doppio.
— Un senza atout.
— Due picche.
— Passo.
— Passo.
— Tre fiori.
— Passo.
— Tre cuori.
— Passo.
— Tre senza.
Il giuoco si svolgeva, se pure appassionante per i giocatori e gli iniziati, uguale e monotono.
L'orologio, sulla parete del salone, faceva girare le sue sfere dorate.
Nell'angolo più lontano dalle porte dei salottini e del bar, il marchese Arturo Acrisles leggeva un vecchio “Wiener Magazine”, preso sul lungo tavolo di quercia dove giacevano gli illustrati e i vari cataloghi delle mostre d'arte. Egli voltava le spalle alla sala e dietro la sua schiena era accesa una lampada sottile e alta da terra, con un enorme paralume di seta a fiorami. Aveva le lunghe gambe accavallate e le spalle e la testa scomparivano alla vista di chi entrasse nel salone, nascoste dall'alta spalliera di velluto.
Nell'atrio, il portiere di notte e due grooms vegliavano in attesa della una.
A quell'ora, il giuoco sarebbe terminato e i due ragazzi se ne sarebbero andati con Luciano, mentre il portiere, chiuso il portone dell'albergo, avrebbe cominciato a far la pulizia del salone e delle salette fino all'alba.
Un po' di pace per lui, finalmente; perché egli sapeva che finché il giuoco fosse durato, la sua tranquillità era in pericolo; i telefoni squillavano e ogni momento dalle sale del «ponte» veniva qualcuno a dargli i più inaspettati e noiosi incarichi.
E lui, adesso, dietro il banco, guardava di tanto in tanto alla porta del salone, temendo sempre di vederla aprirsi.
Quella sera, la porta si aprì e si richiuse più sovente del solito. Oh, che diavolo avevano di andare e venire come anime in pena? Giocassero, infine, e non pensassero ad altro, senza adoperare il telefono a quel modo!
E brontolava dentro di sé, l'uomo, mentre i due grooms sonnecchiavano uno presso la bussola a vetri dell'ingresso e l'altro davanti alle cabine telefoniche.