CAPITOLO 1
CAPITOLO 1 – L'ULTIMA CURVA
La notte era una lastra d'inchiostro.
Valentina Fantoro guidava con gli occhi socchiusi, le mani intorpidite sul volante. Venti ore di turno, tre pronto soccorso pediatrico, un parto in rianimazione, e un paziente che aveva tenuto per mano fino all'ultimo respiro. Sentiva ancora l'odore del formalina incastrata sotto le unghie. Le palpebre pesavano come piombo.
Ancora dieci chilometri, si ripeteva. Dieci piccoli chilometri e cadi nel tuo letto.
La statale serpeggiava tra i pini. Pioveva. Non quella pioggia fine e poetica – no, una pioggia di gennaio che incollava l'asfalto, offuscava le linee, trasformava ogni curva in una trappola.
Accese la radio per restare sveglia. Una vecchia canzone che non conosceva crepitò. Abbassò il volume.
La curva si chiamava «La Balme». I vecchi del posto dicevano che aveva già ucciso tre motociclisti. Valentina non era superstiziosa. Era medico. Credeva solo ai fatti, alle costanti, alle arterie e alle sinapsi.
I fatti, quella notte, erano semplici: aveva appena salvato una vita, e la stanchezza stava per costarle la sua.
Il primo faro la accecò.
Credette a un riflesso. Poi il secondo arrivò, più alto, più vicino. Troppo vicino.
L'altra macchina viaggiava in senso contrario in pieno centro della sua corsia. Il conducente non l'aveva vista. O forse sì. Forse aveva sorriso.
Valentina non ebbe il tempo di urlare.
Sterzò a sinistra. La pioggia trasformò la strada in una pista di pattinaggio. Il volante vibrò, i pneumatici stridettero, e l'universo si capovolse.
L'impatto fu un pugno gigante che la staccò dal sedile. Tutto esplose insieme – il vetro, l'airbag, le costole, il cranio, il silenzio dopo il rumore.
Il mondo andò in frantumi.
E nel buio che seguì, non ci fu più nulla che metallo contorto, vetro e il sapore del sangue sulla sua lingua.
Da qualche parte, molto lontano, una voce.
Non la sua.
Una voce grave, rauca, come quella di qualcuno che aveva gridato prima di parlare.
— Non morire davanti a me, Valentina.
Non capì come quell'estraneo sapesse il suo nome. Non capì nemmeno perché quella voce le annodasse il ventre mentre giaceva, spezzata, su ciò che restava del suo parabrezza.
Voleva rispondere. La sua bocca formò il suo nome. Non uscì nulla.
— Resta con me. Ti prego.
La voce tremava. Non di paura. Di rabbia. Come se le stessero rubando qualcosa.
Valentina sentì una mano calda premere sulla sua spalla. Non il gesto meccanico di un soccorritore. No. Quella mano tremava anche lei. Quella mano la conosceva.
Cercò di aprire gli occhi.
Un'ombra sopra di lei. Occhi chiari – quasi bianchi nella notte – che la divoravano. Un volto sfocato, ciocche nere appiccicate alla fronte dalla pioggia. Era chinato così vicino che lei sentiva il suo respiro.
— Non morirai, disse. Lo decido io.
E lei credette di sentire, in quella frase, più di una promessa.
Un'ossessione nascente.
Quando Valentina tornò in sé, il tempo era scivolato via senza di lei.
Soffitto bianco. Odore di antisettico. Un bip regolare a sinistra, un altro a destra.
Sbatté le palpebre più volte. L'ospedale. Era in ospedale. Le sue gambe non rispondevano. Le braccia, a malapena. Qualcosa comprimeva la sua gabbia toracica – costole rotte, almeno tre. Forse di più.
I ricordi affluirono come un brutto film: i fari, l'impatto, la voce.
Non morire davanti a me, Valentina.
Chi era? Perché il suo cuore accelerava solo a quel pensiero?
