CAPITALO 1
CAPITOLO 1: LO SPLENDORE DELLA MASCHERA
La luce non aveva alcun ruolo consolatorio. Non penetrava, si insinuava, fredda, clinica, come il fascio sterile di una sala operatoria. Si faceva strada attraverso una fessura impercettibile nelle pesanti tende di velluto antracite, lacerando l’oscurità protettiva della stanza per proiettare, come un bisturi, una lama di sole cruda e bianca sul parquet immacolato di quercia. Non era una carezza dell’alba, ma un’intrusione brutale, una violazione silenziosa del suo santuario. Fu quella lama di luce, quel taglio di fuoco freddo posato con precisione spietata sulle sue palpebre chiuse, a strappare Germina dagli abissi di un sonno comatoso, anormalmente profondo.
La coscienza riemerse non di colpo, ma a ondate successive, lente e nauseanti, come i ritorni in superficie di un annegato dalle profondità. Una pesantezza di piombo, sorda ed estranea, intorpidiva ogni suo muscolo, incollando il suo corpo al materasso in un abbraccio molle e sgradevole. C’era un peso distinto sulla sua nuca, e un calore. Un calore vivo, organico, che irradiava sotto la sua guancia, in netto contrasto con la freschezza climatizzata della stanza. Proveniva da una superficie liscia e dura, che si sollevava e si abbassava con un ritmo lento, regolare, oceanico.
Poi percepì il peso. Un peso caldo e solido che attraversava la sua schiena nuda, ancorandola a quella fonte di calore. Non era una coperta. Era un braccio. Un braccio maschile, muscoloso, di cui sentiva ogni fibra delinearsi contro la sua pelle, posato lì in un gesto di possesso protettivo, come una morsa di carne.
Germina aprì gli occhi.
Il mondo impiegò un istante a ricomporsi, i contorni sfocati della stanza ondeggiavano pericolosamente. Il suo sguardo si posò su una pelle liscia, ambrata e perfetta, sulla curva pronunciata di un pettorale. Realizzò, con un orrore lento e glaciale che le scese lungo la schiena, di essere rannicchiata, accoccolata come una bambina o un’amante, sul petto muscoloso e completamente nudo di Gabriel. La sua testa era incastonata nell’incavo della sua spalla, i suoi capelli scompigliati sparsi sul torace dell’uomo come seta scura e colpevole.
— Gesù, Maria, Giuseppe… sussurrò, l’invocazione ridotta a un filo d’aria spaventato.
Com’era possibile che il sonno l’avesse sopraffatta in quel modo? Lei, Germina Delacroix, la donna che dormiva sempre sola, sul bordo del letto, in armatura di distanza anche nell’incoscienza. Lei che controllava il proprio spazio vitale come un territorio in guerra, che non tollerava alcuna pelle contro la propria una volta terminata la transazione notturna. E ora si ritrovava in quella intimità involontaria, in quella parodia grottesca di una notte di nozze, prigioniera del calore di uno sconosciuto. Il contratto implicito, il muro invisibile che di solito erigeva, era crollato nel suo stesso sonno. Un brivido di disgusto retrospettivo la attraversò.
Con un gesto timoroso, come se stesse toccando un serpente, sollevò il bordo del lenzuolo che li copriva. Una seta selvaggia, bianca come la luna, terribilmente stropicciata. Sotto, la propria nudità le balzò addosso come un’accusa.
— Come…? mormorò, la voce strozzata, spezzata.
Il panico, un panico puro, bruto, animale, la travolse, stringendole il petto in una morsa gelida. Non era la vergogna di una donna pudica: era qualcosa di più profondo, più insidioso. Era il terrore esistenziale della donna di potere che ha perso il controllo della propria narrazione. La domanda non era “come”, ma “perché non ricordava nulla dopo il secondo bicchiere?”. Il vuoto era più spaventoso dell’atto stesso.
Il suo movimento improvviso, o forse semplicemente la vibrazione del suo panico, svegliò Gabriel. I suoi occhi si aprirono, non nel torpore del risveglio, ma con una lucidità immediata, penetrante. Occhi scuri, quasi neri, che la osservarono in silenzio per un istante, prima che un sorriso lento, puramente calcolato eppure carico di una soddisfazione felina, gli incurvasse le labbra perfette. Un sorriso che le si infilò sotto la pelle come una scheggia.
— Ah, ti sei svegliata, disse, la voce grave, vellutata, sorprendentemente riposata. Perché tanto stupore, Germina? Sembri… sconvolta. Abbiamo passato una notte eccellente. Indimenticabile, direi. Non è forse esattamente ciò che volevi chiamandomi?
Il “lei” della sera precedente era scomparso. Era passato al “tu”, una familiarità che lei non gli aveva mai concesso. Questo scivolamento semantico era un’aggressione, una violazione dell’etichetta. Sentì l’indignazione ribollire, una lava ardente che sciolse il ghiaccio del panico per lasciare spazio a una furia vulcanica. Come osava? Il controllo le sfuggiva completamente, e peggio ancora, parlava di sentimenti, di una “notte eccellente”, come se avessero condiviso qualcosa di diverso da una meccanica tariffata. L’umiliazione era totale.
— Sparisci! La sua voce non fu un grido, ma un ringhio basso, vibrante di una rabbia fredda e letale. Esci dalla mia stanza. Subito. Immediatamente!