Capitolo 2 Tensione diplomatica
Quando il campanile del villaggio ebbe suonato per la seconda volta, cioè mezz’ora prima degli ultimi rintocchi, per annunciare la messa domenicale, il grande Lebrac, che indossava una giacca di panno ricavata da un vecchio mantello del nonno, un paio di pantaloni nuovi di fustagno, due stivaletti appannati da uno spesso strato di grasso e un berretto di pelo, il grande Lebrac, dunque, andò ad appoggiarsi al muro del lavatoio comunale attendendo di mettere al corrente della situazione i suoi soldati e di informarli del pieno successo della spedizione.
Laggiù, davanti alla locanda di Fricot, alcuni uomini con la pipetta tra i denti si accingevano a ‘scolarsi un goccetto’ prima di entrare in chiesa.
Arrivò per primo Camus coi pantaloni sfilacciati ai polpacci e la cravatta rossa come la gola di un fringuello, e scambiò un sorriso col capo; poi i due Gibus dall’aria guardinga; poi Gambette, che non sapeva ancora niente, e Guignard, e Boulot, La Crique, Guerreuillas, Bombé, Tétas e tutto il contingente dei combattenti di Longeverne al gran completo, una quarantina in tutto.
I cinque eroi della sera prima ricominciarono almeno dieci volte ciascuno il racconto della loro impresa e gli altri ne bevevano le parole con la bocca umida e gli occhi lucenti, mimandone i gesti e applaudendo ogni volta con entusiasmo.
Dopo di che Lebrac riassunse la situazione in questi termini: «E ora impareranno a chiamar la gente smidollati. Per cui questo pomeriggio verranno sicuramente a sgranchirsi le gambe dalle parti del bosco della Saute, e bisogna esserci tutti per riceverli ‘un po’. Ognuno dunque dovrà portarsi la sua fionda e il suo tirasassi. Niente bastoni, invece: bisogna evitare i corpo a corpo. Perché coi vestiti della festa si deve stare attenti a non sporcarsi troppo, se no poi a casa le buschiamo.»
«Gli diremo semplicemente un paio di paroline.»
Il terzo e ultimo scampanio, che suonava a distesa, li mise in moto e li ricondusse lentamente al loro solito posto, nei piccoli banchi della cappella di San Giuseppe, di fronte a quella della Madonna dove si sistemavano le bambine.
«Boia!» fece Camus passando davanti al campanile. «E io che oggi devo servire messa; chissà come strillerà sottana nera!»
E senza perdere tempo a tuffare le dita nella grande acquasantiera di pietra in cui i suoi compagni si divertivano a sciabordare l’acqua con le mani, attraversò la navata filando come una zebra per andare a mettersi la cotta da turiferario o da accolito.
E quando, all’Asperges me, passò tra i banchi con in mano la bacinella d’acqua benedetta dove il parroco inzuppava l’aspersorio, non poté fare a meno di gettare un’occhiata ai fratelli d’arme.
Vide Lebrac mostrare a Boulot una cartolina regalatagli dalla sorella di Tintin, in cui si vedeva un tulipano o un geranio, a meno che non fosse una viola del pensiero, con le parole ‘non ti scordar di me’ tutte sottolineate, strizzando l’occhio con l’aria del Don Giovanni.
E allora Camus pensò all’Octavie, la sua amichetta, cui aveva recentemente regalato un pan di spezie, e da due soldi se non vi dispiace, acquistato alla fiera di Vercel, proprio un bel pan di spezie a forma di cuore e tempestato di chicche rosse, azzurre e gialle e ornato di una scritta che gli era sembrata far proprio al caso suo:
Ai tuoi piedi deposito il mio cuore,
prendilo pure: è un pegno del mio amore.
La cercò con lo sguardo nelle file delle ragazzine e s’accorse che lo stava guardando. La gravità del suo ufficio gli impediva di sorridere, ma senti un tuffo al cuore e, arrossendo un poco, si eresse irrigidendo i polsi che sostenevano la bacinella.
La cosa non sfuggì a La Crique che sussurrò a Tintin: «Guarda lì il Camus che fa la ruota! Si vede bene che l’Octavie lo sta sbirciando.» Camus, intanto, pensava che adesso che era incominciata la scuola l’avrebbe vista più spesso.
Già... se non si fosse dichiarata la guerra!
