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Sotto L’ombra Del Don

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Blurb

A Mosca, tra le ombre della bratva, Nadya viene strappata alla sua vita per un debito che non è il suo. Prigioniera, ribelle e indomita, si ritrova al centro di un gioco di potere più grande di lei.

Nikolai, erede dei Morozov, non dovrebbe proteggerla. Non dovrebbe desiderarla. Ma ogni volta che la guarda, la lealtà verso la sua famiglia vacilla. Tra odio e attrazione, tra sangue e passione, nasce un legame che sfida le regole della mafia russa e li trascina entrambi in una guerra senza ritorno.

Quando il passato ritorna a bussare e il tradimento si intreccia all’amore, Nikolai e Nadya dovranno scegliere se perdersi… o salvarsi l’uno con l’altra.

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~Nadya~
La foresta è buia e inquietante, ma io corro. Corro come se le mie gambe avessero dimenticato il peso della terra sotto di loro. Corro con il cuore che galoppa furioso nel petto, come un mustang braccato dalla paura. Corro finché l’aria non diventa una lama ardente nei miei polmoni, finché ogni respiro è un grido silenzioso che implora pietà. Ma non mi fermo. “Prendetela, maledizione!” tuona la voce del diavolo, profonda e tagliente, come se provenisse da ogni direzione. Il suono di uno sparo squarcia l'aria, rimbalzando tra gli alberi come un tuono maledetto. Mi abbasso istintivamente, il cuore che sembra voler sfondare il petto, ma non mi fermo. Non posso fermarmi. “Non siete capaci di fare nulla, porca puttana!”, urla nuovamente. So che sono alle mie spalle, a un soffio dal trascinarmi nelle grinfie di quella bruta. Ma finché le mie gambe reggeranno, continuerò a correre, senza voltarmi, senza arrendermi. In questi istanti tutta la mia vita mi scorre davanti agli occhi, un fiume in piena che trascina ogni ricordo. Nel profondo sento che potrebbe essere l'ultima volta che avrò con me quei frammenti di ciò che sono stata, l'ultima occasione per aggrapparmi a ciò che sto per perdere. Ho sempre creduto che tutto ciò di cui avessi bisogno nella vita fosse la mia famiglia, quel piccolo pezzo di terra che la nonna ci aveva lasciato e l'amore per lavorarla. Fin da bambina, passavo le giornate al fianco dei miei genitori e di mio fratello Adrik, coltivando quello che sarebbe diventato il nostro cibo, la nostra fonte di vita. Eravamo poveri, sì, ma per quanto ricordi, non ci mancava nulla. Eravamo uniti, una squadra indistruttibile. A me non importava essere ricca, perché lo ero già: avevo loro come famiglia. Poi tutto cambiò. Mio padre smise di lavorare. Passò un periodo buio, e la sua stanchezza si trasformò in una ribellione silenziosa. Non gli bastava più quello che avevamo. Voleva di più. Voleva darci ciò che le famiglie ricche possedevano: comodità, sicurezza, benessere. Voleva denaro. Ma per una famiglia di semplici contadini come la nostra, il denaro era un sogno lontano, qualcosa che sembrava irraggiungibile. Finché, un giorno, non lo fu più. Ricordo ancora quel momento. Mio padre tornò a casa con una borsa piena di soldi. Non avevamo idea di come li avesse ottenuti, né di dove provenissero. Non ci diede spiegazioni, e forse nemmeno voleva che gliele chiedessimo. Si limitò a sorridere e a dire: "Prendete tutto ciò che volete. Da oggi in poi non ci mancherà più nulla." Ma quelle parole, così piene di promesse, mi fecero venire i brividi. Era chiaro che mio padre aveva fatto qualcosa di decisamente losco. Nessuno tornava a casa con una busta piena di soldi grazie a un lavoro onesto. Quel pensiero mi accapponò la pelle. I giorni passarono