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Il commissario De Vincenzi. Le sette picche doppiate

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Milano e il solito nebbione, gennaio. Una sala da gioco fumosa, tre tavoli e dodici giocatori. Tutti hanno un motivo per uccidere e tutti nascondono un segreto per il quale essere assassinati. In quello spazio claustrofobico, al colmo della tensione, viene commesso un omicidio. Chi ha ucciso e perché? La cinica direttrice della sala, per la quale un morto è solo un guadagno in meno? L’incallito delinquente per cui il denaro è l’unico scopo di vita? Il nobile milanese dai tanti scheletri nell’armadio? Il Sir inglese tanto gentile ed educato? Il giovane rampollo rancoroso e inetto? La diva del cinema hollywoodiano oramai lontana dai palcoscenici? La giovane nevrotica incapace di controllarsi? Grazie al suo intuito, De Vincenzi riuscirà a decifrare anche questo rebus, un labirinto in cui le carte da gioco sono i taselli di un terribile puzzle.

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Prima parte. I giocatori dell'Albergo Londra-1
Prima parte. I giocatori dell'Albergo Londra Preliminari del pomeriggio. L' incontro La nebbia era cosi fitta che le lampade ad arco della strada e quelle dei negozi riuscivano appena ad aprirvi aloni rossastri. Alle quattro e mezzo del pomeriggio era notte. I viandanti procedevano per quanto possibile contro i muri, e i tranvai e le auto andavano a passo d'uomo con fragor sordo di campane e di claksons. I due uomini si scontrarono sulla soglia illuminata dell'albergo. Erano entrati da parti opposte; l'uno, proveniente da via Montenapoleone, aveva ridisceso e attraversato via Manzoni, l'altro da piazza della Scala s'era subito messo sul marciapiede sinistro, quello dell'albergo. Nell'atrio entrarono entrambi quasi di corsa e si urtarono. Fu allora che, guardandosi, si riconobbero. Il più piccolo e magro dei due emise un sottile fischio. — Per Giove, sono ubriaco oppure sei tu? L'omaccione massiccio, cosi interpellato, mandò un sordo grugnito. Era evidente che quell'incontro non lo beava. — Piuttosto rimpannucciato, eh? — e, petulante, il primo continuò a squadrarlo, con un cattivo ghigno sulle labbra. — Non dubitare, mai visti e conosciuti! Batté le palme guantate, come per scuotere ogni invisibile residuo della loro conoscenza ed entrò pel primo, facendo girare la bussola a vetri. L'omaccione attese qualche istante. Tanto per far qualcosa, si sbottonò e aprì la pelliccia, mentre fissava davanti a sé attraverso i vetri con uno sguardo freddo. Se colui ch'era entrato e che avanzava ora oltre il vasto ingresso, sul soffice tappeto del salone, avesse veduto quello sguardo, assai probabilmente il sorriso gli si sarebbe gelato sulle labbra ed egli non si sarebbe mosso con tanta disinvoltura tra i divani e le poltrone, occhieggiando le donne sedute. Poi anche l'omaccione diede un colpo alla bussola ed entrò. Telefono Marga si alzò con un movimento rapido. Le cadde la borsetta che aveva sulle ginocchia e dovette tornare indietro, verso la poltrona, a raccoglierla, ché aveva già fatto qualche passo per allontanarsi. Diede un'occhiata alla donna bionda, distesa nell'altra poltrona, accanto alla sua, e sorrise. — Si è aperta, guardate… La borsetta si era aperta, infatti. Sul tappeto brillava un accendisigarette d'oro. Marga lo raccolse e richiuse subito la cerniera, cacciando nell'interno della borsetta una piccola busta bianca che stava per uscirne. — Grazie — disse. — Quando si ha fretta… — e guardò l'orologio, che era quadrato, di bronzo, incorniciato massicciamente e sormontato da una aquila imperiale con due spade nelle zampe e una corona sulla testa. — Sono già le quattro e mezzo… Tra poco dovremmo cominciare… — Naturalmente, cominceremo alle cinque!… È così che poi si deve giocare fino alle otto e si va a pranzo alle nove. Una sciocchezza… Ma io debbo telefonare… E attraversò il salone, per recarsi nell'atrio dove erano le cabine. La bionda la seguì con lo sguardo. C'era istintiva ammirazione e una punta di acredine invidiosa in quello sguardo. Era bella, Marga, e bionda anche lei. La pelliccia di persiano, nera, lucente, le modellava il corpo flessuoso. In testa, sui capelli d'oro acceso, arricciati e ondulati, portava un berretto di astrakan, messo di traverso. E, mentre si allontanava, le brillavano alle orecchie i due enormi orecchini di brillanti, lunghi, fioriti, pesantissimi. Passò davanti al banco del portiere. — Un momento, signora contessa… Le cabine sono occupate… Ecco.., la seconda è libera. Ne usciva un uomo piccolo, panciuto, calvo, con un volto troppo rotondo e troppo bianco, il biancore malsano dei diabetici. Le pupille grige, acquose, scomparivano quasi tra il gonfiore delle palpebre. Nel passare davanti a Marga, si inchinò con ostentazione. — Contessa… — le pupille gli si accesero di concupiscenza come due focherelli fatui. — Chissà se la fortuna vorrà che voi giochiate con me, oggi! Marga rise ed entrò nella cabina. Col dito fece girare nervosamente il disco dei numeri. — Sì… sono io… Lui sa tutto… Oh, che c'entro io? Ci avrà fatti spiare… Non mi ha detto nulla, no!