Subito dopo il vespro, il grande Lebrac radunò le sue truppe e parlò da capo: «Andate a mettervi le giubbe e a prendere una fetta di pane: l’adunata è ai piedi della Saute, dove c’è la cava di Pepiot.»
Sciamarono via come uno stormo di passeri e cinque minuti dopo, correndo l’uno dietro l’altro con un pezzo di pane tra i denti, raggiunsero il luogo indicato dal generale.
«Bisogna non superare la curva,» raccomandò Lebrac, consapevole delle proprie responsabilità e preoccupato dell’incolumità dei suoi uomini.
«Credi davvero che vengano?»
«Se non vengono, sono proprio dei morti di sonno,» replicò il capo e aggiunse, per spiegare il suo ordine: «Ce ne sono anche di svelti, ricordatevene voi altri posapiano, e specialmente te, Boulot. E mi raccomando, non fatevi beccare!»
«Riempitevi le tasche di sassi, e i più belli dateli a quelli che hanno le fionde con l’elastico, ma attenti a non perderli. E adesso in marcia per il Gran Bosco!»
Il terreno comunale della Saute, che va dal bosco del Teuré a nord-est a quello di Velrans a sud-ovest, è un grande rettangolo rialzato lungo circa millecinquecento metri e largo ottocento. I confini delle due foreste sono i lati più piccoli di questo rettangolo; un muro di pietra affiancato da una siepe protetta a sua volta da un fitto bastione di arbusti ne segna il limite inferiore verso i campi; in alto invece il confine è meno preciso ed è indicato da cave abbandonate, sperdute in una zona boschiva, con folte macchie di noci e di noccioli, che non vengono mai tagliati. Tutto il terreno del resto è coperto di arbusti, di macchie, di boschetti e di alberi isolati o raggruppati, che ne fanno un campo di battaglia ideale.
Una strada selciata proveniente dal villaggio di Longeverne si arrampica lentamente in semidiagonale su questo rettangolo, finché, a una cinquantina di metri dal bosco di Velrans, fa una gran svolta per permettere alle vetture troppo cariche di raggiungere senza eccessiva fatica la sommità della ‘collinetta’.
Una grande macchia con querce, pruni, prugnoli, noci e noccioli ricopre il gomito di questa svolta: è il cosiddetto Gran Bosco.
Verso il basso la strada è fiancheggiata da cave scoperte che vengono sfruttate da Pepiot lo storto, da Laugu del Mulino (che quando hanno bevuto un po’ si proclamano imprenditori), e qualche volta da Abel il Topo.
Per i ragazzi, esse sono semplicemente ottime e inesauribili fonti di approvvigionamento.
Su questo fatale terreno, equidistante dai due villaggi, da anni e anni intere generazioni di Longeverne e di Velrans si sono copiosamente pestati, fustigati e lapidati, in quanto le ostilità ricominciano puntuali ogni autunno e ogni inverno.
I Longeverne avanzano di solito fino alla svolta e vi si fermano, benché anche l’altra parte appartenga al loro comune, come del resto il bosco di Velrans, ma siccome questo bosco è vicinissimo al villaggio nemico serve agli avversari da campo trincerato, da luogo cioè dove rifugiarsi e mettersi al riparo se costretti a battere in ritirata; cosa questa che manda Lebrac su tutte le furie.
«Sembra sempre che ci invadano, porca l’oca!»
Ora, non erano passati cinque minuti dacché avevano finito di mangiare il pane, quando Camus, l’arrampicatore, appostato in vedetta tra i rami della grande quercia, segnalava movimenti sospetti nel bosco nemico.
«Ve lo dicevo io!» constatò Lebrac. «E adesso nascondetevi: bisogna fargli credere che sono solo. Io intanto cerco di provocarli un po’, e se per caso vengono avanti per brancarmi, mi raccomando!»
Così Lebrac uscì dal suo riparo di pruni e iniziò nelle forme consuete la seguente conversazione diplomatica: «Ehi, fatti vedere, tanghero, tarlucco, carogna schifosa, se non sei un vigliacco, fallo vedere quel tuo sporco grugno!»
«Avvicinati anche tu, brutta faccia di palta, e ci sarà da ridere» ribatté il nemico.
«È l’Azteco dei Gués,» disse Camus, «ma vedo anche Toueguelle, Bancal, Tatti e Migue la Luna: Sono un fottio.»