Girò la testa con sforzo. La stanza era immersa in una penombra cotonosa, illuminata solo dalle spie luminose delle macchine. Nessuno. Eppure, non era sola.
Lo sentì prima di vederlo.
Una presenza massiccia, immobile, nell'angolo della stanza. Appoggiato al muro, le braccia incrociate, come se facesse la guardia.
— Si è svegliata, disse la voce grave.
Quella dell'incidente.
Valentina sbatté le palpebre. L'uomo si avvicinò al suo letto. Alto. Molto alto. Spalle larghe, mascella squadrata, sguardo troppo chiaro per essere onesto. Indossava un camice bianco impeccabile, ma le maniche erano rimboccate, come se avesse corso.
Non aveva mai visto nessuno così bello.
E così pericoloso.
«Chi…» cominciò.
«Dottor Owen Léonardo,» la interruppe. «Chirurgo. Il suo angelo custode, se vuole.»
Non c'era alcuna ironia nella sua voce. Né umorismo. Solo una certezza fredda, assoluta, che non accettava contraddizioni.
Valentina deglutì a fatica. La gola era in fiamme.
«Cosa… cosa è successo?»
Owen non rispose subito. Le prese la mano – non per prendere il polso, ma per tenerla. Le sue dita erano lunghe, ferme, e la sua pelle bruciava.
«Ha avuto un incidente,» disse infine. «Quattro fratture, una commozione cerebrale, un'emorragia interna. È morta sul tavolo operatorio per quarantasette secondi.»
I suoi occhi non la lasciavano.
«L'ho riportata indietro.»
Valentina sentì un brivido percorrerle la schiena. Non per le parole – era medico, sapeva che la morte clinica capita – ma per il modo in cui le aveva pronunciate.
Come se l'avesse rubata a qualcuno.
Come se, d'ora in poi, lei gli appartenesse.
«Devo… chiamare la mia famiglia,» mormorò.
«Più tardi.»
Non rilasciò la sua mano. Al contrario, le sue dita si strinsero. Non per farle male. Per impedirle di sparire.
«Lei è sotto la mia responsabilità,» continuò. «Sarò il suo chirurgo principale. Il suo unico medico. Nessun altro la toccherà.»
Avrebbe dovuto trovare la cosa strana. Malsana, persino. Ma la morfina che scorreva nella flebo rendeva tutto sfocato, e la sua voce era un mantello troppo caldo sulle sue spalle ghiacciate.
«Perché… lei?» sussurrò.
Owen si chinò. Il suo viso non era più che a pochi centimetri dal suo. Lei vide le occhiaie sotto i suoi occhi, la cicatrice che gli tagliava il sopracciglio sinistro, e qualcosa di più scuro ancora, in agguato nel fondo delle sue pupille.
Fame.
«Perché ero lì,» disse. «E non avevo intenzione di lasciarla morire.»
Fece una pausa.
«Non lei.»
Il silenzio si installò tra loro, pesante ed elettrico. I bip dei monitor scandivano i secondi. Valentina avrebbe dovuto avere paura. Un medico che si legava così tanto alla sua paziente era una linea rossa, uno scandalo in potenza.
Ma lei non aveva paura.
Sotto le bende, i dolori, i punti di sutura, qualcosa di proibito si stava risvegliando. Un fuoco tiepido nel profondo del suo ventre. Un riconoscimento animale.
Alzò la mano libera e toccò la sua guancia.
Owen sussultò appena. I suoi occhi si spalancarono, poi si scurirono.
«Non faccia questo,» mormorò.
«Perché?»
«Perché se continua, non potrò più controllarmi.»
Non c'era alcuna minaccia nella sua voce. Solo una verità cruda, nuda, quasi dolorosa.
Valentina non ritirò la mano.
E per la prima volta quella notte, Owen Léonardo sorrise.
Un sorriso che non prometteva nulla di buono.
Un sorriso di uomo che aveva appena trovato ciò che non aveva mai cercato.
L'ossessione.