… Non è il suo genere. Ma io ho trovato nel cassetto della sua scrivania un foglietto con l'indirizzo di via Morone… No, non verrò lì, oggi… Sarebbe troppo pericoloso… Vieni tu qui, al Londra… Giuoco al «ponte» (così era chiamato il bridge durante il ventennio fascista, n.d.e.) fino alle otto… È indispensabile che tu venga… Ascoltò. Dava segni d'impazienza. Si era fatta livida e si mordeva le labbra. Soliloquio ll primo salone del piccolo albergo lussuoso metteva a destra, con una porta senza battenti, nel bar e, in fondo, per una porta a vetri assai larga, in una breve serie di tre salottini rincorrentisi, come le scatole cinesi o come i tubi rientranti di un canocchiale. Nei tre salottini e nel bar, al pomeriggio e alla sera, si giocava al «ponte». Donna Maria Viscardi Negroni era la direttrice del giuoco. E alle quattro e mezzo di quel giorno di gennaio, così nebbioso da sembrar notte, ella stava sulla soglia del salone ad attendere nell'atrio i suoi giocatori, che si augurava arrivassero, col vivo desiderio che fossero numerosi e puntuali. Puntuali, lo sapeva, non erano mai e numerosi, con quel nebbione, c'era poco, ahimè, da sperare. E lei dal proprietario dell'albergo riceveva una percentuale di quattro lire e cinquanta per giocatore… Sembrava un topolino bianco e grazioso, donna Maria. Elegante nell'abito nero semplicissimo, assai corto alle ginocchia, con una grossa borchia d'oro al collo, una specie di mezzo anello d'una catena da schiava. Aveva un cappelluccio bianco, rotondo, perfettamente rotondo come una padellina, in bilico sopra un lato del cranio, da sembrar piantato con un chiodo ed era invece retto da un invisibile elastico. I capelli, un tempo di un bel biondo acceso, erano adesso un poco troppo chiari per essere naturali. Ma in compenso lei aveva una personcina armonica e asciutta, da giovinetta; e un visuccio birichino senza età, col naso rialzato, gli occhi tirati alle tempie, la bocca larga. Non privo di s*x-appeal, quel volto. A donna Maria si poteva ancora dare trent'anni. Si guardò in giro nel salone, contò quelli che c'erano, poi tornò a fissare, al di là dell'atrio, la bussola a vetri dell'ingresso, che non girava. — Uno, due… quattro… sei… Neppure da fare due tavoli!… E Viola non vorrà certo giocare con Brocksley… E Blitz con chi lo faccio giocare, oggi, se non viene la Grolli?… Oh, la Grolli verrà di certo… Oramai, è il suo mestiere giocare… Ma polli da darle non ne ho sempre… E poi cominciano a mormorare… Almeno, si contentasse di vincere, ma è villana e non si sente che la sua voce nel bar, quando giuocano… Una vera peste, quella donna; ma mi fa comodo, chè lei giuoca con tutti e, non c'è da dire, il bridge lo conosce!… Allora… metterò la Veronelli: quella è un'ochetta che non guasta e si acconcia con tutti, la Grolli, Blitz e Cohen… Poi ci sono quei due là in fondo, che vogliono la partita forte… Il cervello di donna Maria lavorava e lei si manteneva sorridente, graziosa, tutta tesa verso la bussola. Passò la contessa Marga, che tornava dal telefono, e donna Maria le fece il più bello dei sorrisi. — Oggi, giocate, contessa? Nessuna ironia, l'innocenza stessa in quella domanda. Lei sapeva benissimo che il bridge serviva da paravento a Marga e che la contessa, dopo avere fatto una breve apparizione alle quattro e mezzo, scompariva, per non riapparire che alle sette, poiché alle sette e mezzo veniva a prenderla il marito; ma egualmente le rivolgeva ogni giorno la medesima domanda, per la forma. Ed ecco che la risposta della contessa la sorprese. — Sì, donna Maria, oggi giuoco. E trovatemi tre compagni in gamba! — Benissimo, contessa! Vedrete che vi accontenterò… per quanto oggi, uhm, con questa nebbia… Marga era già lontana verso la sua poltrona e il cervello di donna Maria riprese a lavorare… — Se almeno venisse Antonietta… Ma avrà la sarta… Quella benedetta donna ha sempre la sarta, il venerdì… Dice che le porta fortuna… Già, un po' superstiziosa lo è stata sempre, anche da bimba. E il subcosciente di donna Maria rivide lei e sua sorella minore, nel giardino della villa di Como, giocare a rincorrersi. Sempre Antonietta si nascondeva dietro i cespugli. E scompariva. Proprio come adesso al venerdì. Ma la bussola incominciò a girare e qualche altro giocatore arrivò. Benedetti!