in fretta, le settimane si trasformarono in mesi, e i mesi divennero anni. Eppure, non abbiamo mai saputo cosa avesse fatto mio padre quel giorno per ottenere quei soldi. Ma ora, mentre corro con il fiato spezzato, inseguito da quel mostro che vuole catturarmi come riscatto, la verità mi colpisce nuovamente come un pugno nello stomaco. Finalmente lo so: l'origine di quei soldi era sporca. Erano soldi della mafia. Sono venuti nel cuore della notte, irrompendo nella nostra casa e distruggendo tutto ciò che avevamo. Hanno picchiato mio padre a sangue, urlandogli accuse di tradimento e minacciandolo di morte per aver osato sfidarli. Per un attimo ero certa che lo avrebbero ucciso, finché gli occhi di quella bestia d’uomo, il loro capo, non si posarono su di me. In quello sguardo vidi qualcosa di ancora più terrificante: lussuria. In un istante prese la sua decisione e la pronunciò a voce alta e chiara: io sarei diventata la sua schiava, la sua puttana. Mio fratello sarebbe stato costretto a lavorare per lui, uno dei suoi uomini. Quanto ai miei genitori, beh, loro non sarebbero stati altrettanto 'fortunati'. Una sentenza crudele, definitiva. Nessuna supplica riusciva a smuoverlo, nessuna lacrima, né il terrore che si rifletteva nei miei occhi. Mi osservava da capo a piedi con uno sguardo colmo di avidità, come se fossi già sua. Ma mio fratello, sopraffatto da quell’immagine che si rifiutava di accettare, con un coraggio che non dimenticherò mai, riuscì a liberarsi dalla stretta di uno dei loro uomini. Si lanciò contro di loro, cinque bestie in carne e ossa, veri e propri gorilla, combattendo con ogni briciolo di forza che gli restava per regalarmi una possibilità. Voleva che fossi libera. Voleva che fossi salva. Voleva proteggere la sua sorellina. Con un grido disperato mi ordinò di scappare, e io non esitai nemmeno per un istante. Non so cosa sia successo dopo. Non so se sia riuscito a salvarsi, se lo abbiano ferito o, peggio, se abbiano ucciso lui e i miei genitori. L’unica cosa che so è che, subito dopo, alcuni di loro si sono lanciati sulle mie tracce, rincorrendomi come una preda. E ora corro. Corro più lontano possibile, senza fermarmi, senza voltarmi, lasciando indietro tutto ciò che ero, tutto ciò che conoscevo. “Oh, piccola gazzella, il tuo coraggio e la tua determinazione sono quasi ammirevoli. Devo dire che c'è qualcosa in te che mi intriga... che mi accende. Ma ora basta scappare.”, tuona nuovamente, stavolta più vicino a me. Non faccio in tempo a reagire che la sua mano gigantesca afferra la mia chioma al volo, strattonandomi all'indietro con una forza brutale. Un grido di dolore mi esplode dalla gola, mentre il mio corpo viene trascinato verso di lui. “ Lasciami”, grido, la voce spezzata e nonostante il terrore che mi paralizza, continuo a lottare. Pugno dopo pugno, calcio dopo calcio, colpisco questa montagna d’uomo che mi avvolge con le sue braccia d’acciaio, stringendomi in una morsa inesorabile. “ Non costringermi a usare la violenza, piccola gazzella”, sussurra con una calma carica di minaccia, mentre il suo sguardo si posa su di me, gelido e implacabile. “ Sarebbe un peccato rovinare quella bellezza innocente che possiedi.” Nonostante la luce sia scarsa, con solo i raggi della luna che filtrano tra i rami e illuminano fugacemente il suo viso, capisco che non ho più via di fuga. Ogni speranza si dissolve come nebbia al sole. Smetto di combattere, sopraffatta da una paura paralizzante, e inizio a tremare per tutti quei pensieri orribili che mi passano per la mente. Non ci sarà, vero, una via di scampo per me?

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