Udita questa preziosa informazione, il grande Lebrac riprese: «Sei stato tu, eh, boione, a trattare i Longeverne da smidollati! Ma te l’abbiamo data una bella lezione, eh? C’è voluto tutto l’olio dei vostri gomiti per cancellare quello che ho scritto sulla porta della chiesa! Dei fifoni come voi altri non l’avrebbero mai fatta una cosa simile!»
«Dato che sei così furbo, lingualunga, vieni un po’ più vicino. Ma già, tu ci hai soltanto la lingua... e le zampe per squagliartela!»
«E tu prova soltanto a far metà della strada, morto di fame!»
«E tu! Lo sanno tutti che quella bicocca dove abitate è piena di ipoteche!»
«Ipoteca sarai tu, tanghero!»
«Da noi non è come a Longeverne, dove le galline crepan di fame anche al tempo della mietitura.»
«A Velrans invece sono i pidocchi che crepan sulle vostre zucche, ma non si sa se di fame o di veleno.»
Velrans
Puzzon
Scorron le fogne
a ogni canton.
Uh!... Uh!... Uh!... tuonò alle spalle del capo il coro dei guerrieri Longeverne incapaci di restar nascosti e di contenere più oltre l’indignazione e l’entusiasmo.
Longeverne Facce verdi
Montati su quattro perni
Finirete tutti all’ inferno.
E a sua volta il coro dei Velrans applaudì freneticamente il suo generale con una serie di Euh! Euh! prolungati ed eufonici.
Bordate d’insulti furono lanciate da entrambe le parti a raffiche e a cicloni; poi i due capi, egualmente sovreccitati, dopo essersi scambiati le ingiurie classiche e moderne: «Sfondatori di porte aperte!»
«Strangolatori di gatti per la coda!» ecc. ecc., tornando agli antichi costumi, si gettarono in viso con la slealtà tradizionale le accuse più stupefacenti e più ignobili del loro repertorio: «Ehi, ti ricordi quando tua madre sputava nella casseruola per farti la salsa?»
«E tu quando la tua si faceva dare le pietre dallo stradino per fartele in insalata?»
«Ti ricordi quel giorno che tuo padre disse che gli sarebbe convenuto di più allevare il porco che un brutto ceffo come te?»
«Attenti!» avverti Camus, «c’è il Touegueule che si è messo a tirar sassi con la fionda.»
Effettivamente una pietra fischiò a mezz’aria sopra le loro teste, e ad essa rispose un coro di sghignazzate, mentre grandinate di proiettili incominciavano a solcare il cielo in entrambe le direzioni e il flusso schiumante e sempre più intenso delle ingiurie continuava a scorrere dal Gran Bosco alla foresta, e viceversa, poiché il repertorio degli uni come degli altri era praticamente inesauribile e si rinnovava ogni volta.
Ma era domenica; e i due partiti indossavano i loro abiti migliori, per cui nessuno, né i capi né i soldati, era disposto a comprometterne il lindore in pericolosi corpo a corpo.
Così per quel giorno la lotta si limitò a questo scambio di vedute, se così si può definirlo, e a questo duello d’artiglierie, che peraltro non causò perdite gravi né da una parte né dall’altra.
Quando il campanile della chiesa di Velrans portò il primo annuncio della benedizione, l’Azteco dei Gués diede al suo esercito il segnale del ritorno, non senza aver gettato ai nemici, insieme con un’ultima ingiuria e un ultimo sasso, questa provocazione suprema: «Ci rivedremo domani, smidollati di Longeverne!»
«Levi le tende, eh, vigliacco?» sghignazzò Lebrac. «Ma aspetta, sì, aspetta solo domani, e vedrai come vi conceremo, branco di tarlucchi!»
E un’ultima salva di ciottoli salutò la ritirata dei Velrans che risalivano al loro paese attraverso il fossato.
I Longeverne, approfittando del fatto che l’orologio del loro comune ritardava o forse che la benedizione era stata posticipata, nonché della scomparsa dei nemici, prepararono il piano di battaglia per l’indomani.
Tintin ebbe un’idea geniale.
«Bisognerà,» disse, «nascondersi in cinque o sei dietro quel cespuglio prima che arrivino loro, e stare attenti a non muoversi, così il primo che passa da quelle parti gli saltiamo addosso e ce lo portiamo via.»
Il capo di questa imboscata, approvata immediatamente, scelse tra i più svegli i cinque che lo avrebbero accompagnato mentre gli altri avrebbero sferrato un attacco frontale, e tutti tornarono al villaggio con l’animo infiammato di ardore guerresco e assetato di rappresaglie.