… Alle quattro e tre quarti, donna Maria ne aveva dodici. Non lo avrebbe mai sperato. Dodici per quattro e cinquanta le faceva un discreto pomeriggio. Colloquio Nell'ultimo salottino, proprio in fondo, i due uomini si facevano fronte, seduti al tavolo verde, sul quale erano preparati i due mazzi di carte rosso e turchino, i quattro blocchi per segnare i punti, le quattro matite gialle (tutte eguali, quelle matite, che donna Maria comperava a dozzine, al banco cancelleria dell'Upim). Di quei due, il più vecchio aveva un volto impressionante, lungo e ossuto, col naso aguzzo, due profondi solchi ai lati della bocca, le mascelle infossate, il mento rettangolare. La pelle, incollata alle ossa, era di un biancore di carta. Ma quel che più colpiva erano le pupille, d'un azzurro chiaro, tanto chiaro da dar fastidio, chè i suoi non sembravano occhi, ma buchi vuoti. E quei due buchi si aprivano sotto una fronte altissima sormontata dai capelli bianchi, corti, duri. Le grandi spalle quadrate erano curve sul tavolo e il vecchio si appoggiava ai gomiti e alle mani distese, col volto sollevato verso colui che gli stava in faccia. E lo fissava in silenzio, con la fronte aggrottata, le labbra strette fino a scomparire. Il suo compagno sorrideva e parlava. Era un ometto panciutello e rotondo, sprizzante buon umore e cordialità. Non doveva certo avere quarant'anni e avrebbe potuto anche averne trenta. Aveva i capelli rossi, incredibilmente rossi, da sembrare che portasse una parrucca. Un naso rotondo, a patata, una bocca dalle grosse labbra umide e ingorde. Occhi ingenui e gonfi. Parlava a voce bassa, come se temesse che potessero udirlo, per quanto là in fondo loro due fossero soli. — Se io facessi sapere a frau Viola che esistono otto sue lettere dirette a Liutpold von Solbel e abbastanza chiare nel contenuto e tutte otto firmate col nome intero, non credete che otterremmo qualcosa? Attese una risposta, che non venne. Con la fronte sbarrata dalle rughe, il vecchio continuava a fissarlo. Unico gesto che fece fu di tendere una mano verso il mazza turchino e di rovesciare una carta: il sette di quadri. — Carreaux… in italiano li chiamano denari — e accennò a una breve risatina. — Avete scoperto la carta buona!… Denaro!… Ebbene?… Non volete che si parli di frau Viola?… Può darsi abbiate ragione. In fondo la storia di von Solbel è vecchia… vecchia quanto lo è lui adesso che non può più fare le parti di amoroso e si accontenta del Re Lear… Niente da fare… Frau Viola si riderebbe di me… e delle lettere di una giovinetta a un attore celebre, che a quei tempi faceva girar la testa a tutte le viennesi dai quindici ai cinquant'anni. Ma vedete, marchese, ho qualcosa d'altro nel sacco, io! E rise di nuovo. Il marchese faceva passare lentamente l'indice della destra sulla carta che aveva scoperta, come per sentirne a rilievo i sette rettangolini gialli. I suoi occhi fissavano sempre il suo interlocutore e adesso avevano una netta espressione sarcastica. — Basterà cercare… Se dicessi alla contessa Merani… Questa volta il marchese alzò la mano e parlò. Una voce fischiante, che penetrava. — No… Tu sei un grande imbecille, Pigeon… Fabius Pigeon, tu sei un volgare imbecille! E strinse le labbra con disprezzo. — Mi pento di essermi servito qualche volta di te! — Qualche volta? Il marchese dovette comprendere tutto il valore di quella interrogazione, perché s'irrigidì, si sporse ancor di più sulla tavola e sibilò: — Cane… Non credere di tenere anche me, come tieni gli altri! Fabius Pigeon impallidì e indietreggiò sulla seggiola. Le pupille troppo chiare del marchese Arturo Acrisles questa volta avevano avuto una luce indubbiamente omicida. Domande L'uomo era basso, magro, nero. Per quanto indossasse un abito grigio di buon taglio e avesse il volto raso di fresco e i capelli pettinati e lustri, fossero le grosse ciglia cespugliose e le orecchie ad ansa o anche il suo modo di muoversi disordinato e quel camminare strisciando i piedi, dava l'impressione di stonare nel quadro e di essere capitato su quei tappeti e fra quelle poltrone per errore.

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